Atletica

Atletica

Farah e Rupp, i 10000
dei gemelli diversi

Il britannico medaglia d'oro e lo statunitense, giunto subito dietro, passano la maggior parte della giornata insieme, nell'Oregon, sotto la guida di una leggenda del fondo come Alberto Salazaar
dall'inviato ENRICO SISTI

3 minuti di lettura
LONDRA - I gemelli diversi, che oggettivamente più diversi non si può, si svegliano la mattina e vanno al campo, lo stesso campo, ad allenarsi. Pochi minuti dopo lo stesso allenatore comincerà a dar loro le prime indicazioni sul lavoro da svolgere. Vivono insieme, crescono atleticamente insieme. Vincono insieme. Mo Farah e Galen Rupp ieri hanno fatto commuovere un'intero stadio concretizzando sogni diversi, da gemelli quali sono forse sognavano la stessa cosa, ma nella vita non si può avere tutto, avrà pensato Rupp: "Non potevo batterlo, Mo negli ultimi 150 metri è un tale demonio...". In effetti Mo ha corso gli ultimi 400 nel ragguardevole, anzi spaventoso, tempo di 53"48. Ma anche Galen non scherza.

Oro a Mohammed Farah, inglese, nato in Somalia e trasferitosi a Londra con la famiglia nel '91. Argento al biondo americano che con i suoi capelli appariva come un'insolita macchia cromatica nel talentuoso prevalere del nero africano sulle lunghe distanze. Spettacolo puro di fronte al quale tutti i Bekele del mondo, tutti i Kiprop del mondo, come dire etiopi e kenyani, si sono dovuti inchinare. Si coccola i suoi due gioielli, la pietra nera e il monile dorato, Alberto Salazaar, mitico americano-cubano della maratona, quello che nel 1982 venne considerato il top runner e che fu capace di correre a New York in due ore e nove minuti: il loro coach appassionato. Tutti i giorni, sul campo del Nike Project di Portland, in Oregon, dove l'unico problema è che a volte d'inverno bisogna stare attenti ai muscoli per via del freddo, Alberto li stimola con lunghi e corti, velocità e palestra, corsa in acqua, corsa con la cinta, traini (pochi). Loro rispondono.

Il Nike Project è una creatura di Salazaar, che l'ha avviato nel 2001. Mo ha 29 anni, Gallen 26. Una gioia doppia ieri sera. Ci sono foto che non mentono. Mentre Mo taglia il traguardo, lui che aveva già conquistato il titolo europeo a Helsinki un mese fa sia nei 5000 che nei 10000, Rupp sorride, poco dietro, per due ragioni: per l'amico e per se stesso. Hanno infranto barriere decennali. Storiche. E lo hanno fatto insieme, stracciando gli avversari in una splendida gara tattica che ha avuto ngli ultimi 600 metri un'accelerazione, anche emotiva, straordinaria.

E proprio nel centenario della distanza alle Olimpiadi (i 10000 apparvero a Stoccolma nel 1912. Mai nessun inglese aveva vinto un 10000 olimpico. E Rupp ha fatto riemergere il ricordo di quando l'Africa non dominava in modo così spietato, ossia fino a metà anni Ottanta. L'ultimo bianco a salire sul podio dei 10000 fu Salvatore Antibo, nell'88 a Seul, argento dietro al marocchino Boutaib. L'ultimo bianco a vincere, tanto per rovinarci un po' l'umore pensando a cos'è rimasto del nostro mezzofondo, fu Alberto Cova, a Los Angeles nell'84. Nel suo piccolo ranch del Dakota del Sud, a Pine Ridge, ha festeggiato anche il 74enne Billy Mills, che a Tokyo nel '64, a sorpresa, strappò l'oro dalle mani di Ron Clarke, l'uomo dei record che non riusciva mai a vincere una gara importante (e che lì finì terzo). Nei mesi passati l'America si era molto affidata a Chris Solinsky, che era stato il primo bianco a scendere sotto il muro dei 27'.

Ma Solinsky si è infortunato ai bicipiti femorali, con ricadute: "Farò un tifo da majorette per i miei compagni!", disse per tirarsi un po' su quando era chiaro che non si sarebbe potuto cimentare nei Trials. "La gara di ieri", ha esclamato raggiante Salazaar, " per me ha significato più di tutto quello fatto io nella mia carriera e nella vita, fatta eccezione di mia moglie e dei miei figli". Alberto è contento anche dell'altro suo ragazzo, Dathan Ritzenhein, che è arrivato 13°. "Sono una persona fortunata. Mi ricordo di quando a scuola, nell'intervallo, parlavo coi miei compagni e raccontavo che il mio obiettivo erano le Olimpiadi del 2012 e del 2016", conclude Rupp che poi vaga col pensiero al fatto che un po' tutti in Oregon si sono fatti le ossa nel meeting dedicato a Steve Prefontaine, il mezzofondista americano morto a 24 anni in un incidente stradale che ha ispirato film e ampia bibliografia: "E pensare che Steve non ha mai vinto una medaglia olimpica".

La tattica era stata decisa con chiarezza dai tre: "State davanti, aspettate ma rintuzzate ogni tentativo di fuga. Tanto a voi non importa se il ritmo è alto o basso. La gara si vince negli ultimi 400 metri, forse addirittura negli ultimi 200". Un piano semplice. A parole. E' metterlo in pratica che diventa un problema. Loro l'hanno risolto. E non è finita qui: c'è ancora un 5000 (mercoledì le batterie, sabato la finale) da prendere di petto. Mo chiede aiuto alla gente: "Ieri il pubblico è stato un fattore decisivo. Grazie amici".