Era una sentenza già scritta. Lo si era capito fin da principio con quelle durezze procedurali che avevano preceduto la discussione. Alex Schwazer torna da Rio con una pesantissima sentenza del Tas, il tribunale sportivo e una squalifica (8 anni) che equivale all'ergastolo. Poche molecole di testosterone in un test del 1° gennaio scorso, un test rifatto dopo un primo esito negativo, sono bastate per i giudici sportivi per infliggere la pena più grave. Già, perché per lo sport Schwazer è recidivo, dopo la positività all'epo riscontrata e confessata nel 2012. Tre anni e nove mesi di stop per la prima positività; la ricostruzione grazie all'aiuto di Sandro Donati, paladino dell'antidoping riconosciuto a livello mondiale, e di una ristretto entrourage, la rinascita atletica su tempi e prestazioni che lo avrebbero rilanciato nei primissimi posti del ranking mondiale.
Era una sentenza già scritta. Lo si era capito fin da principio con quelle durezze procedurali che avevano preceduto la discussione. Alex Schwazer torna da Rio con una pesantissima sentenza del Tas, il tribunale sportivo e una squalifica (8 anni) che equivale all'ergastolo. Poche molecole di testosterone in un test del 1° gennaio scorso, un test rifatto dopo un primo esito negativo, sono bastate per i giudici sportivi per infliggere la pena più grave. Già, perché per lo sport Schwazer è recidivo, dopo la positività all'epo riscontrata e confessata nel 2012. Tre anni e nove mesi di stop per la prima positività; la ricostruzione grazie all'aiuto di Sandro Donati, paladino dell'antidoping riconosciuto a livello mondiale, e di una ristretto entrourage, la rinascita atletica su tempi e prestazioni che lo avrebbero rilanciato nei primissimi posti del ranking mondiale.
Schwazer, Donati: "Una beffa studiata per umiliarlo"
Troppo rivoluzionario il modello proposto. Un atleta che raggiunge posizioni di vertice solo col talento e le proprie forze non è "funzionale" ad un sistema in cui doping e antidoping si mescolano in una gestione indistinta in cui controllati e controllori coincidono e le regole vengono fatte ed aggiustate a seconda delle opportunità. Troppo controcorrente quell'atleta che dice chiaro e tondo alle migliaia di praticanti dello sport di resistenza che gli integratori non servono, che si possono gettare alle ortiche le "cure" anche lecite (ferro, vitamine) dietro le quali si agita un mercato non indifferente. Anche se sei un atleta di vertice. Anche se marci o corri per 200 chilometri la settimana. Troppo umiliante toccare con mano cosa si possa fare con la semplice conoscenza, la cultura, l'allenamento, per una generazione di tecnici per anni abituati alla farmacia come "must" assoluto, al punto da inculcare questa pratica come necessità nella mente degli sportivi.
Operazione Schwazer, le trame dei signori del doping
Un discorso fra sordi quello fra la difesa che ha cercato fino all'ultimo e l'accusa. A nulla è servita la ricostruzione fatta da Donati dei progressi tecnico-atletici, del grande lavoro svolto per portare il marciatore a tempi da medaglia olimpica; a nulla la dimostrazione, attraverso un apposito software, che quelle molecole "positive" erano un piccolissimo episodio (non spiegabile con un'assunzione volontaria: di qui la tesi del complotto) nel contesto di una serie di test antidoping che escludeva su basi scientifiche e calcolo delle probabilità che si fosse fatto ricorso alle cosiddette microdosi, come ipotizzato dall'accusa. Il che significa dare un bel colpo a tutta l'impalcatura del cosiddetto 'passaporto biologico', unica arma efficace, ancorché usata male, nella lotta alla farmacia proibita. Se un profilo ematico e ormonale coerente (oltre 50 test per il marciatore, univoci) non serve per dimostrare l'innocenza diventa molto difficile che possa servire per dimostrare la colpevolezza. Ma lo sport è abituato a queste assurde incongruenze. E a interpretare le proprie regole come secondo il momento. Carta straccia la denuncia delle evidenti irregolarità procedurali: l'anonimato violato (sul form che accompagna le provette la scritta di provenienza, Racinmes, il paese di Schwazer); il ritardi nel comunicare al'atleta la positività che hanno ostacolato la difesa in modo evidente.
Schwazer ai giornalisti: ''Dovreste avere rispetto''
"Ci hanno voluto fare fuori - ha commentato amaro Donati - E' stata una beffa". Mentre il marciatore ha chiesto solo rispetto. Quello che non gli hanno dato alcuni suoi 'colleghi' molto superficiali che hanno brindato alla condanna senza rendersi conto che domani in quel meccanismo trita tutto ci potrebbero essere anche loro.
Ora la sentenza è appellabile solo davanti al tribunale svizzero. Resta in piedi il procedimento penale a Bolzano con l'ipotesi di complotto nei confronti dell'atleta. Si vedrà. Ma lo scoramento probabilmente impedirà di andare avanti, anche per i costi di una giustizia sportiva (il ricorso al Tas costa attorno ai 20-25 mila euro) che concede di difendersi solo a chi può spendere. Ha vinto lo sport del doping, basti pensare ai tanti atleti russi ex dopati al via ai Giochi di Rio; ha vinto lo sport del business, dei dirigenti corrotti (ancora presenti nelle fila della Iaaf, la federazione internazionale di atletica, grande accusatrice) che per rappezzare un'immagine compromessa da mille scandali non ha esitato a far fuori uno degli atleti più rappresentativi.