Non ci pare vero di essere arrivati a Muynak, in Uzbekistan, sul grande Lago d'Aral. Ma qualcosa non torna, perché della prosperità del maestoso porto dove dovremmo trovarci e del grande bacino d'acqua non c'è traccia.
Così mi rendo conto che avrei dovuto studiare meglio geografia alle elementari, visto che dagli anni '60 il lago vecchio di cinque milioni di anni, è diventato una pozza, causa la deviazione di tutti i suoi immissari per destinare l'acqua ai campi vicini. Da allora sul lago di Aral, a differenza di quanto avviene in ogni parte del mondo, la marea non sarebbe più risalita.
Come se non bastasse, le pianure intorno sono state irrorate di pesanti pesticidi, mentre un'isoletta - che oramai il prosciugamento del lago ha riunito alla terraferma - è stata impiegata per testare le armi biologiche dell'Unione Sovietica.
Si parla molto di progetti di ripristino del Lago, ma non sembra esserci, da parte dell'Uzbekistan e della Comunità Internazionale, né la volontà, né la forza politica e soprattutto economica per realizzarli.
Oggi guidare su quello che un tempo era il fondale di un bacino profondo 30 metri è un'esperienza difficile da spiegare, resa lugubre dagli scheletri arrugginiti dei pescherecci arenati per sempre.
I conti li pagano i pescatori, la gente che viveva sulle rive del bacino: "Il lago si è portato via tutta la vita - dice Usupov, che vive qui- ma la natura ha fatto il Lago milioni di anni fa, e solo la natura può restituircelo."
Sembra impossibile che queste persone siano all'oscuro dei progetti d'irrigazione dell'Unione Sovietica, ma è un angolo di mondo talmente remoto, che nessuno si è mai preoccupato di far arrivare le comunicazioni fin quaggiù. Ad ogni modo, mentre Usupov torna a fare fatica nella minuscola pozza inquinata, non ho il coraggio di dirgli che la natura non ha nulla a che vedere con i suoi problemi.
Così mi rendo conto che avrei dovuto studiare meglio geografia alle elementari, visto che dagli anni '60 il lago vecchio di cinque milioni di anni, è diventato una pozza, causa la deviazione di tutti i suoi immissari per destinare l'acqua ai campi vicini. Da allora sul lago di Aral, a differenza di quanto avviene in ogni parte del mondo, la marea non sarebbe più risalita.
Come se non bastasse, le pianure intorno sono state irrorate di pesanti pesticidi, mentre un'isoletta - che oramai il prosciugamento del lago ha riunito alla terraferma - è stata impiegata per testare le armi biologiche dell'Unione Sovietica.
Si parla molto di progetti di ripristino del Lago, ma non sembra esserci, da parte dell'Uzbekistan e della Comunità Internazionale, né la volontà, né la forza politica e soprattutto economica per realizzarli.
Oggi guidare su quello che un tempo era il fondale di un bacino profondo 30 metri è un'esperienza difficile da spiegare, resa lugubre dagli scheletri arrugginiti dei pescherecci arenati per sempre.
I conti li pagano i pescatori, la gente che viveva sulle rive del bacino: "Il lago si è portato via tutta la vita - dice Usupov, che vive qui- ma la natura ha fatto il Lago milioni di anni fa, e solo la natura può restituircelo."
Sembra impossibile che queste persone siano all'oscuro dei progetti d'irrigazione dell'Unione Sovietica, ma è un angolo di mondo talmente remoto, che nessuno si è mai preoccupato di far arrivare le comunicazioni fin quaggiù. Ad ogni modo, mentre Usupov torna a fare fatica nella minuscola pozza inquinata, non ho il coraggio di dirgli che la natura non ha nulla a che vedere con i suoi problemi.