MILANO - Doveva avere poco più di 10 anni, una notte a Genova. Il piccolo Cristiano si sveglia, alle cinque del mattino, sente dei rumori, va a guardare in salotto e scopre che il padre sta cantando a sua madre, Enrica “Puny” Rignon, una nuova canzone. Spia in silenzio e vede la madre che scoppia a piangere. Piange anche lui, di commozione. La canzone era Verranno a chiederti del nostro amore, una delle più struggenti e intense scritte da De André nella sua monumentale carriera. Cristiano la canterà a Sanremo, il venerdì, nella serata riservata alle grandi canzoni della nostra storia, voce e pianoforte, dedicandola ai suoi genitori. Ma al di là di questa dedica, in gara ci andrà con due pezzi molto forti, a partire da Invisibili, una dura requisitoria sulla “strage” con cui l’eroina ha devastato un’intera generazione.
[[ge:rep-locali:repubblica:78837541]]
Chi sono gli invisibili?
«Allora, prima cosa, mio padre non c’entra, contrariamente a quanto qualcuno ha pensato. Casomai c’entra perché la “sua” Genova, quella dei suoi vent’anni, era molto più bucolica e interessante di quella della fine degli anni Settanta-anni Ottanta. In realtà è un dialogo immaginario con un amico che non c’è più, divorato dall’eroina a ventitré anni, com’è successo a un sacco di gente che conoscevo. Io sono stato fortunato, perché avevo un padre con la testa che aveva, e poi avevo la musica, una passione travolgente che probabilmente mi ha salvato. Avevo un’alternativa. Altri non ce l’avevano».
Invisibili sono le vittime, ma forse anche i carnefici?
«Certamente, l’eroina diventava la tua mamma, la tua ragione di vita, quella che ti capiva. Successe dovunque ma in particolare a Genova e Verona, a metà anni Settanta arrivò un mare d’eroina e non si sa quale assassino invisibile l’abbia diffusa, questi governi di allora, chissà... un modo per far fuori generazioni scomode, uno sterminio invisibile, c’era il perbenismo italiota che demonizzava la droga, creava la vergogna sociale, considerando criminali i ragazzi che si drogavano, non erano capiti, era il periodo clerico-fascista delle stragi, della strategia della tensione, delle tangenti, un’Italia che non voleva cambiare ed era inaccettabile per chi aveva vent’anni. Sta di fatto che una generazione è sparita tra overdose, malattie, mentre c’erano i nostri zii, diciamo così, che cercavano di cambiare le cose, il divorzio, l’aborto, sembrava un disegno per cancellare una generazione, semplici ragazzi che magari sognavano un mondo diverso».
Anche lei però a trovato il modo di perdersi...
«Ma sì, c’era comunque l’insicurezza, l’inquietudine dei vent’anni, e quella promessa che avevo fatto a mio padre di trovare un rifugio per Cristiano, per essere considerato, e il dubbio di riuscire a mantenere quella promessa».
E quanto ci ha messo a mantenerla?
«Beh, adesso forse, a 47 anni. Non è stato facile, mi son dovuto abituare a essere un’ombra, poi pian piano a essere Cristiano De André, con un cognome che del resto non mi dispiace affatto portare. Il momento decisivo è stato quando ho portato in giro le sue canzoni, lì ho esorcizzato, sono diventato mio padre, e ho capito molte cose, tra le righe, un’esperienza anche dolorosa ma fantastica. La svolta fu il suo ultimo tour. C’eravamo ritrovati, mi trattava come un collega, come un musicista da rispettare, era stata la mia vittoria, peccato che proprio a quel punto l’ho perso....»
Il secondo pezzo, Il cielo è vuoto, sembra quasi un raccordo di speranza. O no?
«Sì, in parte, volevo immaginare il cielo come una lavagna vuota su cui possiamo scrivere una cosa nuova. In fondo in questo periodo siamo come regrediti a molto tempo fa, quasi un secondo medioevo, gli unici miti sono l’essere furbi, i soldi, abbiamo totalmente perso la capacità di parlarci con l’anima, e dobbiamo ricercarla nella discarica delle cose del passato».
I due pezzi sono ambedue in gran parte recitati...
«Sì, volevo ritornare a quella cosa un po’ familiare che era “due toni sotto il rutto”, diciamo alla Lou Reed, ma poi c’è anche della melodia».
[[ge:rep-locali:repubblica:78837541]]
Chi sono gli invisibili?
«Allora, prima cosa, mio padre non c’entra, contrariamente a quanto qualcuno ha pensato. Casomai c’entra perché la “sua” Genova, quella dei suoi vent’anni, era molto più bucolica e interessante di quella della fine degli anni Settanta-anni Ottanta. In realtà è un dialogo immaginario con un amico che non c’è più, divorato dall’eroina a ventitré anni, com’è successo a un sacco di gente che conoscevo. Io sono stato fortunato, perché avevo un padre con la testa che aveva, e poi avevo la musica, una passione travolgente che probabilmente mi ha salvato. Avevo un’alternativa. Altri non ce l’avevano».
Invisibili sono le vittime, ma forse anche i carnefici?
«Certamente, l’eroina diventava la tua mamma, la tua ragione di vita, quella che ti capiva. Successe dovunque ma in particolare a Genova e Verona, a metà anni Settanta arrivò un mare d’eroina e non si sa quale assassino invisibile l’abbia diffusa, questi governi di allora, chissà... un modo per far fuori generazioni scomode, uno sterminio invisibile, c’era il perbenismo italiota che demonizzava la droga, creava la vergogna sociale, considerando criminali i ragazzi che si drogavano, non erano capiti, era il periodo clerico-fascista delle stragi, della strategia della tensione, delle tangenti, un’Italia che non voleva cambiare ed era inaccettabile per chi aveva vent’anni. Sta di fatto che una generazione è sparita tra overdose, malattie, mentre c’erano i nostri zii, diciamo così, che cercavano di cambiare le cose, il divorzio, l’aborto, sembrava un disegno per cancellare una generazione, semplici ragazzi che magari sognavano un mondo diverso».
Anche lei però a trovato il modo di perdersi...
«Ma sì, c’era comunque l’insicurezza, l’inquietudine dei vent’anni, e quella promessa che avevo fatto a mio padre di trovare un rifugio per Cristiano, per essere considerato, e il dubbio di riuscire a mantenere quella promessa».
E quanto ci ha messo a mantenerla?
«Beh, adesso forse, a 47 anni. Non è stato facile, mi son dovuto abituare a essere un’ombra, poi pian piano a essere Cristiano De André, con un cognome che del resto non mi dispiace affatto portare. Il momento decisivo è stato quando ho portato in giro le sue canzoni, lì ho esorcizzato, sono diventato mio padre, e ho capito molte cose, tra le righe, un’esperienza anche dolorosa ma fantastica. La svolta fu il suo ultimo tour. C’eravamo ritrovati, mi trattava come un collega, come un musicista da rispettare, era stata la mia vittoria, peccato che proprio a quel punto l’ho perso....»
Il secondo pezzo, Il cielo è vuoto, sembra quasi un raccordo di speranza. O no?
«Sì, in parte, volevo immaginare il cielo come una lavagna vuota su cui possiamo scrivere una cosa nuova. In fondo in questo periodo siamo come regrediti a molto tempo fa, quasi un secondo medioevo, gli unici miti sono l’essere furbi, i soldi, abbiamo totalmente perso la capacità di parlarci con l’anima, e dobbiamo ricercarla nella discarica delle cose del passato».
I due pezzi sono ambedue in gran parte recitati...
«Sì, volevo ritornare a quella cosa un po’ familiare che era “due toni sotto il rutto”, diciamo alla Lou Reed, ma poi c’è anche della melodia».