Atletica Leggera

L'uomo da battere che non c'è, l'alto più 'povero' senza Tamberi

Non è mai accaduto che nell'atletica italiana un azzurro si potesse presentare alle Olimpiadi con la palma del favorito per l'oro, così come lo sarebbe stato l'azzurro, che aveva messo in guardia sia Barshim che Bondarenko (ma l'ucraino è malato). Qualcosa di formidabile e inusuale

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RIO DE JANEIRO - Dicono che non ci sia più niente di così magico, dicono che ormai le Olimpiadi (chiamiamole ancora così magari ci emozioniamo un po' di più, come quando le immagini erano in bianco e nero, scarse, come quando anche per gli atleti l'idea olimpica assumeva un significato misterioso e profondo, di scoperta, una sorta di iniziazione più umana che sportiva, come leggere Salgari e ritrovarsi per magia, appunto, dentro uno dei suoi racconti) siano un anacronismo o un'amplificazione commerciale, o la festa dei mercati, dei marchi, o nella migliore delle ipotesi un accorpamento dei tanti mondiali delle varie discipline, e che questa modalità dispendiosa, il riunire l'universo dello sport in due settimane o poco più, porti più rischi che guadagni, più paure che gioie e a meno che non si gareggi negli Stati Uniti o in qualche improbabile ma ricco paese arabo (o in Cina) l'effetto più evidente è che il paese ospitante va per stracci. Vero, probabilimente è tutto vero. L'incanto non esiste più. Vero che i protagonisti di più alto livello, abituati a viaggiare, sono ormai dei decorati businessmen. Magari tutto questo è ancora un piccolo paradiso, un paradiso di breve durata, per la 18enne somala che si mette ai blocchi dei 400 col chador e corre in 1'10"14.

Lei sì. Gli altri raccontano dell'energia diversa, dell'entusiasmo particolare, ma non ci credono più nemmeno loro. Allora per trovare ancora il "magic" bisogna inventarsi qualcosa, individuare altre strade. Guardare l'invisibile, per esempio, toccare ciò che manca. Un gioco di prestigio. Di magico, paradossalmente, c'è un'assenza: Gianmarco Tamberi. Quando domenica notte (ore 1,30 del mattino) si disputeranno le qualificazioni del salto in alto, un'ombra azzurra chiederà attenzione. Sarà inevitabile distogliere lo sguardo e puntare gli occhi a quello che è successo finora, in tutti quei giorni, in tutte quelle gare in cui questo ragazzo è salito sino a diventare l'uomo da battere. La magia del dolore e del rimpianto.

C'è qualcosa di letterario e di dolorosamente vero nella storia di Gianmarco Tamberi. Perché non c'è niente di più autentico del suo talento, perché non c'è niente di più umano che sperimentare la durezza del fato, che non ascolta, non risparmia, che non guarda chi sei o che fai o come lo fai o quanto sia grande il peso anche umano e comunicativo della tua presenza, quanto tu abbia di colpo restituito il sorriso a un'atletica triste come quella italiana (perseguitata dai limiti, dai "zero tituli" e dalle sporadiche medaglie) e all'intero movimento internazionale, facendo capire che non esistono frontiere quando lo sport unisce una tifoseria o più curve, raddrizzandole in nome della bellezza del gesto, quando spinge all'abbraccio ideale e non alla contrapposizione ostinata, quando riesce ad allontanare le amarezze di tutti i discorsi extra-sportivi, come il doping, che di sportivo non ha niente.

Non è mai accaduto che nell'atletica italiana un azzurro si potesse presentare alle Olimpiadi (chiamiamole così ancora per qualche minuto) con la palma del favorito per l'oro, così come lo sarebbe stato Gianmarco, che aveva messo in guardia sia Barshim che Bondarenko (l'ucraino è malato e sotto antobiotici, lo cura un medico dello staff italiano). Nemmeno Consolini. Era qualcosa di formidabile e di inusuale. Il passaggio di calore che ha reso possibile fisicamente il nostro universo e che dovrebbe ogni volta distinguere lo sport, contaminando il resto del mondo con la leggerezza della sua pennellata virtuosa, contagerà i Senza Tamberi sulla pedana dell'alto. Dovrebbero fargli un applauso. Loro meglio di tutti noi sanno chi è Gianmarco e perché sia così amaro toccare con mano la verità, e cioè che soltanto fra quattro anni il ragazzo potrà dimostrare che qui a Rio era giusto che ci fosse anche lui. Saranno contenti, certo, perché il podio avrà un posto libero in più. Ma saranno anche rammaricati perché quando si alza l'asticella, là sotto dovrebbero esserci tutti. Invece si guarderanno attorno e conteranno: mancherà una persona, un campione, un rivale, un amico.