Brasile 2014

Messi, ultima stella mondiale ancora accesa

La precoce eliminazione del Portogallo di Cristiano Ronaldo, l'addio di James Rodriguez e l'infortunio di Neymar hanno privato il torneo dei protagonisti più attesi. Resta solo il fuoriclasse argentino che ora sfida Robben e Van Persie, star "di riserva"
di ANDREA SORRENTINO

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ROMA - Erano tre, ma per una volta si trattava di un numero imperfetto: nel corso del cammino sono diventati quattro, come i moschettieri di Dumas. Poco importa, in fondo. Perché adesso ne è rimasto solo uno e tanto basta. Lionel Messi, poi più niente. Delle stelle annunciate del Mondiale c'è ancora lui in piedi, gli altri a casa. Cristiano Ronaldo è stato il primo a saltare: troppo debole il Portogallo e troppo stanco e ferito lui, per potersi affacciare agli ottavi. Naufragio di un simbolo, anzi di un marchio: CR7 si è presentato in Brasile di fatto  infortunato, coi muscoli brasati dalla stagione vincente al Real e da quei mostruosi 51 gol in 47 partite, troppa grazia, infatti l'ha pagata.

Gli altri due sono saltati in coppia, quasi elidendosi a vicenda, entrambi tra le lacrime e quasi nello stesso momento, sul finire di Brasile-Colombia. Salta James Rodriguez, il quarto moschettiere, quello che si è inserito in corso d'opera perché si è dimostrato (quasi) il più bravo di tutti, in fondo ha segnato in ogni partita ed è il capocannniere del Mondiale, segna anche contro il Brasile su rigore esibendo nervi d'acciaio e attributi non banali, ma deve arrendersi all'evidenza dei fatti, all'eliminazione, e infatti piange a dirotto in mezzo al campo, David Luiz lo consola anche se rivolge troppo spesso uno sguardo furbetto ai maxischermi dello stadio, ma vabbè. Poco prima, anzi nello stesso momento, piange anche l'altro moschettiere, ferito quasi a morte. L'urlo nero di Neymar squarcia la notte di Fortaleza e annuncia l'addio alla competizione dell'idolo del popolo, del protagonista certo, anzi sicuro anzi sicurissimo, colui il quale avrebbe senz'altro portato la Coppa a Rio. La vertebra fa crac ed è tutto nero. Qualche buontempone, perché si sa che il mondo ne è pieno, inventa la favola del recupero di Neymar in tempo per l'ipotetica finale, tanto basterebbe un'infiltrazione. Deve intervenire Josè Luiz Runco, il medico della Seleçao, per dire che qui siete tutti matti, che con una vertrebra lesionata non si scherza e che non ci sono infiltrazione che tengano in casi simili, visto che un altro colpo alla schiena potrebbe addirittura provocare la paralisi.

Al dunque, è rimasta solo la Pulce. Fin qui ha giocato un Mondiale da fenomeno vero, da fenomeno che si dà agli altri totalmente, umanizzandosi solo nel quarto di finale contro il Belgio. Ha trascinato di peso e in avanti l'Argentina, coi suoi gol di selvaggia bellezza, col suo esempio, col suo corazon. Gli altri non c'erano e lui invece sì, con tutti i sentimenti. Ha interpretato ogni partita con piglio feroce e concentrazione assoluta, ha dato gli scrolloni giusti quando serviva, ha anche picchiato, protestato, inzaccherato, in qualche modo è sceso dal piedistallo pur rimanendoci. Talmente calato dentro questo Mondiale, Leo Messi, da scendere in campo con una concentrazione totalizzante, quasi una trance agonistica, infatti per ben due volte le immagini l'hanno inchiodato: prima di uscire dagli spogliatoi saluta l'arbitro, saluta la terna, saluta magari anche un avversario, ma manco vede le manine tese dei bambini mascotte che seguono i giocatori, li evita, non stringe quelle mani e i bimbi rimangono col broncio. E' troppo dentro il Mondiale, la Pulce, per potersi accorgere anche dei bambini. Contro il Belgio non ha sfornato miracoli, ma solo tanta sostanza al servizio della causa: ci sta che fosse tra i più stanchi, dato che l'Argentina ha sempre giocato alle 13. Ora la semifinale sarà cosa sua. Lui contro l'Olanda, visto che nel frattempo è saltato pure Di Maria. Messi contro Robben e Van Persie, due che ancora aspirerebbero al ruolo di moschettieri di riserva. Ma Leo, che al quinto giorno s'è riposato e ha dunque recuperato energie preziose, è pronto per spazzare via pretendenti e aspiranti. Ha deciso che questo sarà il suo Mondiale, come per Diego nel 1986, e vuole arrivare fino in fondo. In bocca al lupo.