MANGARATIBA - Ora che sulla spiaggia del Portobello, davanti all'Ilha Grande, Fanny gli ha detto "il sì più importante della sua vita" e lui ha annunciato l'evento nella consueta forma - un tweet notturno, con foto dell'anello al dito della promessa sposa - Balotelli ha una ragione in più per amare, ricambiato, il Brasile. E i brasiliani hanno una ragione in più per assecondare la moda imperante: il balotellismo. Balotelli di tutto il Brasile, unitevi. Anzi, censitevi, se ci riuscite. L'impresa è ardua. Favorita dal Mondiale, la moltiplicazione è alimentata da stampa e tifosi, che nella patria calcistica del soprannome prevalente sul cognome non si fanno pregare. Il gioco è semplice: basta la pelle scura, il ruolo di attaccante, magari la cresta cangiante e l'orecchino.
E' gradita, ma del tutto facoltativa, la capacità di segnare. Il capostipite è a buon diritto Jonathan Balotelli, emulo dichiarato da circa tre anni, attaccante di belle speranze in questo momento un po' appassite nel limbo della prima divisione del campionato carioca con la maglia del Macaè. Poi c'è Wilker Balotelli, irrequieto talentino del Ponte Preta, che fece causa al club sognando un divorzio milionario e la perse. E Rogelio Balotelli, che tuttavia si è stufato: lui vuole essere chiamato Rogelio Avila dell'Atletico Sorocaba.
E poi ancora Douglas Coutinho, che dopo una vittoria dell'Atletico Paranaense finì in un tweet del compagno Crislan ("ecco il Balotelli da Baixada", lo stadio di Curitiba) e da allora convive col paragone.
E Victor Andrade, che a 19 anni ha già una bella clausola rescissoria e il solito nomignolo. Invece Val Barreto, punta del Clube do Remo e comparsa del campionato paraense, si è beccato la storpiatura Valotelli. E' in illustre compagnia, dato che l'ultimo avversario degli azzurri, il corpulento centravanti del Fluminense Walter, tra i vari soprannomi si era visto appiccicare quello di Bolotelli, nel senso di bolo, dolce appetitoso.
Il più recente tra i Mario posticci vive e opera a breve distanza dall'originale. A Itaguaì, cittadina portuale alle porte della rodovia per Mangaratiba dove stanno costruendo il primo sommergibile nucleare brasiliano ma anche cercando rilanciare la squadra di calcio, abita il venticinquenne attaccante Felipe Jansen. Poiché di Balotelli ammira tanto lo stile in campo e possiede i minimi requisiti somatici, si è scelto l'inflazionato battesimo.
E adesso, trovandosi a portata del Portobello, vorrebbe tanto conoscere di persona l'idolo. "E' il mio sogno".
D'altronde, con l'originale finalmente sottomano, chiuso in ritiro con annessa Fanny, le molte copie in circolazione si sbizzarriscono. Le parole di Jonathan illustrano le ragioni istintive dell'identificazione. "Io ho voluto il suo nome, e a un certo punto mi ero perfino fatto la cresta bionda, perché credo di somigliargli un po' nel gioco, ma anche perché è un campione e un buon ragazzo, che non ha avuto un'infanzia semplice. Io lo capisco: prima di fare il calciatore ho fatto il muratore e ho lavorato con orari impossibili in un cyber, che da noi è una specie di internet point". Ora l'azzurro più popolare qui, quello con la maglia numero 9 - puntualmente indossata da non pochi tifosi in tutte le partite che la Nazionale di Prandelli, dalla Confederations in poi, ha giocato sul suolo brasiliano - ha l'occasione di ricambiare sul campo tanto affetto. Altro che razzismo. Come si è potuto constatare anche due giorni fa nell'amichevole di Volta Redonda, in Brasile la pelle nera è semmai motivo di ecumenica empatia. Al massimo qualcuno lo ha sfottuto per l'inclinazione a cadere al primo contatto coi giocatori del Fluminense. Levanta-se, Mario. Alzati e fai gol.
E' gradita, ma del tutto facoltativa, la capacità di segnare. Il capostipite è a buon diritto Jonathan Balotelli, emulo dichiarato da circa tre anni, attaccante di belle speranze in questo momento un po' appassite nel limbo della prima divisione del campionato carioca con la maglia del Macaè. Poi c'è Wilker Balotelli, irrequieto talentino del Ponte Preta, che fece causa al club sognando un divorzio milionario e la perse. E Rogelio Balotelli, che tuttavia si è stufato: lui vuole essere chiamato Rogelio Avila dell'Atletico Sorocaba.
E poi ancora Douglas Coutinho, che dopo una vittoria dell'Atletico Paranaense finì in un tweet del compagno Crislan ("ecco il Balotelli da Baixada", lo stadio di Curitiba) e da allora convive col paragone.
E Victor Andrade, che a 19 anni ha già una bella clausola rescissoria e il solito nomignolo. Invece Val Barreto, punta del Clube do Remo e comparsa del campionato paraense, si è beccato la storpiatura Valotelli. E' in illustre compagnia, dato che l'ultimo avversario degli azzurri, il corpulento centravanti del Fluminense Walter, tra i vari soprannomi si era visto appiccicare quello di Bolotelli, nel senso di bolo, dolce appetitoso.
Il più recente tra i Mario posticci vive e opera a breve distanza dall'originale. A Itaguaì, cittadina portuale alle porte della rodovia per Mangaratiba dove stanno costruendo il primo sommergibile nucleare brasiliano ma anche cercando rilanciare la squadra di calcio, abita il venticinquenne attaccante Felipe Jansen. Poiché di Balotelli ammira tanto lo stile in campo e possiede i minimi requisiti somatici, si è scelto l'inflazionato battesimo.
E adesso, trovandosi a portata del Portobello, vorrebbe tanto conoscere di persona l'idolo. "E' il mio sogno".
D'altronde, con l'originale finalmente sottomano, chiuso in ritiro con annessa Fanny, le molte copie in circolazione si sbizzarriscono. Le parole di Jonathan illustrano le ragioni istintive dell'identificazione. "Io ho voluto il suo nome, e a un certo punto mi ero perfino fatto la cresta bionda, perché credo di somigliargli un po' nel gioco, ma anche perché è un campione e un buon ragazzo, che non ha avuto un'infanzia semplice. Io lo capisco: prima di fare il calciatore ho fatto il muratore e ho lavorato con orari impossibili in un cyber, che da noi è una specie di internet point". Ora l'azzurro più popolare qui, quello con la maglia numero 9 - puntualmente indossata da non pochi tifosi in tutte le partite che la Nazionale di Prandelli, dalla Confederations in poi, ha giocato sul suolo brasiliano - ha l'occasione di ricambiare sul campo tanto affetto. Altro che razzismo. Come si è potuto constatare anche due giorni fa nell'amichevole di Volta Redonda, in Brasile la pelle nera è semmai motivo di ecumenica empatia. Al massimo qualcuno lo ha sfottuto per l'inclinazione a cadere al primo contatto coi giocatori del Fluminense. Levanta-se, Mario. Alzati e fai gol.