Si è posta un obiettivo, dopo il quale si ritirerà?
"No. Due anni fa dissi che mi sarei ritirata a 30 anni. Ora ne ho 30 e sono ancora qua. Sto bene fisicamente, sono in forma, ho un ranking che mi permette di giocare dei buoni tornei, quindi non vedo perché ritirarmi in questo momento. Con le Olimpiadi, secondo me, ci sarà un cambio di generazione, però mi vedo ancora nel 2013 in campo. Nel 2014 non lo so, ma nel 2013 sicuramente".
Recentemente ha raggiunto la vetta in doppio e la ventesima posizione nel singolare. Ora però ha perso qualche posizione. Pensa di poter recuperare?
"Penso di sì, sono molto più vicina di quanto possa sembrare. Anche perché se pensi che la numero 100 è lontanissima dalla numero 10, allora questo ti motiva ancora di più. Sicuramente sono i grandi obiettivi che mi spingono a migliorare e a cercare di dare qualcosa in più al mio gioco, quel qualcosa che mi permetta di fare un salto di qualità".
Ha raggiunto quasi tutto, ma ha ancora un sogno nel cassetto? Cosa vorrebbe davvero?
"Sì, ho raggiunto quasi tutto, forse anche più di quello che mi sarei mai aspettata. Ma il mio sogno nel cassetto, da un punto di vista professionale, sfumato quello di vincere una medaglia alle Olimpiadi, è di vincere un grande Slam e, da quello personale, un figlio e una famiglia".
Un giorno il suo allenatore ha detto che per vincere non bisogna essere perfetti, ma sembrare solidi. Una definizione, a mio parere, fantastica del tennis. Cosa ne pensa?
"Sono d'accordo, perché il tennis non si basa su un punto, ma su tantissime occasioni, anche una dopo l'altra. Questo vale non solo per la partita ma anche per i tornei. Se perdi un incontro, hai subito la possibilità di riscattarti la settimana successiva. Il mio allenatore è un gran lavoratore, è fissato con la costanza e con la continuità, e insiste molto nel dirmi che se in campo mi mostro solida, le mie avversarie un po' si demoralizzano. Io cerco di seguire le sue indicazioni".
Quando Francesca Schiavone ha vinto il Roland Garros, ha provato frustrazione?
"Frustrazione assolutamente no. Invidia sì! Un'invidia sana, che mi motiva a fare meglio, che mi dà la forza di continuare e di credere che anche io posso farcela".
Leggendo il suo libro ho trovato delle affinità con quello di Agassi, che per il resto è profondamente diverso dal suo, più drammatico, quasi feroce. Da entrambi i libri emerge l'impressione che il tennis sia uno sport psicologicamente estremo. Condivide?
"Il tennis è uno sport tosto, non è semplice. Ti porta a fare tante rinunce, ad affrontare molte situazioni da sola. E sono d'accordo con Agassi quando afferma che il tennis ti fa provare una grandissima gioia nei momenti positivi e un fortissimo sconforto nei momenti difficili. Quando tutto va bene è molto facile essere contenti e gioire, quando le cose vanno male ti ritrovi in una camera di hotel da sola, con l'unica compagnia del tuo allenatore, quando avresti bisogno di altre persone al tuo fianco".
Nel suo libro parla della solitudine della linea di fondocampo. Cosa significa esattamente?
"E' un'immagine per indicare quello che si affronta quando giochi e quando sei fuori dal campo. Il tempo che dedico a questo sport, è tempo che tolgo ad altre cose importanti, come la famiglia, gli amici, il costruire qualcosa al di fuori. La solitudine della linea di fondo campo è quando sei da sola, con le tue paure, i tuoi pensieri, l'avversaria dall'altra parte della rete. Sei sempre tu, nel bene e nel male. La cosa positiva è che le responsabilità sono sempre tue, le vittorie e le sconfitte sono solo tue".
Lei ha affermato che nel doppio ha trovato una famiglia e che giocare in due significa collaborazione, responsabilità e gioia. Inoltre parla sempre con grande entusiasmo della sua partecipazione alla Federation Cup. Quindi il suo approccio al tennis è più di coppia, di squadra, che non individuale?
"No, il tennis è uno sport individuale, ma proprio perché sono abituata a essere da sola, quando mi ritrovo in gruppo o faccio parte di una coppia provo più entusiasmo. Inoltre è più facile, perché le responsabilità non sono solo mie e mi godo di più tutto quello che c'è intorno".
In doppio ha scalato la vetta. E' arrivata in cima...
"Numero 1 del mondo. Incredibile ma vero!".
E' ancora la donna che esprime le proprie emozioni poco alla volta?
"Assolutamente sì. Esprimo molto di più in campo che fuori. Faccio fatica a dire ti voglio bene o mi manchi anche ai miei genitori. Questa è una cosa sulla quale sto lavorando. Sono innamorata dei miei genitori, ma mi rendo conto che non gli dico mai che gli voglio bene. Mia madre mi scrive tanti messaggi per dirmi che le manco, che mi vuole bene, che mi pensa. Io rispondo sempre dicendo anche io, anche voi, ma quelle due parole non ci sono mai".
Quando si è fatta il tatuaggio che ha sul polso?
"Nel 2007, è dedicato alle mie tre migliori amiche che mi sono state molto vicine in un momento difficile. Per incoraggiarmi mi dicevano 'sei la migliore del mondo mondiale' una frase che non ha molto senso, ma che per me è importante. Ecco perché mi sono tatuata le 3 m, le iniziali della frase".
Parla spesso della tua voglia di famiglia...
"Io vengo da una famiglia del Sud, molto unita, con dei valori che oggi non ci sono più. Vado alla ricerca di questo, anche se non è facile trovare tutto ciò. Vorrei tanto avere la stessa storia d'amore dei miei genitori, che a volte si ucciderebbero, ma si amano continuamente".
Come è strutturato il suo allenamento?
"Consiste in tre o quattro sessioni quotidiane. La prima è dalle 9,30 alle 11,30 in campo, poi in palestra fino alle 13,30. Dopo la pausa pranzo, rientro in campo verso le 15,30 e faccio un lavoro di precisione. Mi dedico al servizio, alla risposta, alle volee e poi di nuovo in palestra se è necessario o se c'è qualcosa che non sono riuscita a fare in mattinata. Alle 17,30 è finito e nel caso vado dal fisioterapista o dallo psicologo".
Quali sono i suoi hobby?
Adoro i cavalli in una maniera pazzesca. E anche se mio padre non vorrebbe, faccio equitazione. Durante la stagione cerco di non andare mai, ma appena posso lo faccio. Infatti nelle mie due settimane di vacanza, almeno una la passo al maneggio, anche senza montare, ma per il piacere di viverne la quotidianità.
"No. Due anni fa dissi che mi sarei ritirata a 30 anni. Ora ne ho 30 e sono ancora qua. Sto bene fisicamente, sono in forma, ho un ranking che mi permette di giocare dei buoni tornei, quindi non vedo perché ritirarmi in questo momento. Con le Olimpiadi, secondo me, ci sarà un cambio di generazione, però mi vedo ancora nel 2013 in campo. Nel 2014 non lo so, ma nel 2013 sicuramente".
Recentemente ha raggiunto la vetta in doppio e la ventesima posizione nel singolare. Ora però ha perso qualche posizione. Pensa di poter recuperare?
"Penso di sì, sono molto più vicina di quanto possa sembrare. Anche perché se pensi che la numero 100 è lontanissima dalla numero 10, allora questo ti motiva ancora di più. Sicuramente sono i grandi obiettivi che mi spingono a migliorare e a cercare di dare qualcosa in più al mio gioco, quel qualcosa che mi permetta di fare un salto di qualità".
Ha raggiunto quasi tutto, ma ha ancora un sogno nel cassetto? Cosa vorrebbe davvero?
"Sì, ho raggiunto quasi tutto, forse anche più di quello che mi sarei mai aspettata. Ma il mio sogno nel cassetto, da un punto di vista professionale, sfumato quello di vincere una medaglia alle Olimpiadi, è di vincere un grande Slam e, da quello personale, un figlio e una famiglia".
Un giorno il suo allenatore ha detto che per vincere non bisogna essere perfetti, ma sembrare solidi. Una definizione, a mio parere, fantastica del tennis. Cosa ne pensa?
"Sono d'accordo, perché il tennis non si basa su un punto, ma su tantissime occasioni, anche una dopo l'altra. Questo vale non solo per la partita ma anche per i tornei. Se perdi un incontro, hai subito la possibilità di riscattarti la settimana successiva. Il mio allenatore è un gran lavoratore, è fissato con la costanza e con la continuità, e insiste molto nel dirmi che se in campo mi mostro solida, le mie avversarie un po' si demoralizzano. Io cerco di seguire le sue indicazioni".
Quando Francesca Schiavone ha vinto il Roland Garros, ha provato frustrazione?
"Frustrazione assolutamente no. Invidia sì! Un'invidia sana, che mi motiva a fare meglio, che mi dà la forza di continuare e di credere che anche io posso farcela".
Leggendo il suo libro ho trovato delle affinità con quello di Agassi, che per il resto è profondamente diverso dal suo, più drammatico, quasi feroce. Da entrambi i libri emerge l'impressione che il tennis sia uno sport psicologicamente estremo. Condivide?
"Il tennis è uno sport tosto, non è semplice. Ti porta a fare tante rinunce, ad affrontare molte situazioni da sola. E sono d'accordo con Agassi quando afferma che il tennis ti fa provare una grandissima gioia nei momenti positivi e un fortissimo sconforto nei momenti difficili. Quando tutto va bene è molto facile essere contenti e gioire, quando le cose vanno male ti ritrovi in una camera di hotel da sola, con l'unica compagnia del tuo allenatore, quando avresti bisogno di altre persone al tuo fianco".
Nel suo libro parla della solitudine della linea di fondocampo. Cosa significa esattamente?
"E' un'immagine per indicare quello che si affronta quando giochi e quando sei fuori dal campo. Il tempo che dedico a questo sport, è tempo che tolgo ad altre cose importanti, come la famiglia, gli amici, il costruire qualcosa al di fuori. La solitudine della linea di fondo campo è quando sei da sola, con le tue paure, i tuoi pensieri, l'avversaria dall'altra parte della rete. Sei sempre tu, nel bene e nel male. La cosa positiva è che le responsabilità sono sempre tue, le vittorie e le sconfitte sono solo tue".
Lei ha affermato che nel doppio ha trovato una famiglia e che giocare in due significa collaborazione, responsabilità e gioia. Inoltre parla sempre con grande entusiasmo della sua partecipazione alla Federation Cup. Quindi il suo approccio al tennis è più di coppia, di squadra, che non individuale?
"No, il tennis è uno sport individuale, ma proprio perché sono abituata a essere da sola, quando mi ritrovo in gruppo o faccio parte di una coppia provo più entusiasmo. Inoltre è più facile, perché le responsabilità non sono solo mie e mi godo di più tutto quello che c'è intorno".
In doppio ha scalato la vetta. E' arrivata in cima...
"Numero 1 del mondo. Incredibile ma vero!".
E' ancora la donna che esprime le proprie emozioni poco alla volta?
"Assolutamente sì. Esprimo molto di più in campo che fuori. Faccio fatica a dire ti voglio bene o mi manchi anche ai miei genitori. Questa è una cosa sulla quale sto lavorando. Sono innamorata dei miei genitori, ma mi rendo conto che non gli dico mai che gli voglio bene. Mia madre mi scrive tanti messaggi per dirmi che le manco, che mi vuole bene, che mi pensa. Io rispondo sempre dicendo anche io, anche voi, ma quelle due parole non ci sono mai".
Quando si è fatta il tatuaggio che ha sul polso?
"Nel 2007, è dedicato alle mie tre migliori amiche che mi sono state molto vicine in un momento difficile. Per incoraggiarmi mi dicevano 'sei la migliore del mondo mondiale' una frase che non ha molto senso, ma che per me è importante. Ecco perché mi sono tatuata le 3 m, le iniziali della frase".
Parla spesso della tua voglia di famiglia...
"Io vengo da una famiglia del Sud, molto unita, con dei valori che oggi non ci sono più. Vado alla ricerca di questo, anche se non è facile trovare tutto ciò. Vorrei tanto avere la stessa storia d'amore dei miei genitori, che a volte si ucciderebbero, ma si amano continuamente".
Come è strutturato il suo allenamento?
"Consiste in tre o quattro sessioni quotidiane. La prima è dalle 9,30 alle 11,30 in campo, poi in palestra fino alle 13,30. Dopo la pausa pranzo, rientro in campo verso le 15,30 e faccio un lavoro di precisione. Mi dedico al servizio, alla risposta, alle volee e poi di nuovo in palestra se è necessario o se c'è qualcosa che non sono riuscita a fare in mattinata. Alle 17,30 è finito e nel caso vado dal fisioterapista o dallo psicologo".
Quali sono i suoi hobby?
Adoro i cavalli in una maniera pazzesca. E anche se mio padre non vorrebbe, faccio equitazione. Durante la stagione cerco di non andare mai, ma appena posso lo faccio. Infatti nelle mie due settimane di vacanza, almeno una la passo al maneggio, anche senza montare, ma per il piacere di viverne la quotidianità.