VANCOUVER (Canada) - La promessa azzurra della combinata nordica entra in gioco alle 18, con un bel salto dal trampolino. Ma, il momento in cui Alessandro Pittin si giocherà il futuro, che tutti gli indicano come roseo, sarà un po' prima di mezzanotte, quando cercherà di completare l'exploit con lo sci di fondo. A guidare il nuovo talento di una specialità praticamente sconosciuta in Italia c'è un tecnico particolare, quel Giuseppe Chenetti (detto Sepp) che a Torino 2006 portò alla vittoria dei 50 km Giorgio Di Centa, e che ora spera di ripetere il risultato con il ventenne finanziere friulano.
Chenetti, cosa combinerà Pittin?
"Difficile dirlo. E' tra gli atleti top e la preparazione non ha avuto problemi".
Non facciamo catenaccio.
"Diciamo che Alessandro ha una tendenza: un giorno fa bene il salto, un altro va bene nel fondo. Se riesce a farli bene tutti e due insieme, lo stesso giorno, ci togliamo qualche soddisfazione".
Che tipo è questo Pittin?
"Un perfezionista. Pensate che s'è pagato la "business" sull'aereo per il Canada, pur di evitare un sacrificio fisico in più. E' molto concentrato su quello che fa".
Ed agonisticamente?
"Un atleta piccolo, ma esplosivo. Con le stesse caratteristiche dei fondisti: il suo segreto è nel consumo di ossigeno. E' quasi uguale a quello di Bjorndalen".
La leggenda del biathlon.
"Purtroppo Alessandro, se devo trovargli un difetto, ha poca portanza. E quella forza aerodinamica serve per volare di più nel salto".
Lei ha allenato Giorgio Di Centa. Com'è finito alla combinata?
"Nel fondo sono state fatte altre scelte, altri progetti nei quali io non figuravo".
E' rimasto disoccupato.
"Per qualche mese. Poi mi hanno telefonato quelli della combinata".
Ed è scattata la nuova sfida.
"Già. La combinata italiana, per tradizione, è sempre stata più concentrata sul salto che sul fondo".
Com'è andata all'inizio?
"Mah, confesso che sono stato anche guardato un po' male".
Tradizionalisti?
"C'erano eterne discussioni, io sono un tipo pratico. Poi ho i miei metodi, diversi da quelli cui erano abituati".
Lei usava i cerchi per far allenare Di Centa.
"Qui invece uso la cyclette da camera. Serve per avere i muscoli agili".
Cos'altro?
"Tabelle di forza per le gambe, come i velocisti dell'atletica. Poi normali lavori di potenza e velocità".
Ma quanti salti fa in un anno Pittin?
"Cinquecento".
Non sono un po' pochi?
"Ma no. I salti vanno alternati al fondo. Ricordiamoci che fanno due sport in uno".
E quindi?
"Quando t'alleni per il salto, non puoi fare l'altro. Ho avuto animate discussioni".
Cosa non si capiva?
"Che bisogna calibrare, pensare alla qualità del lavoro. Non puoi spingere i combinatisti all'eccesso".
Perché no?
"Perché perdono la sensibilità, diventano discontinui. Meglio rivedere le riprese dei video".
Ma lei interviene anche nell'allenamento del salto?
"Ho dato uno sguardo, ho provato a mettere il naso. Poi ho lasciato perdere".
Fortunatamente sono arrivati i risultati.
"Pittin è sbocciato, e tutto è stato più facile".
Dovrebbe, Pittin, usare il dono della parola.
"Sono sconfortati perfino i suoi genitori. Non si apre immediatamente".
Ultima cosa: cosa occorre per fare il salto di qualità?
"Li ho portati anche nella galleria del vento, li ho fatti sforzare con gli elastici. Ma per vincere serve il coraggio".
Chenetti, cosa combinerà Pittin?
"Difficile dirlo. E' tra gli atleti top e la preparazione non ha avuto problemi".
Non facciamo catenaccio.
"Diciamo che Alessandro ha una tendenza: un giorno fa bene il salto, un altro va bene nel fondo. Se riesce a farli bene tutti e due insieme, lo stesso giorno, ci togliamo qualche soddisfazione".
Che tipo è questo Pittin?
"Un perfezionista. Pensate che s'è pagato la "business" sull'aereo per il Canada, pur di evitare un sacrificio fisico in più. E' molto concentrato su quello che fa".
Ed agonisticamente?
"Un atleta piccolo, ma esplosivo. Con le stesse caratteristiche dei fondisti: il suo segreto è nel consumo di ossigeno. E' quasi uguale a quello di Bjorndalen".
La leggenda del biathlon.
"Purtroppo Alessandro, se devo trovargli un difetto, ha poca portanza. E quella forza aerodinamica serve per volare di più nel salto".
Lei ha allenato Giorgio Di Centa. Com'è finito alla combinata?
"Nel fondo sono state fatte altre scelte, altri progetti nei quali io non figuravo".
E' rimasto disoccupato.
"Per qualche mese. Poi mi hanno telefonato quelli della combinata".
Ed è scattata la nuova sfida.
"Già. La combinata italiana, per tradizione, è sempre stata più concentrata sul salto che sul fondo".
Com'è andata all'inizio?
"Mah, confesso che sono stato anche guardato un po' male".
Tradizionalisti?
"C'erano eterne discussioni, io sono un tipo pratico. Poi ho i miei metodi, diversi da quelli cui erano abituati".
Lei usava i cerchi per far allenare Di Centa.
"Qui invece uso la cyclette da camera. Serve per avere i muscoli agili".
Cos'altro?
"Tabelle di forza per le gambe, come i velocisti dell'atletica. Poi normali lavori di potenza e velocità".
Ma quanti salti fa in un anno Pittin?
"Cinquecento".
Non sono un po' pochi?
"Ma no. I salti vanno alternati al fondo. Ricordiamoci che fanno due sport in uno".
E quindi?
"Quando t'alleni per il salto, non puoi fare l'altro. Ho avuto animate discussioni".
Cosa non si capiva?
"Che bisogna calibrare, pensare alla qualità del lavoro. Non puoi spingere i combinatisti all'eccesso".
Perché no?
"Perché perdono la sensibilità, diventano discontinui. Meglio rivedere le riprese dei video".
Ma lei interviene anche nell'allenamento del salto?
"Ho dato uno sguardo, ho provato a mettere il naso. Poi ho lasciato perdere".
Fortunatamente sono arrivati i risultati.
"Pittin è sbocciato, e tutto è stato più facile".
Dovrebbe, Pittin, usare il dono della parola.
"Sono sconfortati perfino i suoi genitori. Non si apre immediatamente".
Ultima cosa: cosa occorre per fare il salto di qualità?
"Li ho portati anche nella galleria del vento, li ho fatti sforzare con gli elastici. Ma per vincere serve il coraggio".