2011

ARTISTI

Parla il nuovo Max Pezzali
"Canto quello che non va"

Esce il nuovo album, "Terraferma", e l'artista va a Sanremo. "Ho capito che non potevo scrivere le cose che scrivevo prima"

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ROMA - Un tempo c'erano gli 883, e la loro musica di stampo sanamente adolescenziale. Poi Max Pezzali ha iniziato a scrivere cose diverse, sempre in linea con il suo pubblico e la sua età. Adesso Pezzali, che sta per andare a Sanremo con un brano non casualmente intitolato Il mio secondo tempo, ha passato i quarant'anni, è diventato padre, e anche la sua musica ha cambiato tono. Se negli anni passati mettere la sua produzione nella casella "canzone d'autore" sarebbe stato francamente improponibile, adesso, ascoltando il suo nuovo album, Terraferma, è evidente che l'autore iperpop di Hanno ucciso l'uomo ragno non c'è più e che Pezzali racconta storie ben diverse. "Il momento di svolta è stato quando due anni e mezzo fa è nato mio figlio", ci dice Pezzali, "ho capito che erano cambiate le lenti attraverso le quali guardavo la realtà e che non potevo continuare a scrivere le cose che scrivevo prima".

Cosa è cambiato maggiormente?
"Forse ho un approccio meno ottimista. Cioè, non voglio dire che io sia diventato pessimista, anzi, credo ancora di essere un ottimista che spera che le cose possano migliorare. Ma so che non si può più far finta che tutto sia perfetto. Io amo il tempo in cui viviamo, i progressi tecnologici, quelli in campo medico, ci mostrano un mondo di grandi meraviglie, ma ci sono anche grandi miserie, che non si può non vedere. Ed è anche un mondo che spesso
è difficile da decodificare, persino per uno come me, aggiornato, che si tiene al corrente".

Tutto questo si riflette nelle nuove canzoni?
"Credo di sì. C'è un pezzo, A posto domattina, in cui racconto una generazione di commercialisti, medici, avvocati miei coetanei, che fanno finta di essere delle rockstar, vanno nei locali alla moda, si drogano in bagno, hanno moglie e fidanzate completamente rifatte e vivono come se non esistessero età e futuro, in un eterno presente, un eterna adolescenza senza fine. Vederli oggi mi intristisce, dovrebbero essere la classe dirigente di un paese che invece ha una classe dirigente di settantenni rimbambiti".

Non crede che possa alienarsi le simpatie di parte del suo pubblico?
"È possibile che ci sia una frattura tra me e una parte del pubblico, ma uno deve prendersi le proprie responsabilità. Il problema del nostro tempo è che la società italiana è fatta da eterni giovani o eterni vecchi che comandano, e il resto semplicemente non c'è. Io ho raccontato sempre me stesso, devo essere onesto, voglio continuare a raccontare le storie del mondo che io vivo. Prendere in giro il pubblico per catturare la loro benevolenza e mantenere un posizione di mercato in un mercato che peraltro non c'è più, sarebbe assurdo".

E il ritorno a Sanremo dopo 16 anni? Chi glielo fa fare?
"Bah, un pizzico di sana incoscienza, perché no. Da una parte c'è Morandi: è una garanzia di qualità, non è un dirigente televisivo che vede i cantanti come cristiani da buttare in pasto ai leoni in nome dell'audience. Dall'altra è anche l'ultimo spazio televisivo rimasto, non c'è più nemmeno il Festivalbar, per un artista pop come me diventa tutto difficile".

Sedici anni fa doveva vincere con Fiorello...
"Fu un'esperienza terribile, avevo un'ansia terribile e costantemente 39 di febbre, eravamo seguiti da telecamere e microfoni ovunque, anche in bagno. Poi c'era il pazzo che si voleva lanciare dalla balconata, la Bertè che tirava le cose nei corridoi... Quest'anno spero di divertirmi di più...".