ROMA - Con tutto il rispetto e la stima per Gianni Petrucci, c'è qualcosa di stonato e perfino inverosimile nelle parole con le quali il presidente del Coni ha commentato la vicenda Schwazer. La sintesi di Petrucci: siamo stati seri, l'abbiamo escluso in due ore, un record del mondo, non so quanti avrebbero fatto come noi. Meglio una medaglia in meno che una medaglia dopata.
Purtroppo solo la conclusione, ovviamente, è perfettamente condivisibile, chiara, secca, definitiva. Le considerazioni autocelebrative che la precedono, invece, sono del tutto fuori luogo. E fanno anzi venire spontanee alcune domande: com'è possibile che Fidal e Coni abbiano completamente perso il controllo del loro unico atleta di punta proprio alla vigilia dei Giochi? Perché non è stato seguito, controllato, monitorato, assistito come avrebbe dovuto? Come lo ha gestito la federazione, sulla quale, soprattutto in anni olimpici, il Coni dovrebbe vigilare? E soprattutto: cosa c'è da vantarsi se il controllo che ha inchiodato Schwazer è stato deciso ed eseguito dalla Wada, l'agenzia mondiale antidoping? Cosa diavolo c'entra la serietà del Coni?
C'è una scomoda verità, sulla quale Petrucci ha naturalmente e comprensibilmente sorvolato: senza l'intervento dell'antidoping mondiale, l'Italia avrebbe fatto gareggiare a Londra un dopato. Non uno qualsiasi: la sua stella. Noi avremmo tifato per lui, lui forse avrebbe vinto una medaglia che avrebbe emozionato tutti. Una medaglia all'epo. L'omesso controllo del nostro antidoping su Schwazer è stato compensato solo dall'operazione chirurgica della Wada, che evidentemente lo aveva messo nel mirino, raccogliendo sospetti (se non soffiate) che circolavano nell'ambiente. Mentre noi dormivamo, loro agivano. Quindi Petrucci, più che esalatare l'inesistente efficienza del Coni, avrebbe dovuto dire: grazie a chi ha evitato all'Italia di fare una figura ancora peggiore.
Quanto infine al tempo di reazione da record, alle "appena due ore" trascorse dalla comunicazione della positività all'espulsione dell'atleta, ci scusi ancora Petrucci, ma fa quasi sorridere. Due ore sembrano perfino troppe: cos'altro poteva fare, il Coni? Tenere segreto tutto aspettando che fosse la Wada a rendere pubblico il disastro? Meglio giocare d'anticipo, molto meglio. Va benissimo: basta però non provare poi a stravincere. E rispondere invece a quella domanda: perché non ve ne siete acccorti voi?
Purtroppo solo la conclusione, ovviamente, è perfettamente condivisibile, chiara, secca, definitiva. Le considerazioni autocelebrative che la precedono, invece, sono del tutto fuori luogo. E fanno anzi venire spontanee alcune domande: com'è possibile che Fidal e Coni abbiano completamente perso il controllo del loro unico atleta di punta proprio alla vigilia dei Giochi? Perché non è stato seguito, controllato, monitorato, assistito come avrebbe dovuto? Come lo ha gestito la federazione, sulla quale, soprattutto in anni olimpici, il Coni dovrebbe vigilare? E soprattutto: cosa c'è da vantarsi se il controllo che ha inchiodato Schwazer è stato deciso ed eseguito dalla Wada, l'agenzia mondiale antidoping? Cosa diavolo c'entra la serietà del Coni?
C'è una scomoda verità, sulla quale Petrucci ha naturalmente e comprensibilmente sorvolato: senza l'intervento dell'antidoping mondiale, l'Italia avrebbe fatto gareggiare a Londra un dopato. Non uno qualsiasi: la sua stella. Noi avremmo tifato per lui, lui forse avrebbe vinto una medaglia che avrebbe emozionato tutti. Una medaglia all'epo. L'omesso controllo del nostro antidoping su Schwazer è stato compensato solo dall'operazione chirurgica della Wada, che evidentemente lo aveva messo nel mirino, raccogliendo sospetti (se non soffiate) che circolavano nell'ambiente. Mentre noi dormivamo, loro agivano. Quindi Petrucci, più che esalatare l'inesistente efficienza del Coni, avrebbe dovuto dire: grazie a chi ha evitato all'Italia di fare una figura ancora peggiore.
Quanto infine al tempo di reazione da record, alle "appena due ore" trascorse dalla comunicazione della positività all'espulsione dell'atleta, ci scusi ancora Petrucci, ma fa quasi sorridere. Due ore sembrano perfino troppe: cos'altro poteva fare, il Coni? Tenere segreto tutto aspettando che fosse la Wada a rendere pubblico il disastro? Meglio giocare d'anticipo, molto meglio. Va benissimo: basta però non provare poi a stravincere. E rispondere invece a quella domanda: perché non ve ne siete acccorti voi?