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Ma quali campioni
Ci vuole lo schema

Secondo uno studio statistico, nelle fasi finali del Mondiale, aumenta sempre di più il numero delle partite risolte dalla tattica più che dal colpo del fuoriclasse. Una situazione sfruttata al meglio dagli azzurri nel 2006, con il 58% delle reti costruite su azione da palla inattiva
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LONDRA - Di un Mondiale, si dice, è più facile ricordare i giocatori che il gioco. Il Brasile di Pelè o di Ronaldo. L'Argentina di Maradona (vedremo se verrà ricordata un giorno anche quella di Messi). La Francia di Zidane. L'Italia di Baggio (rigore sbagliato a Pasadena compreso). Eppure le azioni individuali, l'estro del campione, il dribbling, la giocata a sorpresa, sono sempre meno determinanti per vincere una competizione del genere. Questa, perlomeno, è la tesi sostenuta da alcuni esperti, che statistiche alla mano dimostrano come il gioco stia cambiando, a favore di schemi rigidamente studiati in allenamento ed eseguiti in partita. Gli schemi di gioco esistono da sempre, certo, e vengono sviluppati in qualunque fase della partita. Ma quelli più importanti, spesso decisivi per le sorti di un incontro, nascono con la palla ferma: con un corner, un calcio di punizione, perfino una rimessa laterale.

Ai Mondiali del 1986, secondo un'anal…
LONDRA - Di un Mondiale, si dice, è più facile ricordare i giocatori che il gioco. Il Brasile di Pelè o di Ronaldo. L'Argentina di Maradona (vedremo se verrà ricordata un giorno anche quella di Messi). La Francia di Zidane. L'Italia di Baggio (rigore sbagliato a Pasadena compreso). Eppure le azioni individuali, l'estro del campione, il dribbling, la giocata a sorpresa, sono sempre meno determinanti per vincere una competizione del genere. Questa, perlomeno, è la tesi sostenuta da alcuni esperti, che statistiche alla mano dimostrano come il gioco stia cambiando, a favore di schemi rigidamente studiati in allenamento ed eseguiti in partita. Gli schemi di gioco esistono da sempre, certo, e vengono sviluppati in qualunque fase della partita. Ma quelli più importanti, spesso decisivi per le sorti di un incontro, nascono con la palla ferma: con un corner, un calcio di punizione, perfino una rimessa laterale.

Ai Mondiali del 1986, secondo un'analisi della Castrol, uno degli sponsor ufficiali dei campionati in Sud Africa, il 28 per cento dei gol furono segnati in questo modo: con uno schema dopo un corner, una punizione, una rimessa in gioco. Ai mondiali del 1990, la percentuale di gol fatti così salì al 33 per cento. A quelli dal 2006 è arrivata al 37,4 per cento. E a quelli che sono in corso nel paese di Mandela la previsione è che arrivi al 40 per cento. Il paese con il record di gol segnati in questa maniera, sempre secondo l'analisi della Castrol, è l'Italia, che proprio ai Mondiali vinti in Germania quattro anni fa avrebbe segnato bel il 58 per cento delle sue reti dopo un'azione iniziata con palla ferma, inclusi ben cinque gol su calcio d'angolo, tra cui il famoso colpo di testa di Materazzi nella finale.

Accurata o meno che sia la statistica, molti concordano che il gioco è cambiato. "Ai mondiali si vedono ancora giocatori capaci di improvvisare, ma tante parte del gioco è schematica, preparata, studiata a tavolino", dice Peter Shilton, ex-portiere dell'Inghilterra, veterano di tre campionati del mondo, intervistato dal Wall Street Journal Europe, che dedica oggi un servizio all'argomento. "Gli schemi sono diventati più sofisticati", continua Shilton. "C'è più pianificazione. Quando una squadra segna su azione iniziata con palla ferma, il 99 per cento delle volte esegue uno schema".

Basta tenere gli occhi su quello che succede in area di rigore durante l'esecuzione di un corner o di una punizione, osserva l'ex-centrocampista dell'Olanda Edgar Davids, oggi un commentatore televisivo ai Mondiali sudafricani. Gli attaccanti sono raggruppati uno vicino all'altro e poi di colpo si muovono tutti insieme, come in un balletto coreografato, il cui obiettivo è creare dei punti deboli nella difesa, per liberare un giocatore in grado di ricevere la palla nella posizione migliore per segnare. E' la routine di qualsiasi azione di basket trasportata nel calcio. "Gli schemi sono diventati più importanti del possesso di palla", dice Davids. "In allenamento si passa il 60 per cento del tempo a provarli".

Il fenomeno vale anche per i campionati nazionale e per le coppe, ma è particolarmente visibile ai mondiali per una ragione specifica, afferma Tony Cottee, un ex-nazionale inglese, ora un commentatore e analista sportivo. A livello di club, i migliori giocatori giocano solo un limitato numero di partite contro squadre che contendono loro il titolo e che sono alla loro altezza. La stragrande maggioranza delle gare sono contro avversari mediocri o comunque meno forti. Ciò significa che campioni come Messi, Rooney o Cristiano Ronaldo hanno in media una trentina di opportunità all'anno di giocare contro difese di scarso valore. Una prospettiva che premia il loro talento individuale: la capacità di inventarre, di dribblare, di improvvisare. Al contrario, i Mondiali sono decisi da sei o sette partite, almeno quattro delle quali, superata la fase iniziale, sono contro le difese più forti del mondo. Nessun difensore, a quel livello e in quelle circostanze, commette errori. Non c'è praticamente spazio per muoversi. Gli schemi diventano allora una chiave cruciale per massimizzare le speranze di vittoria. "E' diventato talmente difficile segnare su azione in movimento oggigiorno", sostiene Cottee, "per cui si punta sempre di più sui corner e sui calci di punizione". Nelle prossime settimane, scopriremo - grazie a Messi, Cristiano Ronaldo, Kakà, Rooney e qualche altro campione - se è proprio vero.