Pronti per un altro psicodramma da duecento milioni di persone? Prontissimi. E pure con quel retrogusto di voyeurismo sadico, perché tanto la sofferenza riguarda altri, non noi. Eccoci, dunque. Brasile-Colombia, ore 22. Non un semplice quarto di finale della World Cup, ma molto di più. E' la quinta tappa della più infernale e angosciosa corsa verso la Coppa che si sia mai vissuta nella storia del calcio. Nessuna nazionale ha mai avuto addosso una pressione simile, alla vigilia e nel corso di un evento di questa portata. Nessun giocatore, mai. E nessun allenatore come Felipe Scolari è mai stato così attanagliato da dubbi e tensioni, o circondato da un'attesa così impaziente, e sempre con quella scimmia del Maracanaço appoggiata sulla spalla. Eppure Scolari non rinuncia alle sue abitudini, a cominciare da quella a cui tiene di più. Ogni dannata mattina, lui si siede tranquillo su un divano e sorseggia il suo chimarrao. Toglietegli tutto, ma non il chimarrao, che poi è il mate degli argentini e degli uruguaiani che i gauchos, cioè i brasiliani del sud come Felipe, chiamano appunto chimarrao. Troppo ne deve bere, povero Filippone, e chissà se sarà sufficiente. Perché di nazioni che hanno ospitato il Mondiale ce ne sono state tante, ma solo alcune avevano anche l'obbligo di vincerlo: l'ultima ad averne la necessità e forse l'ossessione era stata la Francia nel 1998, prima ancora l'Italia di Vicini nel 1990, e risalendo nel tempo anche la Germania nel 1974 non era immune da pressioni. Ma qui è tutto diverso. Siamo nella patria del calcio, in cui ogni quattro anni tutti danno per scontato che il Brasile debba vincere, e se non vince sono processi di piazza e defenestrazioni. Figuriamoci se lo giocano in casa: la sconfitta non è ammessa, neppure in finale. Stavolta bisogna vincere la Hexa, la sesta coppa, e non ci saranno scuse per nessuno in caso di. E i brasiliani sono 200 milioni, non quattro gatti. E sono passionali oltre ogni limite quando gioca la Seleçao: lacrime, pianti, preghiere, braccia al cielo e al petto, tutto il campionario delle emozioni. E i media sono centinaia, rilanciano ogni minuto notizie, impressioni, indiscrezioni, curiosità, polemiche e foglioline che si
muovono sopra e sotto il ritiro del Brasile, senza soluzione di continuità. Non si può sbagliare, non si deve. Anche perché ad accentuare la pressione c'è quel ricordo del 1950, quando tutto era pronto per vincere la Coppa contro l'Uruguay e invece fu il Maracanaço, Schiaffino e Ghiggia beffano il Brasile davanti a 200mila persone e sarà tragedia nazionale, indimenticabile. Al punto che Moacir Barbosa, il portiere, ebbe una vita terribile da quel giorno in poi: lo scacciavano come un appestato, o uno iettatore, anche dai ritiri mondiali del Brasile.
Ecco, il punto è proprio quello: nessuno dei giocatori vuole fare la fine di Barbosa. L'idea di poter essere colui il quale commetterà l'errore decisivo che farà perdere al Brasile un altro mondiale in casa paralizza e sconcerta tutti i giocatori. Ecco perché piangono sempre, ecco perché Julio Cesar piangeva addirittura prima dei rigori di Brasile-Cile. Sono tutti stravolti dalla tensione. Pare che in ritiro si verifichino scene di panico, da stress mal sopportato. Così Filippone Scolari ha rispolverato una sua vecchia amica che già aveva esibito al Mondiale del 2002, che lui finì per vincere grazie a Ronaldo e Rivaldo: si chiama Regina Brandao, è una psicologa molto famosa in Brasile che in questi giorni sta seguendo la Seleçao. Tutto serve, ha pensato Scolari, uno che ha sei metri di pelo sullo stomaco e oltre trent'anni di esperienza in panchina. In effetti solo uno come lui può tentare di gestire la pressione più insostenibile che si sia mai abbattuta su un ct. Allena dal 1982, Felipao, e ha allenato, vinto e perso dovunque. In Brasile, ovvio, e ha vinto pure un paio di Coppe Libertadores con Gremio e Palmeiras. E la Seleçao, chiaro, con la coppa alzata a Yokohama da Cafu nel 2002. Ma è andato a predicare il suo verbo, e a riscuotere petrodollari in Arabia Saudita e in Kuwait. Ha avvertito la pressione di allenare la nazione padrona di casa già un'altra volta, però era molto diverso, era il Portogallo agli Europei del 2004, tutta un'altra storia, e si concluse con una sconfitta in finale contro la Grecia. Ha allenato un club europeo come il Chelsea, e quando finì con Abramovich trovò persino il tempo di andarsene in Uzbekistan per un annetto. Insomma, Scolari conosce il mondo e il calcio. Ma questa è la sfida più colossale della sua vita, e lui sta facendo di tutto per non perderla. Ma ha una squadra giovane e non troppo esperta, da qui gli enormi problemi nel gestire l'attesa dell'intero popolo brasiliano. Ha puntato tutto su Neymar, che in fondo è l'unico talento superiore alla media degli ultimi anni, in cui il Brasile non ha prodotto fuoriclasse e questo è un altro enorme ostacolo sulla via della Coppa. Per questo l'avversario principale del Brasile, stasera, non sarà certo la Colombia: saranno i suoi stessi fantasmi, il peso della sua storia inimitabile e di duecento milioni di persone appollaiate sulla spalla di Neymar e degli altri. Di troppo amore, del resto, si può anche morire. Stritolati.
muovono sopra e sotto il ritiro del Brasile, senza soluzione di continuità. Non si può sbagliare, non si deve. Anche perché ad accentuare la pressione c'è quel ricordo del 1950, quando tutto era pronto per vincere la Coppa contro l'Uruguay e invece fu il Maracanaço, Schiaffino e Ghiggia beffano il Brasile davanti a 200mila persone e sarà tragedia nazionale, indimenticabile. Al punto che Moacir Barbosa, il portiere, ebbe una vita terribile da quel giorno in poi: lo scacciavano come un appestato, o uno iettatore, anche dai ritiri mondiali del Brasile.
Ecco, il punto è proprio quello: nessuno dei giocatori vuole fare la fine di Barbosa. L'idea di poter essere colui il quale commetterà l'errore decisivo che farà perdere al Brasile un altro mondiale in casa paralizza e sconcerta tutti i giocatori. Ecco perché piangono sempre, ecco perché Julio Cesar piangeva addirittura prima dei rigori di Brasile-Cile. Sono tutti stravolti dalla tensione. Pare che in ritiro si verifichino scene di panico, da stress mal sopportato. Così Filippone Scolari ha rispolverato una sua vecchia amica che già aveva esibito al Mondiale del 2002, che lui finì per vincere grazie a Ronaldo e Rivaldo: si chiama Regina Brandao, è una psicologa molto famosa in Brasile che in questi giorni sta seguendo la Seleçao. Tutto serve, ha pensato Scolari, uno che ha sei metri di pelo sullo stomaco e oltre trent'anni di esperienza in panchina. In effetti solo uno come lui può tentare di gestire la pressione più insostenibile che si sia mai abbattuta su un ct. Allena dal 1982, Felipao, e ha allenato, vinto e perso dovunque. In Brasile, ovvio, e ha vinto pure un paio di Coppe Libertadores con Gremio e Palmeiras. E la Seleçao, chiaro, con la coppa alzata a Yokohama da Cafu nel 2002. Ma è andato a predicare il suo verbo, e a riscuotere petrodollari in Arabia Saudita e in Kuwait. Ha avvertito la pressione di allenare la nazione padrona di casa già un'altra volta, però era molto diverso, era il Portogallo agli Europei del 2004, tutta un'altra storia, e si concluse con una sconfitta in finale contro la Grecia. Ha allenato un club europeo come il Chelsea, e quando finì con Abramovich trovò persino il tempo di andarsene in Uzbekistan per un annetto. Insomma, Scolari conosce il mondo e il calcio. Ma questa è la sfida più colossale della sua vita, e lui sta facendo di tutto per non perderla. Ma ha una squadra giovane e non troppo esperta, da qui gli enormi problemi nel gestire l'attesa dell'intero popolo brasiliano. Ha puntato tutto su Neymar, che in fondo è l'unico talento superiore alla media degli ultimi anni, in cui il Brasile non ha prodotto fuoriclasse e questo è un altro enorme ostacolo sulla via della Coppa. Per questo l'avversario principale del Brasile, stasera, non sarà certo la Colombia: saranno i suoi stessi fantasmi, il peso della sua storia inimitabile e di duecento milioni di persone appollaiate sulla spalla di Neymar e degli altri. Di troppo amore, del resto, si può anche morire. Stritolati.