Sud Africa 2010

Vuvuzela e makarapa negli armadi
Il giorno dopo del Sud Africa

Nella malinconica vittoria contro la Francia c'è tutta la tristezza, ma anche la dignità di un popolo che di colpo si è svegliato da un sogno

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JOHANNESBURG - Non sarà un problema riporre negli armadi i makarapa, i cappelli inventati da Alfred Baloyi nel '79, gli elmetti da lavoro con sopra qualunque oggetto, manine, stemmi, elefanti, giraffe, palloni, strutture più complesse, fino alle cento uova di Eggman, forse il più famoso dei tifosi dei Bafana Bafana che parteciparono al Bafana Day di Sandton il 10 giugno, quando tutto doveva ancora iniziare e nessuno voleva pensare a quando e come sarebbe finito. In Sudafrica tutto è grande, tutto è abbastanza capiente. Strade, terreni colti e incolti, stadi, animali, storia, passato, presente futuro. E armadi. La vuvuzela più grande mai apparsa sulla scena misurava 37 metri e il suo suonatore è stato costretto dalla polizia a rimetterla in garage: "Non c'entra!". "Smontala!". L'ha smontata.

Grande è anche lo stile. C'è un'infinita dignità nel modo in cui un intero popolo sta accettando la pur prevedibile sconfitta. L'unica incertezza, l'unico elemento di divisione, riguardava il quando. Una nazione che abbassa lo sguardo per timidezza e poi con fierezza ammette di aver creduto a una favola che somigliava così tanto alla realtà da poterla quasi toccare, perché era fatta di carne, ossa, treccine, scarpini, sudore: "Siamo usciti da grande squadra!". Sono veramente crazy for football. Escono libri che illustrano le radici del pallone a Soweto: "La nostra storia è antica quanto la vostra". Si vedono i festeggiamenti fra le tribune della prima versione del Soccer City, cinquant'anni fa. Non si vogliono sentire gli ultimi arrivati.

Al Sudafrica è stata fatale la dodicesima notte. Mentre il sole tramontava su Bloemfontein la squadra di Parreira batteva la Francia ma usciva dal mondiale perché Malouda la colpiva al cuore quando i Bafana erano a caccia del terzo gol e dall'altra parte, a Rustenburg, l'Uruguay non si dannava l'anima per raddoppiare contro il Messico. E' il primo paese ospitante che esce ai gironi nella storia dei mondiali. E forse sarà anche l'unica squadra con giocatori che non avranno mercato perché non sono dei fenomeni, non sono granché appetibili e quei pochi che potrebbero interessare già hanno trovato casa in Inghilterra (Pienaar) e in Olanda (Parker). Sibaya gioca addirittura nel Rubin Kazan (non ha giocato contro l'Inter in Champions). Uniche eccezioni: Tshabalala e Mphela. Tuttavia qui i record che contano sono altri, tutti positivi. Il ct Parreira è commosso, piange lacrime da vincitore: "Sono così felice per essere qui, anche se siamo fuori e c'è mancato poco che restassimo dentro". Dove altro si potrebbe ascoltare? Non rimarrà probabilmente. Ma non perché l'ex stella Radebe ne aveva chiesto la testa suggerendo di sostiturlo con un ct sudafricano, né per le accuse di aver sbagliato ad allontanare dalla squadra Benni McCarthy ("era troppo grasso") e a non aver preso in considerazione Nasief Morris (che gioca nel Racing Santander). "E' perché ai sogni non bisogna chiedere troppo". Magari Mandela lo convincerà a restare per la Coppa d'Africa 2012, che si svolgerà nei futuribili stadi di Gabon e Guinea Equatoriale.

I manifesti, gli spot, le speranze. Per tutto c'è un senso capovolto. Il bimbo che grida "ke nako!" portandosi la mano alla bocca in una savana color tramonto, "è tempo!" si può facilmente rovesciare contro i suoi creatori. Tempo di andare, di fare spazio a chi in campo non ha Tshabalala o Khumalo ma Messi e Ronaldo: "Tempo che il Sudafrica si ricordi di essere soltanto la 83ª squadra del ranking Fifa", ammette un giornalista del "Sowetian", dopo aver pianto però. Il colore giallo della maglie che aveva trasformato il paese in uno sterminato campo di girasoli rivolti verso la luce, inizia a sciogliersi per le strade creando rivoli dorati, dorati ricordi: "Quante emozioni", dicono i tifosi. Se dovessero fare una graduatoria: "Il gol di Tshabalala contro il Messico, il Bafana Day, bella come una marcia della pace, la rete della speranza di ieri, il 2-0 segnato da Mphela, l'emozione generale di essere un po' il centro del mondo". Ma ora sarà più difficile. Anche gestire le emozioni. Anche la semplice logistica. Ci sono ancora venti giorni da vivere. Alla Fifa sarebbe decisamente convenuto (senza offesa per nessuno) un ottavo Sudafrica-Argentina. Ma non si può voler tutto, i soldi e le partite desiderate.

Due Bafana Day diversi. Quello d'apertura, con il corteo e l'espressione pubblica della gioia. Quello dell'addio, con un composto magone e con la certezza di aver fatto la cosa giusta: "Eroici". La parola che in Italia venne usata per salutare la vittoria mondiale dell'82 qui serve per osannare i "glory boys" che escono "walking tall", a testa alta: "Trenta milioni attaccati alla tv per disperarsi di felicità. Orgogliosi". Al Fan Fest di Durban, il più grande del mondo, erano arrivate 250 mila persone: "I Bafana ci hanno uniti!", dice Victoria, calciatrice della nazionale di calcio femminile le Bayana- Bayana.

Il presidente Zuma: "Il nostro è un happy end". Nel villaggio dei sogni il giorno dopo è sempre domenica. Aspetti aspetti e la gioia non arriva mai . Vorresti arrivare in fondo e invece sei costretto a fare le valigie. Pensi che sia una grande festa e invece resti a bocca asciutta. Ma per fortuna degli abitanti del villaggio innamorato il loro sabato è durato un mese.