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L'INTERVISTA

Sanremo, diventa realtà la fantasia di Silvia Avallone

La scrittrice nella Giuria di qualità del Festival. La protagonista del suo romanzo "Marina Bellezza" ha la fissazione di essere selezionata da un talent show. "Bisogna recuperare il valore del merito e del talento, che si misura con l'urgenza di avere qualcosa da dire"

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SANREMO - Per la protagonista del suo recente romanzo, Marina Bellezza (Ed. Rizzoli), il Festival di Sanremo è un punto d'arrivo. Silvia Avallone, scrittrice e poetessa, autrice di Acciaio (2010), pluripremiato esordio letterario, nel mondo della canzonetta ci è sprofondata suo malgrado, per rendere credibile e vibrante le gesta della sua eroina. Il meno che si aspettava era di essere chiamata a votare le canzoni in gara nella giuria di qualità. "È stata una sorpresa non solo perché non ho mai fatto parte di una giuria in vita mia ma perché Sanremo è uno scenario che ho esplorato a lungo nella mia fantasia. Sul palco dell'Ariston Marina Bellezza si sarebbe sentita più a suo agio di me. È una ragazza nata nel 1990, cresciuta con la smania di apparire, con l'idea fissa di essere selezionata da un talent show. Ma è chiaro che per lei l'appuntamento con la A maiuscola è il Festival".

E per lei cos'è Sanremo?
"La vetrina canora televisiva che è lo specchio del paese, il tempio in cui cercano una legittimazione tutti quelli in cerca di visibilità, un fenomeno che mi sta molto a cuore dal momento che ci ho costruito un intero romanzo. Marina Bellezza è una ragazza che ha assorbito tutta questa cultura, una che davanti alle telecamere è tranquilla e serena come se stesse in casa. Eppure s'innamora di uno che rifugge la celebrità, che reagisce in maniera opposta alla cultura dell'apparire".

La televisione è una cattiva maestra, troppo spesso spalanca le porte anche a chi sa far poco o nulla ma ha molti centimetri di pelle da mostrare.
"Sono sempre scettica e sospettosa verso coloro che non hanno fatto la gavetta, bisogna recuperare il valore del merito, del talento che si misura nel tempo lungo, con fatica, con tenacia, con l'urgenza di avere qualcosa da dire. È fondamentale che, anche sul piano culturale, i giovani recuperino il concetto di lavoro. Quelli della mia generazione hanno fatto gli anticorpi all'idea del successo facile, ne abbiamo pagato lo scotto, sappiamo quanto fa male la disillusione".

Lei è nata nel 1984, quando il Festival era già un bamboccione.
"La mia affezione a Sanremo è aumentata crescendo. Da adulta mi sono appassionata come spettatrice a un appuntamento che dura nel tempo, capace di galvanizzare anche l'attenzione di chi lo trova insopportabile o lo diserta".

È più suggestionata dal fenomeno mediatico o dalle canzoni?
"Da entrambi, ma certo non solo per la gara ma per il varietà nel suo insieme, ospiti compresi. Come restare indifferenti al caos che ha funestato la serata d'apertura? Ancora una volta il Festival è stato il fermo immagine di un momento storico. Ma a volte basta anche solo una canzone a fotografare un problema o un disagio".

Qual  è l'immagine che si è fatta ascoltando i successi recenti?
"Quella di una generazione di artisti che in musica - come anche in cinema e  in letteratura - hanno una gran voglia di reagire, di esprimere un cambiamento, di prendere di petto al realtà senza più fuggirla. Mi piace la forza del rap italiano, è pieno di coscienza, di conoscenza e di consapevolezza".

Non è il caso dei testi delle canzoni di quest'anno, quasi tutte a sfondo sentimentale.
"Eppure anche questo Sanremo, come i precedenti, si presta a diverse interpretazioni e offre molti spunti per concentrarsi e riflettere sui nostri problemi".