JOHANNESBURG - Il freddo e l'Honduras diventano un problema nazionale e una combinazione mortale se la Spagna che li affronta teme di non aver abbastanza cappotti e autostima: "Più grande è la squadra, più dolorose le cadute". Dietro l'immensa comprensione paterna di Del Bosque per i suoi ragazzi che dal tepore di Durban sbattono contro l'inverno di Johannesburg, si nasconde minacciosa una scomoda verità, da farci sopra un film: la Svizzera ha dimostrato che in un attimo i sublimi pregi della Spagna possono trasformarsi in sostanziali difetti. E la sua bellezza trasmutare in noia: "Noi però non cambiamo filosofia. Anche perché ne conosciamo una sola". Il divertimento per arrivare al concreto, la qualità per strappare i punti.
Più di qualunque Brasile d'annata, la Spagna immagina un mondo che forse non c'è più: quelli che stanno alla finestra ad ammirare le giocate dei più bravi. Nonostante le ampie rassicurazioni su modulo e approccio mentale ("vedrete che non ci perderemo, siamo una grande squadra", ha bacchettato Torres) qualcuno nel ritiro di Potchesftroom non è più convinto come una settimana fa che il gioco sia quello previsto a tavolino e gli equilibri siano quelli che la storia tramanda. Non ci né piccole né grandi e ogni partita fa storia a sé. Del resto se bastano i pur nobili, ma non immensi, Grichting e Von Bergen per mandare in tilt una gioiosa macchina da spettacolo vuol dire che è vero quello che si dice: che i titoli pregressi non contano. Mentre Xavi e Xabi Alonso continuavano a cercare un varco, a voler sfondare il muro con una forchetta di plastica, ciò che veniva in mente non era la nazionale campione d'Europa ma un pendolo dentro il negozio di un orologiaio: "Qualcosa cambieremo - concede Del Bosque - ma non mi pare il caso di procedere a rivoluzioni". Lui un po' è contento e un po' no.
Domani sera però il ct dovrà provvedere con ogni mezzo che all'Ellis Park la dolce visione del "tutto è possibile con i piedi buoni", tanto amata dal barone Liedholm e da Fulvio Bernardini, venga affiancata da una rabbia agonistica e da una velocità d'esecuzione che la Spagna non ha ancora mostrato, forse ritenendole d'istinto una volgare e anti-estetica appendice. Si dice che in fase di preparazione potrebbero aver deliberatamente scelto di rischiare di cominciare con le gambe pesanti, senza brillantezza, come se la fase a giorni fosse una formalità. Ma in questo caso la Spagna avrebbe fatto lo stesso errore di Italia, Olanda e Inghilterra. La non-rivoluzione di Del Bosque potrebbe circoscriversi al risparmiare Iniesta per il Cile (era uscito per una botta contro la Svizzera) e proporre un 4-3-3 con davanti Silva, Torres e Villa. Ma c'è anche un'ipotesi Fabregas. L'Honduras, a modo suo, preoccupa: "E' una squadra di stampo sudamericano, ha carattere". Se poi Del Bosque aggiunge "e tecnicamente non è affatto male", vuol dire che un po' di paura finalmente è arrivata anche tra i gli incontaminati abitanti dell'ex paradiso.
Più di qualunque Brasile d'annata, la Spagna immagina un mondo che forse non c'è più: quelli che stanno alla finestra ad ammirare le giocate dei più bravi. Nonostante le ampie rassicurazioni su modulo e approccio mentale ("vedrete che non ci perderemo, siamo una grande squadra", ha bacchettato Torres) qualcuno nel ritiro di Potchesftroom non è più convinto come una settimana fa che il gioco sia quello previsto a tavolino e gli equilibri siano quelli che la storia tramanda. Non ci né piccole né grandi e ogni partita fa storia a sé. Del resto se bastano i pur nobili, ma non immensi, Grichting e Von Bergen per mandare in tilt una gioiosa macchina da spettacolo vuol dire che è vero quello che si dice: che i titoli pregressi non contano. Mentre Xavi e Xabi Alonso continuavano a cercare un varco, a voler sfondare il muro con una forchetta di plastica, ciò che veniva in mente non era la nazionale campione d'Europa ma un pendolo dentro il negozio di un orologiaio: "Qualcosa cambieremo - concede Del Bosque - ma non mi pare il caso di procedere a rivoluzioni". Lui un po' è contento e un po' no.
Domani sera però il ct dovrà provvedere con ogni mezzo che all'Ellis Park la dolce visione del "tutto è possibile con i piedi buoni", tanto amata dal barone Liedholm e da Fulvio Bernardini, venga affiancata da una rabbia agonistica e da una velocità d'esecuzione che la Spagna non ha ancora mostrato, forse ritenendole d'istinto una volgare e anti-estetica appendice. Si dice che in fase di preparazione potrebbero aver deliberatamente scelto di rischiare di cominciare con le gambe pesanti, senza brillantezza, come se la fase a giorni fosse una formalità. Ma in questo caso la Spagna avrebbe fatto lo stesso errore di Italia, Olanda e Inghilterra. La non-rivoluzione di Del Bosque potrebbe circoscriversi al risparmiare Iniesta per il Cile (era uscito per una botta contro la Svizzera) e proporre un 4-3-3 con davanti Silva, Torres e Villa. Ma c'è anche un'ipotesi Fabregas. L'Honduras, a modo suo, preoccupa: "E' una squadra di stampo sudamericano, ha carattere". Se poi Del Bosque aggiunge "e tecnicamente non è affatto male", vuol dire che un po' di paura finalmente è arrivata anche tra i gli incontaminati abitanti dell'ex paradiso.