Atletica

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La Radcliffe e il dramma inglese
quello stress che stende gli atleti

Il forfait della britannica nella maratona è solo l'ultimo caso. Sono sempre più i campioni che vanno ko prima o durante un grande evento. I motivi? Secondo uno studio dell'Università di Stanford si tratta "La psiche attacca il corpo che si irrigidisce. E poi c'è l'emozione: spesso proprio prima di un evento cruciale l'atleta tende a trascurare i momenti fondamentali della preparazione: per esempio lo stretching"
dall'inviato ENRICO SISTI

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LONDRA - Non poteva esserci inzio più difficile per i padroni di casa. Tanti sforzi, una marea di speranze, tutte quelle dichiarazioni. E invece la prima realtà, quella che si tocca con mano, è che il colossale Team GB, dopo due giorni abbondanti di competizioni (a parte gli inconvenienti del braciere, la polizia che perde le chiavi laser di Wembley rischiando di far spendere al comitato altre 40 mila sterline, altri grimaldelli mancanti a Wimbledon, e poi i buchi sugli spalti che han dovuto chiamare gli alunni delle elementari e i ragazzi dell'esercito per far finta che il pubblico sia quello numericamente previsto), rischia di non corrispondere a quello immaginato. Oggi nessuno avrebbe ipotizzato che i giornali dovessero buttarsi a corpo morto, consolandosi, sull'argento della salvatrice in bicicletta, Elizabeth Armitstead, seconda nella prova femminile su strada, già ribattezzata a seconda della creatività dei titolisti, Elisabetta II o III o semplicemente l'Elisabetta che non ti aspetti. E il bronzo nei 400 sl della Adlington è stato, per lo stesso motivo (fame di medaglie e paura del fallimento), esaltato dalla Bbc (ma effettivamente "Beckie" nell'ultima vasca ha nuotato alla grande, esattamente l'opposto della Pellegrini...).

Il dramma inglese, scritto con le tinte dello Shakespeare più fosco, aveva già preso consistenza con la rinuncia di Paula Radcliffe, l'altra regina. Tegola reale e anche un po' simbolica sulla spedizione dei sogni. Si sapeva che non stava bene, che i piedi non reggevano gli allenamenti, che malgrado i tempi confortanti, ogni volta che tornava a casa Paula doveva passare sempre più tempo col ghiaccio attaccato alle preziose ma logore estremità. Paula Radcliffe detiene molti record: dalla miglior prestazione mondiale nella maratona (2h15'25" ottenuto proprio a Londra nel 2003) alla corsa più sbilenca ma efficace della storia, con quel ciondolare della testa che certamente può non incidere quando hai 20 anni: ma forse a 38 sì. La maratona di domenica al Mall non la vedrà alla partenza. Disperazione, sconforto generale e privato (il suo): ma anche comprensione. Tre settimane fa l'infortunio al piede, un'osteoartrite degenerativa, è peggiorato al punto che Paula si è dovuta inchinare (facendo attenzione perché proprio la flesso-estenstione le provoca dolore): "Dovevo prendere questa decisione". Decisione che comporta una sentenza: la più famosa maratoneta della storia, capace di vincere quasi tutte le grandi maratone cittadine, dovrà rinuniciare ai suoi quinti Giochi e, fra i tanti trofei, dovrà fare a meno dell'oro olimpico, anzi di una medaglia olimpica di qualunque metallo, perché, anche a causa di malanni grotteschi, le sono sempre sfuggiti. Più vicina ci andò a Sydney, dove fu quarta. Ma nei diecimila. Ad Atene fu colta da crampi allo stomaco, causati da un anti-infiammatorio preso per lenire i dolori alle gambe. Tutti ricorderanno la scena: a sette chilometri dalla fine Paula si accascia a un lato della strada e comincia a piangere per la rabbia, il dolore, l'impotenza. Chiuse in lacrime anche la maratona di Pechino, solo 23esima con una frattura da stress non ancora guarita ai piedi. Le aveva provate tutte per arrivare qui a Londra, "anche se sapevo che l'oro non sarebbe stato raggiungibile". Aveva persino trascorso due mesi in Kenya, lontana da suo marito Gary e dai suoi due figli ISla e Raphael ("il momento più duro di tutta la mia vita"), per correre e allenarsi insieme con la kenyana Mery Keitany, la favorita per la maratona di domenica.

"Infortunarsi prima o durante un grande evento è un classico: la psiche attacca il corpo che si irrigidisce. E poi c'è l'emozione: spesso proprio prima di un evento cruciale l'atleta tende a trascurare i momenti fondamentali della preparazione: per esempio lo stretching". Uno studio dell'Università di Stanford aveva stabilito prima di Pechino 2008 che le possibilità di farsi male, anche per movimenti banali, alla vigilia di un appuntamento importante, aumentano del 40%. E di infortunati illustri, di "ruled out", Londra 2012 ne conta diversi: da Nadal alla Di Martino. Ma anche chi ci arriva rischia più che in altri eventi. Il 10 per cento degli atleti che partecipano alle Olimpiadi si infortuna soprattutto a caviglia e coscia. Lo scrive il sito di Scientific American. A tenere il conto di fratture, distorsioni e ferite durante le Olimpiadi è anche Lars Engebretsen dell'Università di Oslo. Secondo l'articolo pubblicato dall'American Journal of Sport Medicine, quattro anni fa a Pechino ci sono stati 1055 infortuni, pari al 9,6% degli atleti. Poco più del 70% è avvenuto in gara, il resto in allenamento. Al top dei problemi fisici ci sono distorsioni alla caviglia e stiramenti alla coscia, ovviamente al bicipite femorale (per un danno al retto femorale o al vasto mediale deve accadere quasi l'impossibile). Più gravi ma meno frequenti le fratture del piede e la rottura del tendine d'Achille. In gara lo sport più pericoloso è per forza di cose la boxe, poi pallanuoto, hockey, calcio, pallamano, sollevamento pesi e judo. In allenamento è invece più probabile farsi male nel tennis tavolo (?), nel tennis, nel nuoto, nella ginnastica, nel beach volley e nell'equitazione.