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Ottanta anni fa Berlino, l'Olimpiade più controversa

Jesse Owens, una delle leggende a Berlino 1936 
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RIO DE JANEIRO - Era nuvoloso. Le delegazioni sfilavano davanti a Hitler. Qualcuna rivolgeva compatta alla tribuna d'onore dello Stadio Olimpico di Berlino il proprio saluto nazista, alzando il braccio e bloccando il collo verso destra. Una coreografia in sintonia con i tempi e i ritmi dell'epoca, ai quali il passo dell'oca regalava una dissonante e tragica armonia. Altre squadre (esclusa la "nera" Italia di Mussolini) procedevano scompaginate, la Francia (che pure era fra i paesi che avevano proposto di boicottare la manifestazione) aveva più braccia alzate di altre, come se i tedeschi avessero già idealmente occupato Parigi, o almeno le case degli atleti iscritti, e già spaccato il paese in due. La Gran Bretagna aveva lasciato libertà di saluto nonostante le forti critiche in patria per la presenza del Team a Berlino. Altri ancora scelsero una via di mezzo portandosi la mano al cappello come se fossero dei militari. Si racconta che d…
RIO DE JANEIRO - Era nuvoloso. Le delegazioni sfilavano davanti a Hitler. Qualcuna rivolgeva compatta alla tribuna d'onore dello Stadio Olimpico di Berlino il proprio saluto nazista, alzando il braccio e bloccando il collo verso destra. Una coreografia in sintonia con i tempi e i ritmi dell'epoca, ai quali il passo dell'oca regalava una dissonante e tragica armonia. Altre squadre (esclusa la "nera" Italia di Mussolini) procedevano scompaginate, la Francia (che pure era fra i paesi che avevano proposto di boicottare la manifestazione) aveva più braccia alzate di altre, come se i tedeschi avessero già idealmente occupato Parigi, o almeno le case degli atleti iscritti, e già spaccato il paese in due. La Gran Bretagna aveva lasciato libertà di saluto nonostante le forti critiche in patria per la presenza del Team a Berlino. Altri ancora scelsero una via di mezzo portandosi la mano al cappello come se fossero dei militari. Si racconta che dietro quel suo ghigno sorridente Hitler apprezzasse molto il gesto di sfida dei riluttanti: "Dobbiamo essere tolleranti". I nazisti non lo erano, non era la loro specialità. A loro bastava che la Germania sembrasse accogliente per due settimane nascondendo ai turisti, ai giornalisti, agli atleti e allo scarso mondo in contatto radiofonico la retata di zingari effettuata a Berlino nei mesi che precedettero l'inaugurazione dei Giochi. Una rigida campagna di stampa occultò la diserzione di molti atleti ebrei, i quali decisero di boicottare a titolo personale. In realtà Hitler s'era ritrovato le Olimpiadi fra i piedi e sulla scrivania. Non le aveva volute lui. Non era stato lui a imbambolare il Cio con uno spettacolo di 3000 imbarcazioni e non era stato il suo staff ad ammorbidire i dirigenti internazionali con regalìe varie. I Giochi erano stati assegnati a Berlino due anni prima della sua ascesa al governo del partito nazista. Successivamente il Cio si rifiutò di accogliere la proposta di alcune nazioni di spostare l'evento in un'altra sede. Ai nazisti non restava che fare di necessità virtù. Hitler pretese che tutti gli ospiti stranieri fossero considerati al di sopra della vigente legge contro l'omosessualità. La città fu setacciata e ridipinta. Dai muri scompariono tutte le scritte antisemite.
 
Sono passati 80 anni. Era il 1 agosto del 1936. Per la prima volta (grande idea!) venne effettuata la staffetta della torcia olimpica che avrebbe portato un atleta ad accendere la fiaccola. Per la prima volta, con più di 3 mila partecipanti, si provò a estendere il programma a due settimane, con il risultato che già allora più che esteso parve costretto (e i tempi di svolgimento delle gare sono quelli attuali, anche se adesso i partecipanti adesso sono quasi 11 mila e le nazioni da 49 sono salite a 207). Per anni il fuoco acceso dentro lo Stadio olimpico di Berlino non si sarebbe più spento, bruciando milioni di persone, milioni di speranze, milioni di strette di mano. Diciotto mesi dopo la Germania ingoiò l'Austria. Ancora non era uscito "Olympia" di Leni Riefensthal, magico e controverso documento cinematografico su Berlino '36 che svelava i segreti piani del regime: includere la bellezza del gesto sportivo nella filosofia nazista, acquisire il diritto di considerarlo la più luminosa e se vogliamo inevitabile conseguenza della discriminazione razziale. Meno di due anni dopo quei Giochi l'Europa s'incamminò verso il baratro. Il giavellotto del nazismo la colpì al cuore. Pareva morta.

Quando "Olympia" arrivò sugli schermi italiani il 28 gennaio del 1939, in una chiave di pura propaganda bellica, l'Italia stava preparando i bagagli per occupare l'Albania e Hitler aveva messo gli occhi sulla Cecoslovacchia, puntando forte sulla sua sparizione. Lo sport non era più una priorità, non poteva. Malgrado la dichiarazione di non belligeranza fatta da Mussolini a settembre, passare il tempo in una sala buia e fumosa per sbriciare i seni nudi delle modelle della Riefenstahl, interrogarsi sul ricattatorio viso nero di Jesse Owens o applaudire l'impresa di Ondina Valla, ma nemmeno bersi un bicchiere al bar spensierati o scherzare con gli amici dopo aver visto un film con De Sica o "Errolflì", aveva più senso. Se potessi avere mille lire al mese, me ne andrei. Pochi le avevano. Nessuno se ne andò.
 
Il 3 settembre scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Anche per questo le Olimpiadi di Berlino furono emblematiche e terminali. Cristallizzarono il bello. Il "blocco" delle partecipazioni le avrebbe solo macchiate. Restare lontani non avrebbe risolto i problemi del mondo. Né scongiurato le atroci minacce. Così quando nel dicembre del 1935 l'Associazione degli Atleti Dilettanti degli Stati Uniti (erano proprio altri tempi...) votò a favore anche gli altri paesi in dubbio cedettero. L'unica che non riuscì a tapparsi il naso fu l'Unione Sovietica. La Spagna rimase fuori perché in piena Guerra civile. Hitler non amava molto la Riefensthal. La considerava un genioma diffidava di lei e non aveva nessuna voglia di confrontarsi, si limitava ai doveri del protocollo. Lasciò che Goebbels parlasse per lui. Ma anche il Ministro della Propaganda ebbe qualche difficoltà (i primi scontri con la regista risalivano al "Trionfo della volontà" uscito nel '35).

Dopo aver selezionato 400.000 metri di pellicola, la Riefenstahl non se la sentì di escludere i primi piani di Jesse Owens. Cosa che Goebbels giudicò immorale. Il prodotto finito venne apprezzato, usato, ma non benedetto dal regime. Negli anni successivi è stato facile individuare nell'opera della Riefenstahl geniali e anticipatorie soluzioni tecniche, i dolly montati sui binari, le particolari angolazioni nella ripresa dei lanci, gli "slow motion", il montaggio serrato e i momenti di attonita lentezza, i silenzi, la musica. Totalmente innovativa, la Riefenstahl era già nel futuro dell'immagine sportiva in movimento. Ai capi nazisti piacque il legame coreografico e tematico fra la Germania nazista e l'antica Grecia, che lasciava intendere la naturalezza del passaggio dall'antichità classica alla purezza ariana (l'unico "neo" fu la fiorettista Helene Mayer, oro ad Amsterdam nel '28, cacciata dal suo club perché ebrea ma inclusa nella squadra di Berlino per una svista del potere: sul podio per l'argento fu costretta al saluto nazista).  Piacque meno certa "tolleranza" della regista, così diversa dalla donna del cinema di montagna che era, forse più pensierosa. A Berlino '36 la Germania fu prima nel medagliere. Calato il sipario ripresero le persecuzioni. La fiamma del peccato divampò ovunque. Due giorni dopo la fine dei Giochi il capitano Wolfgang Fuerstner, responsabile del villaggio olimpico, si suicidò: era stato espulso dall'esercito per una piccola macchia nel suo sangue, i nonni erano ebrei. Un mese dopo la fine dei Giochi Helen Mayer lascia la Germania: "Faccio parte di quell'umanità per la quale non c'è più spazio".