Atletica: Bolt nella leggenda, i 100 sono ancora il suo regno
dal nostro inviato ENRICO SISTIIl giamaicano si impone in 9''81 precedendo il grande rivale Justin Gatlin: "E' la mia ultima Olimpiade. Ora altre due medaglie e diventerò immortale"
RIO DE JANEIRO - La leggenda è compiuta: tre ori olimpici consecutivi nei 100, nessuno ci era mai riuscito. Vincere è sempre più facile. Gli altri possono aspirare a considerarsi protagonisti e tenuti in considerazione del regista del film fino a quando rimane il dubbio che a Bolt possa accadere qualcosa d'imprevedibile, per esempio una falsa partenza, per esempio che resti chiuso nel bagno dell'albergo o si scordi le scarpe a casa, o qualcuno lo chiami e gli dica che gli è morto il gatto o che è resuscitato Bob Marley. Forse solo così possono sperare che si distragga. Ma se nulla di tutto questo accade, la distanza fra lui e gli altri aumenta. Non in metri, ma in sicurezza. Bolt ha fatto un passo avanti. Un altro ancora. Sono quarantuno e mezzo quelli che gli occorrono per correre i 100. Ne basta uno, non necessariamente di danza con le ballerine brasiliane, per accedere in un'altra galassia, dove si vincono i 100 metri per t…
RIO DE JANEIRO - La leggenda è compiuta: tre ori olimpici consecutivi nei 100, nessuno ci era mai riuscito. Vincere è sempre più facile. Gli altri possono aspirare a considerarsi protagonisti e tenuti in considerazione del regista del film fino a quando rimane il dubbio che a Bolt possa accadere qualcosa d'imprevedibile, per esempio una falsa partenza, per esempio che resti chiuso nel bagno dell'albergo o si scordi le scarpe a casa, o qualcuno lo chiami e gli dica che gli è morto il gatto o che è resuscitato Bob Marley. Forse solo così possono sperare che si distragga. Ma se nulla di tutto questo accade, la distanza fra lui e gli altri aumenta. Non in metri, ma in sicurezza. Bolt ha fatto un passo avanti. Un altro ancora. Sono quarantuno e mezzo quelli che gli occorrono per correre i 100. Ne basta uno, non necessariamente di danza con le ballerine brasiliane, per accedere in un'altra galassia, dove si vincono i 100 metri per tre olimpiadi consecutive e dove fra poco si vincono anche i 200 per tre volte consecutive e così anche la 4x100.
Se aveva qualche timore a Pechino (perché Gatlin aveva fatto una grande stagione), stavolta non c'era la benché minima possibilità che qualcuno potesse insidiarlo. Una volta Bolt vinceva di rabbia, per entrare nella storia con le medaglie e con i record. Voleva fare il vuoto dietro di sé e Dio sa quante volte c'è riuscito. Adesso sa bene che quei record (9"58 e 19"19) non sono più alla sua portata. E allora vince di testa, con la personalità che mette in campo, con la calma con cui sistema i blocchi, con la forza che emana dai suoi sguardi affettuosi e al tempo stesso rapaci. E' ormai una partita a scacchi l'atletica di questo Bolt adulto che viaggia verso i mondiali del prossimo anno (a Londra) col bottino d'oro sempre più pesante, sistemato in un forziere d'altri tempi che i controllori del treno guardano con sospetto. Ma lui ha il biglietto valido e non possono cacciarlo dallo scompartimento.
E' lui il proprietario di quel tesoro messo insieme in tutti questi anni. Anni in cui ha cambiato radicalmente il modo di concepire lo sprint, per quella sua natura perfetta in cui si sono combinate "frequenza e ampiezza" naturali: "Pensate a un nano di 1,96!", diceva il prof. Vittori. E' stato Bolt a spingere il gioco sempre più verso l'azzardo, verso traguardi inimmaginabili, come la possibilità concreta di scendere sotto i 19" a Berlino nel 2009, quando sempre il prof. Vittori disse: "Non c'è riuscito solo perché era stanco!". Bolt è stato studiato, analizzato. Bolt ha cambiato le valutazioni funzionali, i calcoli matematici, la ricerca sulle fibre muscolari. E anche mediaticamente ha trasformato l'atletica. Quella di Rio è stata soltanto una gara normale, vinta da un superuomo che conosce l'arte di saper dosare energie e rischi e non ha più bisogno di mostare il petto nudo o la B stampata sul costume di scena. Non gli è servito correre forte. E' bastato 9"81 (Gatlin secondo ha chiuso con 9''89, terzo il canadese Andrè De Grasse con 9''91), come dire cinque o sei zampate fra i quaranta e i settanta metri. E del resto Bolt più di questo non farà più. Potrà scendere di qualche centesimo. Non oltre. Gli altri non potranno comunque competere.
Almeno finché non emergerà un talento capace di avvicinarsi ai 9"70, Bolt potrà godersi questa sua "vecchiaia" che lo trascina ogni volta davanti a tutti quando partono le fotocellule sistemate sulla linea del traguardo. Bolt ha cambiato la storia prché qualcuno ne erediti l'insegnamento. E' il più grande velocista di tutti i tempi perché non ha cancellato ma ha assimilato le gesta di chi lo ha preceduto, fondendo fisici diversi, esperienze d'allenamento diverse, atteggiamenti psicologici diversi. Da Don Quarrie ha idealmente imparato i 200, da Mennea ha capito come correrli per vincere. A se stesso non poteva chiedere che mescolare tutto nel pentolone del suo magico talento e fornire risultati sconvolgenti. Nei 100 è stato il figlio di Jesse Owens più che di Carl Lewis. Forse Bolt è quello che Carl Lewis è stato per il salto in lungo. Ma adesso l'ultima pagina è stata aperta, ha cominciato a scriverla.
Terminerà qui a Rio. Tutto quello che verrà sarà un di più, forse per agevolare il giorno in cui diremo: è finita l'era Bolt. E noi che amiamo questo sport non siamo più gli stessi, perché siamo stati suoi contemporanei. Quello che aveva da spiegare, vincere, dire, raccontare, quello che secondo lui andava vissuto con leggerezza, quello che valeva la pena di un sorriso prolungato o di una battuta col suo vocione da "toaster", tutte le frecce e tutti i salamelecchi in pista per esaltare il popolo, tutti i record, tutte le medaglie olimpiche e mondiali, tutti i preziosi pediluvi per alleviare il dolore dei piedi storti e martoriati, tutti i permessi concessi dal coach Mills per andare ogni tanto a sfondarsi di pannocchie comprate al baracchino o di patatine fritte che puzzano a distanza di un chilometro, tutti i viaggi promozionali in giro per il mondo in nome dei soldi, dell'immagine ma in fondo anche un po' dell'amato sport che ancora pratica: ebbene tutto questo è stato fatto. La vita di Bolt è un romanzo veloce veloce che si legge in meno di dieci secondi. Ma quanti sogni là dentro e quanta bellezza.
"Questo è per te Giamaica, alzati...questo è per il mio popolo", ha urlato il vincitore, che poi ha confermato che "Questa sarà la mia ultima Olimpiade. Forse non mi ritirerò totalmente ma ho vinto tutto quello che volevo vincere. Qualcuno dice che posso diventare immortale. Ancora due medaglie e poi posso firmare. Immortale". Appuntamento allora ai prossimi traguardi: i 200 e la staffetta. "In gara sono stato brillante. Non sono andato così veloce, ma sono felice di aver vinto". Poi sui fischi riservati a Gatlin dal pubblico: "E' la prima volta che entro in uno stadio e iniziano a fischiare. Sono rimasto sorpreso".