Sul ring a Rio per una medaglia e per reggere il confronto per qualche round con il suo omonimo, il più grande di sempre. Muhammad Alì ha 20 anni, è un peso mosca inglese, il più giovane della spedizione britannica in Brasile. Non un perfetto sconosciuto, con l'argento ai campionati europei dilettanti (sempre pesi mosca), l'anno scorso in Bulgaria, ma si chiama come il Mito, la pietra angolare del pugilato. E questo è bastato a cerchiare con la matita rossa la sua vita sul ring, anche se pesa tanti chili in meno e non parla sul quadrato al suo avversario e al mondo come The Greatest.
Un onore, anche un peso che si porta dietro per volere del padre, Shahid, un tassista che ha mandato a memoria ogni ripresa della carriera del fenomeno di Louisville. Ma il papà di Muhammad è in ottima compagnia, in Inghilterra Alì era amato quanto negli Stati Uniti, qualche mese fa a Londra c'era stata la mostra "I Am The Greatest" e addirittura una petizione popolare chiedeva all'ormai ex premier David Cameron di nominarlo Sir, prima che il campione morisse, nella prima settimana di giugno. Ma il giovane Muhammad, pur ribadendo che Alì sia stato di sicuro il migliore, un Mito analizzato attraverso YouTube e i racconti del padre, è cresciuto con un altro modello, altra ispirazione, decisamente più terrena, Amir Khan, ammirato per la prima volta davanti a un tv nel 2004, Olimpiadi di Atene. Khan vinceva l'argento, scattava la scintilla, il piccolo Alì in palestra a fare pesi, saltare la corda, tirare di jab, lo stesso ex campione mondiale dei pesi superleggeri notava nell'omonimo del più grande del talento, prevedendo per lui un futuro a cinque cerchi. "Mi ha sempre dato tanti consigli", ha spiegato Alì a The Irish Mirror. E ora si trova a Rio, a 20 anni, con i eternamente puntati addosso per quel nome. "Un sogno che diventa realtà" scriveva sul suo account Twitter ad aprile, dopo aver ottenuto il pass per i Giochi.
Alì l'americano - che aveva radici britanniche, irlandesi per la precisione - a 18 anni vinceva la medaglia d'oro nei mediomassimi alle Olimpiadi di Roma ipotecando un posto in prima fila nella storia dello sport olimpico. Anche se lui, Muhammad l'inglese, ai quotidiani britannici va ripetendo di non avvertire l'onere di condividere nome e cognome con la Storia del pugilato. Insomma, non sa cosa sia la paura sul ring, la frase d'ordinanza che si legge sul curriculum dei pugili, anche se il quadrato stava per cambiargli la vita. La boxe stava per sfuggirgli di mano, carriera divisa a metà come accaduto al celebre omonimo, costretto a fermare la sua corsa verso la gloria per il Vietnam, il rifiuto a indossare la divisa militare americana nel Paese asiatico. Alì l'inglese invece ha rischiato di perdere suo fratello minore Danish, altro talento con guantoni con emorragia cerebrale per i colpi subiti a soli 14 anni. Via dalla palestra per un po', la passione messa un attimo all'angolo, ma il legame con il pugilato era saldo, sul ring tornava più motivato, determinato, Danish guariva, lui aveva un sogno a cinque cerchi, anche se la mamma non voleva salisse più sul tappeto. Primo round vinto, è a Rio, ora l'avversario è quasi insuperabile: reggere, anche solo per qualche minuto, il confronto con The Greatest.
Un onore, anche un peso che si porta dietro per volere del padre, Shahid, un tassista che ha mandato a memoria ogni ripresa della carriera del fenomeno di Louisville. Ma il papà di Muhammad è in ottima compagnia, in Inghilterra Alì era amato quanto negli Stati Uniti, qualche mese fa a Londra c'era stata la mostra "I Am The Greatest" e addirittura una petizione popolare chiedeva all'ormai ex premier David Cameron di nominarlo Sir, prima che il campione morisse, nella prima settimana di giugno. Ma il giovane Muhammad, pur ribadendo che Alì sia stato di sicuro il migliore, un Mito analizzato attraverso YouTube e i racconti del padre, è cresciuto con un altro modello, altra ispirazione, decisamente più terrena, Amir Khan, ammirato per la prima volta davanti a un tv nel 2004, Olimpiadi di Atene. Khan vinceva l'argento, scattava la scintilla, il piccolo Alì in palestra a fare pesi, saltare la corda, tirare di jab, lo stesso ex campione mondiale dei pesi superleggeri notava nell'omonimo del più grande del talento, prevedendo per lui un futuro a cinque cerchi. "Mi ha sempre dato tanti consigli", ha spiegato Alì a The Irish Mirror. E ora si trova a Rio, a 20 anni, con i eternamente puntati addosso per quel nome. "Un sogno che diventa realtà" scriveva sul suo account Twitter ad aprile, dopo aver ottenuto il pass per i Giochi.
Alì l'americano - che aveva radici britanniche, irlandesi per la precisione - a 18 anni vinceva la medaglia d'oro nei mediomassimi alle Olimpiadi di Roma ipotecando un posto in prima fila nella storia dello sport olimpico. Anche se lui, Muhammad l'inglese, ai quotidiani britannici va ripetendo di non avvertire l'onere di condividere nome e cognome con la Storia del pugilato. Insomma, non sa cosa sia la paura sul ring, la frase d'ordinanza che si legge sul curriculum dei pugili, anche se il quadrato stava per cambiargli la vita. La boxe stava per sfuggirgli di mano, carriera divisa a metà come accaduto al celebre omonimo, costretto a fermare la sua corsa verso la gloria per il Vietnam, il rifiuto a indossare la divisa militare americana nel Paese asiatico. Alì l'inglese invece ha rischiato di perdere suo fratello minore Danish, altro talento con guantoni con emorragia cerebrale per i colpi subiti a soli 14 anni. Via dalla palestra per un po', la passione messa un attimo all'angolo, ma il legame con il pugilato era saldo, sul ring tornava più motivato, determinato, Danish guariva, lui aveva un sogno a cinque cerchi, anche se la mamma non voleva salisse più sul tappeto. Primo round vinto, è a Rio, ora l'avversario è quasi insuperabile: reggere, anche solo per qualche minuto, il confronto con The Greatest.