Olanda

Van Persie il 'rompiscatole'
Ma il ct punta su di lui

L'attaccante orange ha sempre avuto un carattere difficile, e anche ai mondiali critica l'allenatore e polemizza sulle sostituzioni. Van Marwijk lo trattiene ma continua a farlo giocare: segno che ai talenti è comunque difficile rinunciare

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JOHANNESBURG - Robin Van Persie non è esattamente un uomo squadra. Non lo è mai stato. Pensa a se stesso, poi al gruppo. O meglio: ci prova pure, con tutte le sue forze, a riciclarsi come uomo spogliatoio, ma proprio non gli riesce, è più forte di lui. Del resto Van Persie ha cuore e talento d'artista. E' figlio di una pittrice e di uno scultore, fin da bambino ha vissuto un certo clima, stava anche per intraprendere il cammino dell'arte poi il pallone è stato più forte di lui. Individualista nell'anima, e non è che sia sempre un problema: i suoi colpi da geniaccio hanno spesso risolto i guai dell'Arsenal, il suo club, e dell'Olanda, la sua nazionale. Solo che ogni tanto il demone si impossessa di lui. Soprattutto in questo Mondiale, in cui è chiamato a giocare in un ruolo che non sente suo, quello di centravanti (lui nasce come ala sinistra).

Come l'altro giorno, verso la fine di Olanda-Slovacchia. Il ct Van Marwijk lo sostituisce negli ultimi minuti per inserire Huntelaar, ma lui non è d'accordo, esce dal campo chiaramente di malavoglia, poi una tv olandese ruba il suo labiale: "Doveva uscire Sneijder, non io". Allarme rosso: alla vigilia di un quarto di finale, per giunta contro il Brasile, certe cose fanno male al gruppo. Anche se Van Persie nega: "Mai detto quelle cose, se le sono inventate i giornalisti". Van Marwijk conosce il suo pollo e all'istante convoca una riunione, anzi due. Poi riferisce alla stampa: "Ho parlato prima con Huntelaar e Van Persie, poi col resto della squadra. Ognuno può esprimere la propria opinione ma non voglio problemi di ego nella mia squadra". Più facile dirlo, che realizzarlo, quando c'è di mezzo Van Persie. Uno che già prima del Mondiale aveva rilasciato un'intervista facendo incavolare più di un compagno: "L'attacco ideale dell'Olanda? Van der Vaart, Sneijder, Robben e Van Persie", col risultato che Kuyt se l'è presa assai, almeno quanto Huntelaar. Due anni prima, agli Europei, Van Persie era entrato in rotta ancora con Sneijder, e i due erano arrivati a litigare di brutto, per un motivo molto semplice: dovevano decidere chi dei due fosse il rigorista.

E' sempre stato un mattocchio, Van Persie, fin da ragazzino. Sempre ribelle. Già a 18 anni, al Feyenoord. Il bello è che il suo allenatore era proprio Van Marwijk, l'attuale ct, che un giorno esplose davanti ai giornalisti: "Guardate, il ragazzo è bravo, è pieno di qualità. Ma ha un carattere impossibile. Non considera il calcio un gioco di squadra, ma solo qualcosa di individuale. Così ha un comportamento che rende impossibile la sua permanenza in prima squadra. Giocherà tra le riserve fino a quando non decideremo diversamente". E' un Feyenoord di ottimo livello, nel 2002 vince la Coppa Uefa. E proprio alla vigilia della Supercoppa europea 2002, contro il Real Madrid, il diciannovenne Van Persie ne combina un'altra: durante una partita del campionato olandese parte dalla panchina, poi gli viene detto di scaldarsi, ma mentre si scalda guardava fisso verso l'allenatore, compie gesti provocatori, lo sfida palesemente mostrando scarso entusiasmo nel riscaldamento, insomma lo prende in giro. Van Marwijk decide su due piedi: "Tu col Real Madrid non vieni neanche convocato", e così accade. Alla fine della stagione 2003-2004, dopo due anni di liti, Van Persie lascia il Feyenoord per l'Arsenal, proprio a causa del pessimo rapporto con l'allenatore.

Che però, ed è questo il lato interessante della storia, nel 2008 prende in mano la nazionale e su Van Persie continua a contare. Anche a costo di farlo giocare in un ruolo non suo, da centravanti anziché da ala. Pur di averlo in campo. Nonostante tutto. Anche se ogni tanto è costretto a bacchettarlo, a blandirlo, a punirlo quando serve. Si vede che i rompiscatole, a Bert Van Marwijk, non fanno paura, non li teme, non si spaventa della loro personalità. Bada al sodo, il ct, cioè alla bravura, al talento, anche se c'è bisogno di disciplinarlo. E se qualche altro ct, magari italiano, magari viareggino, avesse fatto come Van Marwijk? Dove sarebbe, ora, l'Italia del calcio? In vacanza oppure qui, in Sudafrica, a giocarsi ancora un Mondiale con i suoi geniacci in squadra?