GEMONA - Sotto un acquazzone che sembra proprio di stare a Londra, Blade Runner stende il suo asciugamano sulla pista zuppa, ci si siede sopra e si prepara per l'allenamento. Sfila le protesi che usa nella vita di tutti i giorni, poi calza le lame. Prima la destra, poi la sinistra. Anzi: prima infila il supporto per farle aderire bene al ginocchio, poi inforca le blades, le lame di carbonio della discordia. Le fissa con uno strattone e poco dopo è in piedi, accenna uno scatto. Poi stretching, poi le partenze dai blocchi, poi le ripetute da 200 metri: il silenzio è rotto dallo scalpiccio delle lame sulla pista, mentre dalle Alpi Giulie arrivano altri nuvoloni gonfi d'acqua. E' l'allenamento di Oscar Pistorius a Gemona del Friuli, il suo buen retiro, a meno di tre settimane dall'esordio ai Giochi: il 4 agosto batterie dei 400, il 5 la semifinale, il 6 la finale dei sogni. C'è il suo allenatore Ampie Louw, che però non lo seguirà a Londra. C'è la stampa internazionale, i suoi sponsor (compresa la Ossur che produce le sue protesi, le Cheetah), l'autobiografia aggiornata di recente (Dream Runner di Gianni Merlo, Bur). Sono i giorni di Pistorius, del suo sorriso gentile e buono, del suo fisico asciugatissimo (oltre dieci chili in meno), dell'Italia che lo accoglie da anni. Il campione paralimpico finalmente gareggia alle Olimpiadi dei "normali", anche se lui è il più fenomenale testimonial di un'altra idea: "Sono le abilità a renderci abili, e non le disabilità a renderci disabili".
Vale a dire, Pistorius?
"Credo che negli ultimi anni, proprio grazie allo sport e al messaggio delle Paralimpiadi, la gente abbia cominciato a capire che la disabilità è una condizione che può non preoccupare, o non limitare una persona. Con una disabilità si può vivere normalmente, basta volerlo. Tutti abbiamo qualche disabilità: c'è chi ha un problema nel fisico, chi ce l'ha mentale. Ma l'importante è accettarlo, conviverci e regolarsi di conseguenza. Perché a una disabilità corrispondono migliaia di altre abilità, e il nostro compito è metterle a frutto. Io non ho le gambe? Eppure corro, e vivo normalmente, e gareggio alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi".
Lei si allena da anni in Italia: perché l'Italia?
"E' un paese speciale, cui sono legato per tante cose. Una mia bisnonna era italiana. Da bambino sono diventato tifoso della Lazio e lo sono tuttora. A Roma, nel 2007, ho corso la mia prima gara internazionale al Golden Gala, e a Lignano lo scorso anno ho ottenuto il mio tempo migliore, 45"07. Qui c'è un ambiente ideale per vivere e per allenarsi: ho feeling con le persone, avverto grande passione in tutti, sono tranquillo, mi concentro ".
Inutile dire che l'ammissione ai Giochi dello scorso 4 luglio...
"...è un sogno che si è avverato. Cinque anni di lavoro, mio e dello staff che mi segue. Non avete idea degli sforzi. Essere a Londra sarà un'esperienza formidabile. Non sento la pressione, anzi sono euforico: la pressione la sentivo quando dove fare il tempo per qualificarmi, non adesso".
Qual è l'obiettivo per Londra?
"Non sarebbe male arrivare in semifinale, come un anno fa ai Mondiali, magari migliorando il mio personale. Poi è chiaro che il sogno è un altro: entrare in finale, essere tra i migliori del mondo in assoluto. Chissà. E non dimentichiamo la staffetta 4x400: lo scorso anno fu una grossa delusione non partecipare alla finale dei Mondiali dopo essermela guadagnata come primo frazionista: una scelta che ancora non ho capito, ero il secondo più veloce tra i miei compagni".
Le polemiche sono dimenticate? Sono tutti convinti che le sue protesi non le offrano un vantaggio indebito in gara?
"Certe cose non le ho mai sentite dire dai miei avversari. Poi può anche accadere che una o due persone ogni cento abbiano idee diverse, ma nella vita ho capito che non posso perdere tempo a convincere tutti, a occuparmi di voci, sussurri o malignità. Io devo pensare solo a correre veloce. Del resto è scientificamente dimostrato che le mie protesi non danno vantaggi, punto".
Invece la pioggia potrebbe svantaggiarla, vero?
"A nessun velocista piace la pioggia. Lo scorso anno sono arrivato quarto in una gara sotto un nubifragio, mentre in altre gare sotto l'acquazzone ho visto gente squalificata perché non vedeva bene le corsie e invadeva... Sotto la pioggia non conta la disabilità".
Come non conta nel resto, giusto?
"Esatto. Il segreto è pensarla così, tutti i giorni".
Vale a dire, Pistorius?
"Credo che negli ultimi anni, proprio grazie allo sport e al messaggio delle Paralimpiadi, la gente abbia cominciato a capire che la disabilità è una condizione che può non preoccupare, o non limitare una persona. Con una disabilità si può vivere normalmente, basta volerlo. Tutti abbiamo qualche disabilità: c'è chi ha un problema nel fisico, chi ce l'ha mentale. Ma l'importante è accettarlo, conviverci e regolarsi di conseguenza. Perché a una disabilità corrispondono migliaia di altre abilità, e il nostro compito è metterle a frutto. Io non ho le gambe? Eppure corro, e vivo normalmente, e gareggio alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi".
Lei si allena da anni in Italia: perché l'Italia?
"E' un paese speciale, cui sono legato per tante cose. Una mia bisnonna era italiana. Da bambino sono diventato tifoso della Lazio e lo sono tuttora. A Roma, nel 2007, ho corso la mia prima gara internazionale al Golden Gala, e a Lignano lo scorso anno ho ottenuto il mio tempo migliore, 45"07. Qui c'è un ambiente ideale per vivere e per allenarsi: ho feeling con le persone, avverto grande passione in tutti, sono tranquillo, mi concentro ".
Inutile dire che l'ammissione ai Giochi dello scorso 4 luglio...
"...è un sogno che si è avverato. Cinque anni di lavoro, mio e dello staff che mi segue. Non avete idea degli sforzi. Essere a Londra sarà un'esperienza formidabile. Non sento la pressione, anzi sono euforico: la pressione la sentivo quando dove fare il tempo per qualificarmi, non adesso".
Qual è l'obiettivo per Londra?
"Non sarebbe male arrivare in semifinale, come un anno fa ai Mondiali, magari migliorando il mio personale. Poi è chiaro che il sogno è un altro: entrare in finale, essere tra i migliori del mondo in assoluto. Chissà. E non dimentichiamo la staffetta 4x400: lo scorso anno fu una grossa delusione non partecipare alla finale dei Mondiali dopo essermela guadagnata come primo frazionista: una scelta che ancora non ho capito, ero il secondo più veloce tra i miei compagni".
Le polemiche sono dimenticate? Sono tutti convinti che le sue protesi non le offrano un vantaggio indebito in gara?
"Certe cose non le ho mai sentite dire dai miei avversari. Poi può anche accadere che una o due persone ogni cento abbiano idee diverse, ma nella vita ho capito che non posso perdere tempo a convincere tutti, a occuparmi di voci, sussurri o malignità. Io devo pensare solo a correre veloce. Del resto è scientificamente dimostrato che le mie protesi non danno vantaggi, punto".
Invece la pioggia potrebbe svantaggiarla, vero?
"A nessun velocista piace la pioggia. Lo scorso anno sono arrivato quarto in una gara sotto un nubifragio, mentre in altre gare sotto l'acquazzone ho visto gente squalificata perché non vedeva bene le corsie e invadeva... Sotto la pioggia non conta la disabilità".
Come non conta nel resto, giusto?
"Esatto. Il segreto è pensarla così, tutti i giorni".