LONDRA - Qualcuno aveva dubbi? E' bastato guardare gli ultimi cinque metri di Blake per capire che anche alla "bestia" veniva da sorridere. Anche lui sapeva da tempo, almeno da una decina di giorni, visto che si allenano, insieme, che Bolt avrebbe fatto piazza pulita. Blake ha toccato con mano la realtà: era nera, era fatta di pelle sudata, e non era la sua. Bolt ha vinto i 200. Forse a questo punto nessuno dei potenziali cinque miliardi di spettatori si sarà domandato: e se Blake lo riprendesse? Non era possibile. Bolt aveva ancora la velocità con cui era uscito di curva. Blake no. Gli altri nemmeno a parlarne (ma di due dovremo parlare più avanti). Bolt ha doppiato 100 e 200 in due edizioni dei Giochi consecutive. Non era mai accaduto.
FOTO: Bolt irresistibile
La festa: macchina rubata ad un fotografo
La consacrazione ricevuta sul palco al momento della premiazione è quella chi di solito si riserva a un salvatore di anime. Ma forse non siamo così lontani dal vero: un gesto sportivo supremo fa diventare più buona tanta gente, le lacrime di gioia sono una spinta a vivere meglio. E se queste sono anche le Olimpiadi di chi vede, allora Bolt è una manna dal cielo. Della gara c'è poco da dire. Bolt ha corso (19"31) più veloce che a Daegu lo scorso anno (19"40). Più lento di Berlino (19"19) e Pechino (19"30). Ma parliamo di centimetri. Bolt è stato avanti anche allo sparo. Si è messo sulla sua classica posizione, con le mani poggiate a terra molto vicine alle ginocchia. E' partito e gli altri già dovevano rincorrere. Ha pensato, come gli aveva detto il suo coach Glenn Mills, soprattutto alla tecnica di corsa: "La velocità verrà di conseguenza, naturalmente". Per uno come lui. Non per tutti. E' andato lineare, sciolto, solo per qualche momento, ai 140/150 è dovuto tornare a spingere un po' con le braccia, che quest'anno sono più muscolate (confrontate pure con Pechino o Berlino, la differenza è evidente). Una smorfia, cosa non usuale, poi il traguardo e quello zittire tutti, chissà, forse gli avevano detto che c'erano un paio di acquirenti di biglietti last minute che avevano scommesso contro di lui. Ma giusto un paio.
Terzo il ragazzino Weir, a comporre un inatteso podio tutto giamaicano: Warren è un pischello di 22, forse anche più pischello per l'età che ha. Corre perché è veloce ma è chiaro che è ancora un selvaggio. A giudicare da quelle braccia allargate negli ultimi quaranta metri e quel viso stravolto, tutto storto, come se lo stessero rincorrendo i cani, ancora non è stato possibile mettergli a posto la tecnica, ancora nessuno, bravo, ha saputo cancellare la sua bella ruvidezza. Certo, a 22 anni, con margini di miglioramento spaventosi, Weir si è permesso il lusso di conquistare un bronzo e di correre la gara più importante della sua vita stabilendo anche il suo primato personale, un rispettabilissimo e promettente 19"84. Per Lemaitre le ultime considerazioni: "Pierrot mi ha detto di non preoccuparmi per gli errori in seminfinale". Il francese chiama Pierrot il suo coach Pierre Carraz. Però qualcosa non ha funzionato nella preparazione tecnica e forse anche fisica di queste Olimpiadi. Tolti i 100 per concentrare tutte le emergie sui 200, a Lemaitre è sembrata mancare proprio la forza. Quella che averbbe dovuto preservare.
E' arrivato sesto. Ma una volta perso il podio conta poco esser quinti o sesti. Conta che Lemaitre abbia corso la gara più importante in 20"19 quando in semfinale per due centesimi non scendeva sotto i 20". Delle due l'una: o valeva i tempi della semifinale e allora s'è giocato male la finale a livello nervoso, o ha faticato troppo in semifinale e in finale aveva il serbatoio vuoto. Come la metti è andata male. Gli servirà. Bolt è inarrivabile. Ma Lemaitre doveva avvicinarsi di più: uno con 19"80 aveva il dovere di puntare al podio.
"ORA SONO UNA LEGGENDA" - "Ho ottenuto quello che volevo. Ora sono una leggenda", commenta Bolt. "Sono arrivato qui dopo una stagione difficile e ho fatto quello che dovevo fare, sono anche il più grande atleta esistente. Sono sullo stesso livello di Michael Johnson", dice alludendo all'ex campione Usa che ad Atlanta '96 ha vinto l'oro facendo segnare quello che all'epoca era il record del mondo di 19"32, lo stesso tempo con cui oggi si è imposto Bolt. "Per me è un onore, sono cresciuto guardando i suoi record. E' un grande atleta. I 200 metri sono stati più difficili di quanto mi aspettassi. Sentivo la pressione che cresceva in curva e in quel momento ho dovuto stare concentrato. Ora penso alla 4x100, voglio divertirmi come ho fatto finora e dare il massimo".
FOTO: Bolt irresistibile
La festa: macchina rubata ad un fotografo
IL FAVOLOSO RECORD DI RUDISHA - La notte della storia per Bolt era iniziata con un altro protagonista assoluto, ma sugli 800 metri. Il keniano David Rudisha ha dominato la finale, stabilendo anche il nuovo record del mondo sulla distanza, correndo in 1'40"9. Rudisha, che abbassa il precedente record - che peraltro gli apparteneva - di quasi un secondo, è il primo uomo a scendere sotto il minuto 41''. Rudisha, che ha vinto impostando una gara d'attacco sin dai primi metri, si è imposto davanti a Njiel Amos del Botswana, medaglia d'argento in 1'41"73. Bronzo all'altro keniano Timothy Kitum in 1'42"53. Si tratta anche del primo record mondiale che viene stabilito nell'atletica in questa edizione dei Giochi olimpici.
FOTO: Bolt irresistibile
La festa: macchina rubata ad un fotografo
La consacrazione ricevuta sul palco al momento della premiazione è quella chi di solito si riserva a un salvatore di anime. Ma forse non siamo così lontani dal vero: un gesto sportivo supremo fa diventare più buona tanta gente, le lacrime di gioia sono una spinta a vivere meglio. E se queste sono anche le Olimpiadi di chi vede, allora Bolt è una manna dal cielo. Della gara c'è poco da dire. Bolt ha corso (19"31) più veloce che a Daegu lo scorso anno (19"40). Più lento di Berlino (19"19) e Pechino (19"30). Ma parliamo di centimetri. Bolt è stato avanti anche allo sparo. Si è messo sulla sua classica posizione, con le mani poggiate a terra molto vicine alle ginocchia. E' partito e gli altri già dovevano rincorrere. Ha pensato, come gli aveva detto il suo coach Glenn Mills, soprattutto alla tecnica di corsa: "La velocità verrà di conseguenza, naturalmente". Per uno come lui. Non per tutti. E' andato lineare, sciolto, solo per qualche momento, ai 140/150 è dovuto tornare a spingere un po' con le braccia, che quest'anno sono più muscolate (confrontate pure con Pechino o Berlino, la differenza è evidente). Una smorfia, cosa non usuale, poi il traguardo e quello zittire tutti, chissà, forse gli avevano detto che c'erano un paio di acquirenti di biglietti last minute che avevano scommesso contro di lui. Ma giusto un paio.
Terzo il ragazzino Weir, a comporre un inatteso podio tutto giamaicano: Warren è un pischello di 22, forse anche più pischello per l'età che ha. Corre perché è veloce ma è chiaro che è ancora un selvaggio. A giudicare da quelle braccia allargate negli ultimi quaranta metri e quel viso stravolto, tutto storto, come se lo stessero rincorrendo i cani, ancora non è stato possibile mettergli a posto la tecnica, ancora nessuno, bravo, ha saputo cancellare la sua bella ruvidezza. Certo, a 22 anni, con margini di miglioramento spaventosi, Weir si è permesso il lusso di conquistare un bronzo e di correre la gara più importante della sua vita stabilendo anche il suo primato personale, un rispettabilissimo e promettente 19"84. Per Lemaitre le ultime considerazioni: "Pierrot mi ha detto di non preoccuparmi per gli errori in seminfinale". Il francese chiama Pierrot il suo coach Pierre Carraz. Però qualcosa non ha funzionato nella preparazione tecnica e forse anche fisica di queste Olimpiadi. Tolti i 100 per concentrare tutte le emergie sui 200, a Lemaitre è sembrata mancare proprio la forza. Quella che averbbe dovuto preservare.
E' arrivato sesto. Ma una volta perso il podio conta poco esser quinti o sesti. Conta che Lemaitre abbia corso la gara più importante in 20"19 quando in semfinale per due centesimi non scendeva sotto i 20". Delle due l'una: o valeva i tempi della semifinale e allora s'è giocato male la finale a livello nervoso, o ha faticato troppo in semifinale e in finale aveva il serbatoio vuoto. Come la metti è andata male. Gli servirà. Bolt è inarrivabile. Ma Lemaitre doveva avvicinarsi di più: uno con 19"80 aveva il dovere di puntare al podio.
"ORA SONO UNA LEGGENDA" - "Ho ottenuto quello che volevo. Ora sono una leggenda", commenta Bolt. "Sono arrivato qui dopo una stagione difficile e ho fatto quello che dovevo fare, sono anche il più grande atleta esistente. Sono sullo stesso livello di Michael Johnson", dice alludendo all'ex campione Usa che ad Atlanta '96 ha vinto l'oro facendo segnare quello che all'epoca era il record del mondo di 19"32, lo stesso tempo con cui oggi si è imposto Bolt. "Per me è un onore, sono cresciuto guardando i suoi record. E' un grande atleta. I 200 metri sono stati più difficili di quanto mi aspettassi. Sentivo la pressione che cresceva in curva e in quel momento ho dovuto stare concentrato. Ora penso alla 4x100, voglio divertirmi come ho fatto finora e dare il massimo".
FOTO: Bolt irresistibile
La festa: macchina rubata ad un fotografo
IL FAVOLOSO RECORD DI RUDISHA - La notte della storia per Bolt era iniziata con un altro protagonista assoluto, ma sugli 800 metri. Il keniano David Rudisha ha dominato la finale, stabilendo anche il nuovo record del mondo sulla distanza, correndo in 1'40"9. Rudisha, che abbassa il precedente record - che peraltro gli apparteneva - di quasi un secondo, è il primo uomo a scendere sotto il minuto 41''. Rudisha, che ha vinto impostando una gara d'attacco sin dai primi metri, si è imposto davanti a Njiel Amos del Botswana, medaglia d'argento in 1'41"73. Bronzo all'altro keniano Timothy Kitum in 1'42"53. Si tratta anche del primo record mondiale che viene stabilito nell'atletica in questa edizione dei Giochi olimpici.