Stati Uniti

Stati Uniti verso gli ottavi: effetto Bradley, gioie e dolori

La formazione di Klinsmann, quasi sempre sottovalutata, si avvia a qualificarsi: uno dei suoi simboli è l'ex giallorosso, encomiabile nonostante i suoi limiti per l'equilibrio tattico che riesce a dare alla squadra, ma capace anche di amnesie incredibili, come nel pareggio del Portogallo al 95'
dal nostro inviato ENRICO SISTI

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RIO DE JANEIRO - Jurgen Klinsmann canta l'inno americano. Ormai è uno di loro, come potrebbero esserlo la Sharapova o la Navratilova. Gli Usa hanno un senso del gruppo che non può prescindere dall'identità nazionale, forse perché è un'identità difficile da individuare, è per tradizione la somma di caratteri, colori, sogni diversi. Sono l'unica squadra che ascolta l'inno con lo sguardo rivolto alla bandiera. Bradley è uno dei pilastri di questa squadra compatta e quasi sempre sottovalutata. E' grintoso, Bradley, figlio dell'ex ct, offre una discreta qualità, come sanno i tifosi della Roma (e qualcuno del Chievo magari), spesso non è lucido sotto porta (ieri s'è divorato un gol). Ora gioca a Toronto. Per Bradley si possono spendere parole d'encomio per come sa gestire le sue non eccelse qualità, è lui la "lampadina" (anche per evidenti motivi estetici) del centrocampo di Klinsmann, da lui dipende l'equilibrio tattico del gruppo, che conta su ottimi elementi di quantità, ma a parte la geniale interpretazione del centravanti di Dempsey, con Altidore fuori, non può contare su giocatori particolarmente tecnici o creativi. Se gli Stati Uniti vanno agli ottavi, cosa probabile a questo punto (anche perché la partita con la Germania, con le due squadre a quattro punti, è la classica partita da "biscotto" non dichiarato, basta un pari ad entrambe), sarà anche merito di Michael Bradley, uomo di riferimento per Klinsmann che lo sprona da fuori e luce in campo per Beckerman, Jones, Zusi, Beasley.

Tuttavia Bradley denuncia un limite spaventoso: a volte (non sempre per sua fortuna) non riesce a finire la partita quando l'arbitro fischia, no, la sua finisce qualche secondo prima. E sono spesso secondi sanguinosi. L'effetto Bradley ha colpito ieri gli Stati Uniti: a pochi secondi dalla fine della partita contro il Portogallo Bradley perde una palla assurda, la regala praticamente a Eder, dalla sua temporanea anestesia, che non ha alcuna giustificazione (gli Usa sarebbero andati a 6 punti  eliminando il Portogallo), mentra la squadra non fa in tempo a risistemarsi, scaturirà il 2-2 di Varela. E' già successo. Qualcuno forse, soprattutto fra i tifosi della Roma, ricorderà cosa accade in Roma-Sassuolo 1-1. La Roma (era la Roma del record di vittorie consecutive) stava faticando. Era riuscita ad andare in vantaggio con un'autorete di Longhi, ma non era giornata. La partita comunque sta per finire, mancano veramente una quarantina di secondi alla fine del recupero, palla che viene rilanciata dalla difesa di Garcia verso il centrocampo. Invece di tenere palla, proteggerla, cercare di farsi fare fallo, Bradley prova ad innescare un assurdo contropiede per Florenzi, sbaglia, il Sassuolo ha un'altra occasione, il cross da sinistra, il parapiglia davanti a De Sanctis, il tiro sotto la traversa di Berardi. Non avrebbe vinto lo scudetto con quei tre punti, la Roma, ma da quel giorno non sarebbe stata più la stessa cosa. Effetto Bradley.