Va bene tutto. La neve che non c'è, le aspettative dell'organizzazione che sogna l'Olimpiade perfetta già sapendo, come al solito, che ciò non sarà possibile. Va bene che gli atleti canadesi si dicano pronti a sfidare chiunque in qualunque disciplina e su qualunque superficie, anche l'erba dei prati viste le temperature. Va bene il caos logistico e una certa rabbia degli operatori meno tutelati (tassisti e bancarellari). Va bene persino che i camion utilizzati per ridare la tinta di bianco alle piste siano stati guidati - pare - da un personale mal pagato che adesso minaccia ritorsioni "no global" ("vi scioglieremo tutta la neve con i nostri buuuu!").
Ma la verità, e forse il senso più profondo dei Giochi di Vancouver visti in ottica canadese, è che 33 milioni di cittadini, il più delle volte divisi da geografia, boschi, ghiaccio, politica e lingua, stanno aspettando da quattro anni il 28 febbraio, giorno di chiusura della manifestazione. In preda all'ansia. Perché mai?
Perché il 28 febbraio verrà assegnato l'oro nella finale maschile dell'hockey. E l'hockey in Canada non è uno sport. E' il senso stesso di una nazione, incarna la sua più profonda identità. E' come il calcio in Brasile, il rugby in Nuova Zelanda, la discesa libera in Austria, il cricket in India. Essere primi nel medagliere finale non sarebbe sufficiente a colmare la vergogna di vedersi sfuggire un'altra volta, dopo Calgary, l'oro nell'hockey in un'Olimpiade giocata in casa.
Ovunque si dice e si scrive "hockey su ghiaccio" per distinguerlo da quelli su prato e a rotelle. In Canada è semplicemente hockey. I padri lo tramandano ai figli con le stesse metodiche, la stessa amorosa premura con cui si passa di mano una collezione di libri spolverati ogni giorno. Generazioni di canadesi sono cresciute ascoltando per decadi la "Hockey Night" alla radio, il loro "Tutto il calcio minuto per minuto". I più giovani fanno la stessa cosa restando incollati ai loro televisori in alta definizione, mandando tutti i sabati al diavolo la discoteca. Tracce di hockey si rinvengono nelle tasche dei canadesi. Le banconote da 5 dollari riproducono ed eternano l'immagine di alcuni bambini che giocano, indovinate un po', a hockey. La moneta da un dollaro segretamente e scaramanticamente sepolta nel ghiaccio all'inizio dei Giochi di Salt Lake City del 2002 (dove si concluse la cinquantennale attesa di un oro nell'hockey) è esposta nella Hockey Hall of Fame di Toronto: una bacheca con l'allarme come si fa con le uova di Fabergé, la Gioconda, i gioielli della corona inglese. Il dollaro del riscatto è considerato alla stregua di un tesoro nazionale, è il Santo Graal dello sport.
La letteratura canadese si è spesso occupata di hockey. Con una modulazione di toni però. Per Morley Callaghan è "il nostro dramma". Per Bruce Kidd è, più coreograficamente, "la danza della vita". Per John McFarlane "il nostro modo di riscaldarci quando fuori si gela". Per Hugh MacLennan l'hockey produce lo stesso effetto di "un alcolico potente su un uomo depresso". Persino Michael Bublé giocava a hockey. I bambini cominciano a impratichirsi verso i 4 anni, con bastoni appropriati e palline da tennis al posto del dischetto. Il primo ministro canadese, Stephen Harper, potrà anche dividere l'opinione pubblica. Però sul suo hobby tutti convergono: Harper è uno storico dell'hockey e sta scrivendo un romanzo sulle origini del professionismo, ricostruite attraverso le vicissitudini di una squadra fittizia, gli Schreech Owls. Oltre a giocare partite in tutto il mondo, gli Owls trovano anche il tempo di risolvere misteri (fra cui il furto di una Stanley Cup, la coppa che viene assegnata alla squadra che vince il titolo della NHL, la lega hockey dell'America del Nord) e scovare assassini, come un manipolo di Sherlock Holmes in maschera, con elmetto e paragambe al posto del violino e della pipa, e con le maltodestrine al posto della cocaina al 7%. Il libro del premier andrà certamente a ruba.
"L'hockey significa tutto, per questo significa troppo". Con questo paradosso, il giornalista e scrittore di hockey Roy McGregor sintetizza e raccoglie i brividi dell'attesa collettiva del fatidico 28 febbraio: "Andate a vedere una partita di under 17. Vi sembrerà di assistere alla finale di Stanley Cup", spiega il vice-presidente della federhockey canadese Johnny Misley. Un contributo indispensabile alla conservazione dell'orgoglio nazionale. Come le giubbe rosse. Dovessero perdere l'oro degli ori, quel giorno a Vancouver, un intero paese sarebbe costretto a prendere un appuntamento dallo psicanalista.
Ma la verità, e forse il senso più profondo dei Giochi di Vancouver visti in ottica canadese, è che 33 milioni di cittadini, il più delle volte divisi da geografia, boschi, ghiaccio, politica e lingua, stanno aspettando da quattro anni il 28 febbraio, giorno di chiusura della manifestazione. In preda all'ansia. Perché mai?
Perché il 28 febbraio verrà assegnato l'oro nella finale maschile dell'hockey. E l'hockey in Canada non è uno sport. E' il senso stesso di una nazione, incarna la sua più profonda identità. E' come il calcio in Brasile, il rugby in Nuova Zelanda, la discesa libera in Austria, il cricket in India. Essere primi nel medagliere finale non sarebbe sufficiente a colmare la vergogna di vedersi sfuggire un'altra volta, dopo Calgary, l'oro nell'hockey in un'Olimpiade giocata in casa.
Ovunque si dice e si scrive "hockey su ghiaccio" per distinguerlo da quelli su prato e a rotelle. In Canada è semplicemente hockey. I padri lo tramandano ai figli con le stesse metodiche, la stessa amorosa premura con cui si passa di mano una collezione di libri spolverati ogni giorno. Generazioni di canadesi sono cresciute ascoltando per decadi la "Hockey Night" alla radio, il loro "Tutto il calcio minuto per minuto". I più giovani fanno la stessa cosa restando incollati ai loro televisori in alta definizione, mandando tutti i sabati al diavolo la discoteca. Tracce di hockey si rinvengono nelle tasche dei canadesi. Le banconote da 5 dollari riproducono ed eternano l'immagine di alcuni bambini che giocano, indovinate un po', a hockey. La moneta da un dollaro segretamente e scaramanticamente sepolta nel ghiaccio all'inizio dei Giochi di Salt Lake City del 2002 (dove si concluse la cinquantennale attesa di un oro nell'hockey) è esposta nella Hockey Hall of Fame di Toronto: una bacheca con l'allarme come si fa con le uova di Fabergé, la Gioconda, i gioielli della corona inglese. Il dollaro del riscatto è considerato alla stregua di un tesoro nazionale, è il Santo Graal dello sport.
La letteratura canadese si è spesso occupata di hockey. Con una modulazione di toni però. Per Morley Callaghan è "il nostro dramma". Per Bruce Kidd è, più coreograficamente, "la danza della vita". Per John McFarlane "il nostro modo di riscaldarci quando fuori si gela". Per Hugh MacLennan l'hockey produce lo stesso effetto di "un alcolico potente su un uomo depresso". Persino Michael Bublé giocava a hockey. I bambini cominciano a impratichirsi verso i 4 anni, con bastoni appropriati e palline da tennis al posto del dischetto. Il primo ministro canadese, Stephen Harper, potrà anche dividere l'opinione pubblica. Però sul suo hobby tutti convergono: Harper è uno storico dell'hockey e sta scrivendo un romanzo sulle origini del professionismo, ricostruite attraverso le vicissitudini di una squadra fittizia, gli Schreech Owls. Oltre a giocare partite in tutto il mondo, gli Owls trovano anche il tempo di risolvere misteri (fra cui il furto di una Stanley Cup, la coppa che viene assegnata alla squadra che vince il titolo della NHL, la lega hockey dell'America del Nord) e scovare assassini, come un manipolo di Sherlock Holmes in maschera, con elmetto e paragambe al posto del violino e della pipa, e con le maltodestrine al posto della cocaina al 7%. Il libro del premier andrà certamente a ruba.
"L'hockey significa tutto, per questo significa troppo". Con questo paradosso, il giornalista e scrittore di hockey Roy McGregor sintetizza e raccoglie i brividi dell'attesa collettiva del fatidico 28 febbraio: "Andate a vedere una partita di under 17. Vi sembrerà di assistere alla finale di Stanley Cup", spiega il vice-presidente della federhockey canadese Johnny Misley. Un contributo indispensabile alla conservazione dell'orgoglio nazionale. Come le giubbe rosse. Dovessero perdere l'oro degli ori, quel giorno a Vancouver, un intero paese sarebbe costretto a prendere un appuntamento dallo psicanalista.