A Cesare Prandelli, allenatore che spero riesca a portare alla guida della nazionale quel buon senso che lo ha fatto amare molto ovunque è andato, vorrei chiedere, per il momento, una cosa sola. E non quella di portare Cassano e Balotelli subito in azzurro: non si può ridurre la crisi dell'Italia unicamente a questi due nomi, come se la loro assenza dall'ultimo disastroso mondiale possa riassumere da sola tutto ciò che ci è mancato o che piuttosto abbiamo perduto. Quanto quella di restituire la nazionale alla gente, farla sentire una squadra di tutti, moderna, giovane e aperta come lo dovrebbe essere questo paese, e non gestirla - come si dice col luogo comune - come un club, e quindi accumulando animosità, veleni e risentimenti tipici del nostro calcio. Credo che uno degli errori principali di Lippi - e nemmeno il solo purtroppo - sia stato questo: mettere la nazionale su un piedistallo (lui compreso) e isolarla dal mondo reale (compreso il resto del calcio italiano). E altrettanto grave è stata la colpa del presidente della Federcalcio, Abete, che negli ultimi due anni la gestione della nazionale si è fatto letteralmente scippare. Si è fatto miracolosamente attraversare dall'esplosione azzurra senza subire nemmeno un graffio. Niente dimissioni: in questo noi italiani (Capello compreso) siamo ancora campioni del mondo.
Prima di parlare di obbiettivi - che è anche giusto che siano fissati però, e la qualificazione agli Europei, per quanto difficile, è il minimo - credo che la nazionale di Cesare Prandelli debba ricominciare dai fondamentali: rinnovare, ringiovanire, giocare bene, divertire, fare da esempio e trainare il movimento. E vincere ovviamente: non esiste sport che possa prescindere da questo. E se se si potesse evitare di fare i duri e gli antipatici per contratto, i simpatici toh non mi vergogno a dirlo, sarebbe pure una boccata d'ossigeno.
Che il nostro sia un calcio malato - in crisi economica, dominato dagli stranieri, schiavo dei club, vecchio - lo sappiamo da anni. In Sud Africa abbiamo perso "anche" per quello, ma non "solo" per quello. In Sud Africa ci hanno sbattuto giù malamente da quel piedistallo di presunzione e di intoccabilità su cui la nazionale era salita. Ricostruiamo tutto, ma non quel piedistallo.
Prima di parlare di obbiettivi - che è anche giusto che siano fissati però, e la qualificazione agli Europei, per quanto difficile, è il minimo - credo che la nazionale di Cesare Prandelli debba ricominciare dai fondamentali: rinnovare, ringiovanire, giocare bene, divertire, fare da esempio e trainare il movimento. E vincere ovviamente: non esiste sport che possa prescindere da questo. E se se si potesse evitare di fare i duri e gli antipatici per contratto, i simpatici toh non mi vergogno a dirlo, sarebbe pure una boccata d'ossigeno.
Che il nostro sia un calcio malato - in crisi economica, dominato dagli stranieri, schiavo dei club, vecchio - lo sappiamo da anni. In Sud Africa abbiamo perso "anche" per quello, ma non "solo" per quello. In Sud Africa ci hanno sbattuto giù malamente da quel piedistallo di presunzione e di intoccabilità su cui la nazionale era salita. Ricostruiamo tutto, ma non quel piedistallo.