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Dunga fa l'europeo
"Regole, non solo show"

La vigilia della Seleçao, protagonista come sempre. Ma pronta a cambiare mentalità per non deludere ancora. Il ct già nel mirino perché esalta la difesa

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JOHANNESBURG - Dentro questa magnifica maglia numero 10 color pepita, con i bordini color di prato, ci sono 190 milioni di cuori impazziti e otto bottiglie di plastica. Gigantesca scatola d'anime, la casacca "verde-amarela" (vale a dire verdegialla, ma noi siamo più poetici e la chiamiamo verdeoro) è la bandiera del Brasile, è la buccia di Kakà ed è una risposta mondiale all'inquinamento, perché per fabbricarla hanno usato il riciclaggio del pvc. Ma è soprattutto il segno dei campioni del mondo ad honorem, dei custodi della bellezza, dei leggendari scrittori della storia. E per scriverla a volte basta un monosillabo, meglio se accentato: Pelè, Vavà, Didì, Kakà. "Noi siamo i favoriti per il fatto stesso che esistiamo", proclama il portiere Julio Cesar. Al quale un buontempone ha detto: ehi, Julio, non ti pare che la Spagna assomigli al Brasile del 1970? E lui, con la faccia marmorizzata dallo sbigottimento, ma di più dall'offesa: "È uno scherzo, vero?".

Il Brasile ha il dovere della grandezza, e stavolta la vuole raggiungere sporcandosi mani e piedi, rotolandosi nell'erba grama dei badilanti e degli scarponi, non solo svolazzando nell'aria rarefatta dei colibrì e degli angeli. "Siamo brasiliani ma siamo anche europei", conferma infatti Carlos Caetano Bledorn Verri che poi sarebbe Dunga, "il cucciolo", così lo aveva battezzato la buonanima di Romeo Anconetani quando andò a scovarlo per il suo Pisa. Un cucciolo che nel '94 morse la coppa del mondo, togliendola al buddista svirgolatore Baggio. Una vita da mediano, eccetera. "In una squadra, l'equilibrio difensivo è quasi tutto", che è verità sacrosanta, però se la teorizza l'allenatore del Brasile partono 190 milioni di cuori in aritmia emotiva.

Dimenticarsi, dunque, il futbol bailado, i tocchetti e i ghirigori barocchi. Con il blocco difensivo dell'Inter (Julio Cesar, Maicon e Lucio) e una robusta blindatura di centrocampo (c'è pure l'inquietante Felipe Melo), senza Pato, Ronaldinho e Adriano ma con Luìs Fabiano e Robinho davanti, e soprattutto con il sacro 10 di Kakà, il Brasile vuol'essere ghisa più che platino. Per riuscirci, restano a casa anche i vizi d'artista, tipo ubriacarsi come cocuzze in ritiro: cena alle 19 e nanna alle 23, con Dunga che controlla tutte le camere come faceva il Trap alla Juve, spalancando se è il caso la porta. Nel 2006 in Germania, spesso i signori dell'arabesco rientravano in hotel zigzagando, ed erano le onde dell'alcol e non del dribbling. Infatti Zizou se li mangiò in un boccone, prima di farsi fregare dal provocatore azzurro.

"Appoggio il nostro citì, senza alcun dubbio!", giura il presidente Lula che anche stavolta, dopo il mondiale, se la vedrà con le elezioni. Ma esporsi così è un rischio, visto che non pochi commentatori già chiamano "burro" Dunga, cioè asino: l'identico soprannome che spettò a Carlos Alberto Parreira, tecnico inviso, nume tutelare del cucciolo da combattimento. Anche Felipe Scolari, il mitico zio Filippone, si prese dell'asino prima di vincere la finale giapponese del 2002, e sempre per il solito motivo: troppa difesa, poca bellezza.

L'ultima uscita della Seleçao, in Tanzania (5-1), ha confortato i 190 milioni di cuori, anche perché Kakà ha giocato novanta minuti e ha pure segnato un gol con il petto, che del cuore è il contenitore. "Sto bene, solo mi sento un po' frenato", confessa la stella del Real Madrid che nel "girone di ferro" se la vedrà con il compagno di squadra Cristiano Ronaldo, con i misteriosi nord-coreani da corsa (debutto il 15 giugno a Ellis Park, lo stadio dove il rugby, Mandela e Clint Eastwood fecero la storia) e con la Costa d'Avorio. Inizio indigesto per i campioni per forza, per i fenomeni a prescindere. "Siamo i più forti, e io prego perché nessuno si faccia male" è la certezza mistica di Lucio. Le orazioni dell'interista hanno in effetti preservato finora i suoi preziosi compagni, per abbattersi come mannaia sul povero Drogba (ma tenterà il recupero in extremis) e sull'ancor più sventurato Nani, il portoghese che ieri è stato tagliato definitivamente. In attesa di capire se Lucio stia pregando oppure gufando, Dunga aspetta il completo recupero dei suoi malatini (Kakà e Julio Cesar), mentre quasi tutte le nazionali stanno perdendo pezzi da novanta. Non riciclabili né riutilizzabili, a differenza delle bottiglie.