SOCHI - Il suo pugnò sfondò il cielo. Era per i diritti civili. Per i neri, per le donne, contro ogni forma di discriminazione. La sua medaglia è la più famosa dello sport. Quella che Tommie Smith vinse nel '68 ai Giochi di Città del Messico. Quella che si mise al collo, chinando la testa, alzando il guanto nero, con i calzettoni ai piedi, senza scarpe. Come i raccoglitori di cotone. L'oro dei 200 metri, quel 19"83, record mondiale, che Mennea batterà undici anni dopo. Quell'incrocio pericoloso tra sport, storia, cultura. Non un podio, ma una rivoluzione. Il sentimento che i neri non sarebbero più stati vinti. Nella vita, non in corsia. Una semplice medaglia che racchiuse il mondo e anche un mondo: Martin Luther King, Malcom X, Rosa Parks, Mohammad Alì. Obama ancora non c'era. Oggi Tommie Smith ha 70 anni. Parla al telefono da casa sua, in Atlanta.
Smith, il suo pugno varrebbe anche per Sochi?
"Mettiamola così: i diritti degli uomini sono gli stessi e non scadono mai. Nel '68 io ero quello sbagliato, il nero cattivo, ora l'America per fortuna ha scelto di farsi rappresentare da Billie Jean King, che è un vero simbolo dei diritti umani. È stata sempre applaudita per il suo coraggio e anch'io sono fiero dei passi che ci ha fatto fare. Lottare per la libertà dei gay è giusto, su questo tema i paesi devono cambiare. Se l'America vuole restare una nazione leader del mondo non può rinunciare a promuovere iniziative umanitarie".
Ma se 46 anni fa quasi la linciarono.
"I tempi per fortuna cambiano. Ora dico: lasciate che i Giochi inizino, che l'energia degli atleti si scateni, ne hanno bisogno per arrivare al successo. Chi invece per sua scelta ha deciso di non andare a Sochi spero lo abbia fatto in maniera trasparente e che sia consapevole che ogni sacrificio deve essere sostenuto dalla fede e dalla forza. I Giochi sono una tribuna eccezionale, danno visibilità, portano riflettori. Solo che noi atleti nel '68 restammo senza appoggi. Molto fieri, ma molto soli, niente mezzi di comunicazione. Eravamo neri, spazzatura, senza glamour. L'Fbi era sempre alla porta, ogni volta che capitava qualcosa, come il rapimento di Patricia Hearst, venivano a bussare da me. A cinque anni con i soldi che mi aveva dato mia madre andai a comprare un cono. Un bambino bianco me lo gettò a terra: i neri non mangiano gelato. Era un'altra America. Io ero cresciuto in campagna, in una famiglia di 12 figli, sgobbavamo nei campi di cotone, dormivamo tre in un letto".
La partecipazione del premier italiano, Letta, è stata criticata.
"È libero di andare. C'è chi pensa che sia ingiusto che lo sport debba pagare sulla sua pelle una verginità che i paesi vogliono rifarsi sul tema dei diritti umani. Però intanto firmano contratti commerciali. Io sono più sereno: chi siamo noi per giudicare le azioni degli altri? Ognuno dovrebbe decidere secondo quello che si sente. Anche il boicottaggio non è un'idea che piace a tutti. Sì, sul momento fa rumore. Come quello di Carter nell'80 a Mosca. Ma alla fine quel rumore si sente davvero. Le scelte determinano chi si è, ma bisogna anche saperle sopportare".
Il presidente Obama le ha mai chiesto consigli?
"Non l'ho mai incontrato, né conosciuto. Non ancora almeno. Resta il mio presidente".
Alla fine lei ha avuto ragione: il podio serve anche ad altro.
"Per Mandela è stata una lunga camminata verso la libertà. Io non credo sia finita. La crescita sociale non si chiude qui. Il tema dei diritti ha bisogno di longevità, non di un capolinea".
Smith, il suo pugno varrebbe anche per Sochi?
"Mettiamola così: i diritti degli uomini sono gli stessi e non scadono mai. Nel '68 io ero quello sbagliato, il nero cattivo, ora l'America per fortuna ha scelto di farsi rappresentare da Billie Jean King, che è un vero simbolo dei diritti umani. È stata sempre applaudita per il suo coraggio e anch'io sono fiero dei passi che ci ha fatto fare. Lottare per la libertà dei gay è giusto, su questo tema i paesi devono cambiare. Se l'America vuole restare una nazione leader del mondo non può rinunciare a promuovere iniziative umanitarie".
Ma se 46 anni fa quasi la linciarono.
"I tempi per fortuna cambiano. Ora dico: lasciate che i Giochi inizino, che l'energia degli atleti si scateni, ne hanno bisogno per arrivare al successo. Chi invece per sua scelta ha deciso di non andare a Sochi spero lo abbia fatto in maniera trasparente e che sia consapevole che ogni sacrificio deve essere sostenuto dalla fede e dalla forza. I Giochi sono una tribuna eccezionale, danno visibilità, portano riflettori. Solo che noi atleti nel '68 restammo senza appoggi. Molto fieri, ma molto soli, niente mezzi di comunicazione. Eravamo neri, spazzatura, senza glamour. L'Fbi era sempre alla porta, ogni volta che capitava qualcosa, come il rapimento di Patricia Hearst, venivano a bussare da me. A cinque anni con i soldi che mi aveva dato mia madre andai a comprare un cono. Un bambino bianco me lo gettò a terra: i neri non mangiano gelato. Era un'altra America. Io ero cresciuto in campagna, in una famiglia di 12 figli, sgobbavamo nei campi di cotone, dormivamo tre in un letto".
La partecipazione del premier italiano, Letta, è stata criticata.
"È libero di andare. C'è chi pensa che sia ingiusto che lo sport debba pagare sulla sua pelle una verginità che i paesi vogliono rifarsi sul tema dei diritti umani. Però intanto firmano contratti commerciali. Io sono più sereno: chi siamo noi per giudicare le azioni degli altri? Ognuno dovrebbe decidere secondo quello che si sente. Anche il boicottaggio non è un'idea che piace a tutti. Sì, sul momento fa rumore. Come quello di Carter nell'80 a Mosca. Ma alla fine quel rumore si sente davvero. Le scelte determinano chi si è, ma bisogna anche saperle sopportare".
Il presidente Obama le ha mai chiesto consigli?
"Non l'ho mai incontrato, né conosciuto. Non ancora almeno. Resta il mio presidente".
Alla fine lei ha avuto ragione: il podio serve anche ad altro.
"Per Mandela è stata una lunga camminata verso la libertà. Io non credo sia finita. La crescita sociale non si chiude qui. Il tema dei diritti ha bisogno di longevità, non di un capolinea".