È un bel periodo per l’automobile. Un periodo molto interessante indipendentemente da qualsiasi valutazione di mercato e finanziaria, perché al di là del business si ha la netta percezione di vivere un momento di grande evoluzione e del modo di viverla. Sono in corso autentiche prove di cambiamento, nelle quali si incrociano temi come l’ambiente, la sicurezza, la mobilità condivisa, la guida autonoma. Come se di colpo l’automobile come l’abbiamo vista e utilizzata per oltre un secolo fosse diventata qualcosa di obsoleto, da aggiornare o addirittura “ripensare”. Le grandi manifestazioni, come il recente Mondial de l’Automobile di Parigi, sono un’occasione privilegiata per tastare il polso dell’ambiente e di tutto quanto lo riguarda o, nel caso, mettere in discussione queste stesse manifestazioni.
Qualcuno l’ha fatto, come Ford, Volvo, Mazda, Lamborghini, Bentley o Rolls Royce, per citare i grandi assenti all’appuntamento francese, secondo un principio, non più così rivoluzionario, che i saloni non sono un obbligo ma una scelta calcolata da valutare volta per volta. E’ infatti sotto gli occhi di tutti che i mezzi e i metodi della comunicazione automobilistica non sono più quelli “istituzionali” del passato ma si perdono nei tanti rivoli dei “new media” e della rete; di conseguenza sono tanti i protagonisti che di questi tempi preferiscono sperimentare il “digital” e il “social” piuttosto che continuare a investire sui canali tradizionali. L’altro aspetto è quello delle automobili stesse, anche queste soggette a un rapido ed evidente cambiamento di cui sono testimonianze la presenza insolitamente numerosa di prototipi di tutti i tipi e la chiara prevalenza di novità “alternative” a propulsione elettrica o ibrida rispetto alle motorizzazioni tradizionali.
Questa “maggioranza silenziosa”, ancorché largamente minoritaria sul mercato, stimola qualche riflessione sul perché tutti i costruttori puntino i riflettori su tecnologie che oggi come oggi non sono al cuore del business; c’è la considerazione che le soluzioni alternative sono viste da tutti come la prospettiva ineluttabile e, già oggi, come il modo per presentarsi al mondo dei critici con i crismi della modernità, dello scrupolo ambientale e la dimostrazione che l’industria è impegnata a guardare lontano. Quanto lontano non è ancora chiaro e al momento la tendenza non sembra influenzare più di tanto le strategie produttive di massa. Basta osservare che anche il colosso Volkswagen, che sul futuro elettrico ha deciso di giocarsi la reputazione, ha annunciato che produrrà un milione di vetture elettriche nel 2025, cosa che, per un megagruppo che è ben oltre i dieci milioni di produzione totale, non sembra proprio una rivoluzione radicale.
Comunque gli investimenti sono ingenti da parte di quasi tutti, almeno per quelli che tengono a una posizione di avanguardia, e in proposito una vecchia volpe come Giorgetto Giugiaro suggerisce una giustificazione sicuramente calzante. «Tutti guardano alla Cina che è il più grande mercato mondiale e quello più apertamente orientato allo sviluppo dell’auto elettrica e in questa prospettiva i grandi costruttori devono spingere per la realizzazione di modelli adeguati o anche soltanto per diventare fornitori di queste tecnologie ». Intanto il vecchio motore a combustione interna resiste e molto probabilmente resisterà ancora per parecchio tempo.
Numeri alla mano anche il vituperato diesel non sembra aver risentito molto della crisi innescata dal caso Volkswagen e mantiene le sue posizioni, forte nei mercati europei e debole per non dire marginale negli Usa e in Giappone, come sempre. Insomma una situazione che non giustifica preoccupazioni sull’immediato futuro del vecchio motore e dalla Bmw, che le strade alternative le percorre tutte, arriva una sintesi da parte di Ian Robertson, membro del board e responsabile per le vendite e il marketing: «Lo sviluppo della mobilità elettrica è strettamente legato alle politiche di incentivazione e allo sviluppo delle infrastrutture; le tecnologie sono disponibili quindi la diffusione può essere anche rapidissima, a seconda delle condizioni nei diversi Paesi». C’è poi la questione “guida autonoma” che al Salone di Parigi è parsa non così enfatizzata; conseguenza dell’estate nera degli incidenti capitati alle auto “senza pilota” e delle riflessioni conseguenti.
In generale sono emersi i primi distinguo fra “autonomous driving”, “piloted driving”, “automated driving”, “assisted driving”, “self driving”e così via, ristabilendo una scala progressiva di funzionalità, dopo che l’entusiasmo iniziale aveva fatto immaginare un rapido salto nel futuro. L’argomento, cavalcato con disinvoltura e utilizzato talvolta come strumento per far parlare di sé, comincia a far emergere le sue spaventose complessità e i tempi lunghi in un mondo nel quale non sono uniformate nemmeno le righe per terra o il lato della strada dove stare.