Parafrasando Nanni Moretti: ma al Nazareno mi si nota di più se vado o se non vado? Le pubbliche consultazioni indette dal Partito democratico per raggiungere un accordo sul prossimo inquilino del Quirinale dividono, separano, innestano in rete discussioni a non finire. Politici, osservatori, addetti ai lavori. Partecipano tutti. Un dedalo di pareri. Di sussurri. Insomma, a ciascuno il suo commento, più o meno richiesto.
Quelli che "giammai". E' noto: per la maggioranza del popolo a Cinque Stelle varcare la soglia del Nazareno significa essere complici del peccato originale della politica da Palazzo: l'inciucio. "Ci è andato Berlusconi". Ergo: noi non ci andiamo. Né adesso né mai. Neanche per sbaglio, neanche per prendere un caffè. Tutto in ordine, pura pragmatica grillina. Ma il dubbio s'insinua e con esso anche una parziale ragione politica. Stefania, militante, chiede su Facebook ad Alessandro Di Battista: "Scusami, ma non era meglio andarci? Anche solo per sottrarre al nemico l'argomento che il MoVimento dice solo dei No!". Già: non era meglio andarci?
Quelli che #matteostaiattento. Perché siamo sicuri che per il Quirinale vale la sacralità del patto tra contraenti? Insomma: nel diritto "pacta sunt servanda", sempre e comunque. Ma il comportamento dei grandi elettori del presidente della Repubblica sfugge spesso alla logica (vedere alla voce 101) figuriamoci al diritto. Insomma, l'influenza di stagione è la sindrome del franco tiratore. E in questo senso a Renzi arriva un consiglio da chi ne ha viste abbastanza. L'ex ministro Gianfranco Rotondi gli twetta: "Attento al nome secco, Matteo. Potrebbe restarci secco". E non solo: l'ideatore della Cosa Bianca, sacerdote della Prima Repubblica che fu, invita il premier a una gestione "morotea" dell'elezione. E non servono analisti o filologi per comprendere il senso del consiglio.
Quelli che "lo schema del gioco". Perché non c'è neanche bisogno di dirlo: il Nazareno? This must be the place: è solo da questo posto, solo dal Partito democratico che può uscir fuori il nome del prossimo capo dello Stato. Ma attenzione: l'indicazione non è solo topografica. Riguarda l'identità, il bene supremo dell'unità del partito si sarebbe detto un tempo. Un valore che nella vulgata attuale equivale al "non cedere troppo a Berlusconi". E' questo il sussurro a denti più o meno stretti di migliaia di elettori democratici. Perché né il Pd né il Quirinale sono solo una questione aritmetica.
Quelli che "giammai". E' noto: per la maggioranza del popolo a Cinque Stelle varcare la soglia del Nazareno significa essere complici del peccato originale della politica da Palazzo: l'inciucio. "Ci è andato Berlusconi". Ergo: noi non ci andiamo. Né adesso né mai. Neanche per sbaglio, neanche per prendere un caffè. Tutto in ordine, pura pragmatica grillina. Ma il dubbio s'insinua e con esso anche una parziale ragione politica. Stefania, militante, chiede su Facebook ad Alessandro Di Battista: "Scusami, ma non era meglio andarci? Anche solo per sottrarre al nemico l'argomento che il MoVimento dice solo dei No!". Già: non era meglio andarci?
Quelli che #matteostaiattento. Perché siamo sicuri che per il Quirinale vale la sacralità del patto tra contraenti? Insomma: nel diritto "pacta sunt servanda", sempre e comunque. Ma il comportamento dei grandi elettori del presidente della Repubblica sfugge spesso alla logica (vedere alla voce 101) figuriamoci al diritto. Insomma, l'influenza di stagione è la sindrome del franco tiratore. E in questo senso a Renzi arriva un consiglio da chi ne ha viste abbastanza. L'ex ministro Gianfranco Rotondi gli twetta: "Attento al nome secco, Matteo. Potrebbe restarci secco". E non solo: l'ideatore della Cosa Bianca, sacerdote della Prima Repubblica che fu, invita il premier a una gestione "morotea" dell'elezione. E non servono analisti o filologi per comprendere il senso del consiglio.
Quelli che "lo schema del gioco". Perché non c'è neanche bisogno di dirlo: il Nazareno? This must be the place: è solo da questo posto, solo dal Partito democratico che può uscir fuori il nome del prossimo capo dello Stato. Ma attenzione: l'indicazione non è solo topografica. Riguarda l'identità, il bene supremo dell'unità del partito si sarebbe detto un tempo. Un valore che nella vulgata attuale equivale al "non cedere troppo a Berlusconi". E' questo il sussurro a denti più o meno stretti di migliaia di elettori democratici. Perché né il Pd né il Quirinale sono solo una questione aritmetica.