Dalla prevedibile "amore" a "vento", i 1.869 testi del festival spiegati attraverso le parole
Massimo Arcangeli, di MASSIMO ARCANGELI e LUCA PIRODDI"Parole, parole, parole": così cantava Mina in una delle sue canzoni più famose. Ora il linguista Massimo Arcangeli ha analizzato i testi di 1.869 dei 1.876 brani di Sanremo. E se i buoni sentimenti trionfano, non manca...
Parole, parole, parole... Era il 2010. Allora proponemmo una classifica delle venti parole-tema più ricorrenti nei testi sanremesi dalla prima (1951) alla cinquantanovesima edizione (2009), limitatamente ai soli sostantivi: “amore”, “cuore”, “vita”, “mondo”, “giorno”, “notte”, “occhio”, “sole”, “cielo”, “tempo”, “mare”, “mano”, “volta”, “sogno”, “uomo”, “donna”, “sera”, “stella”, “parola”, “vento”. Dopo sei anni, ora che abbiamo archiviato i testi di 1.869 delle 1.876 canzoni intonate a Sanremo, e li abbiamo inseriti in un database già interrogabile (i 7 mancanti vi confluiranno a breve), si potrà finalmente ripercorrere la storia della più longeva manifestazione canora italiana attraverso le parole dei motivi in gara. Ne…
Parole, parole, parole... Era il 2010. Allora proponemmo una classifica delle venti parole-tema più ricorrenti nei testi sanremesi dalla prima (1951) alla cinquantanovesima edizione (2009), limitatamente ai soli sostantivi: “amore”, “cuore”, “vita”, “mondo”, “giorno”, “notte”, “occhio”, “sole”, “cielo”, “tempo”, “mare”, “mano”, “volta”, “sogno”, “uomo”, “donna”, “sera”, “stella”, “parola”, “vento”. Dopo sei anni, ora che abbiamo archiviato i testi di 1.869 delle 1.876 canzoni intonate a Sanremo, e li abbiamo inseriti in un database già interrogabile (i 7 mancanti vi confluiranno a breve), si potrà finalmente ripercorrere la storia della più longeva manifestazione canora italiana attraverso le parole dei motivi in gara. Nella raccolta abbiamo incluso le canzoni degli artisti in concorso per la sezione giovani; dal suo debutto (1984) la formula, pur cambiando più volte denominazione, ha conservato sostanzialmente inalterato il senso di una categoria promozionale per cantanti emergenti.
Gran parte delle parole attestate oltre le 200 presenze, sempre fra i sostantivi, si riferiscono ai campi semantici già coinvolti dalle venti indicate. Innanzitutto la sfera temporale (“tempo”, “giorno”, “notte”, “sera”) ed esistenzial-sentimentale (“amore”, “cuore”, “vita”, “sogno”), perlopiù illuminata o riflessa dalla natura e i suoi elementi (“mondo”, “sole”, “cielo”, “mare”, “stella”, “vento”, ecc.), e poi i tratti di una corporeità blanda o meno impegnativa, quella ritratta da uno sguardo puntato sugli occhi o sulle mani. Volendo iniziare a dare un po' di numeri, e metteremo nel conto anche i titoli, per registrare la ritrosia sanremese a una fisicità procace o pronunciata basterebbe anche solo un confronto fra occhi (852 attestazioni) e corpo (61 attestazioni, corpo del reato a parte: Giua, Tanto non vengo, 2008). Le bocche (bocca 139, bocche 9; in gran parte destinate a dare o ricevere baci o allusive a un contesto amoroso, e a parte le bocche dei cannoncini di Tre colori, 2011) e i baci (bacio 190, baci 195) non si fanno pregare, ma sono appena 25 le presenze di seno, che sommate a quelle di seni (11) fanno 36.
Prima degli anni Settanta la parola compare una volta sola, e si riferisce per giunta al seno rassicurante di una mamma: “Ah! Quante mamme piangono / e i figli perduti o lontani / e nelle notti sognano / di stringerli al seno così” (La mamma che piange di più, 1953). Per le altre occorrenze bisognerà aspettare gli anni Settanta e Ottanta: “E così restiamo sdraiati a guardare / scoiattoli che non sanno capire / tu così sembri bambina come mai / le gote più rosse il seno che trema / tra le mie mani / signora tu / cosa mi fai / mi fai sentire grande e tu / questo lo sai (Miko, Signora tu, 1976); “Sul tuo seno da rubare io non gioco più” (Homo Sapiens, Bella da morire, 1977); “Guerriero c'è una donna che ti aspetta / guerriero sul suo seno profumato / guerriero nel suo sguardo un po' assonnato / guerriero nella sua malinconia / guerriero è la tua donna: non tremerà / se la tua mano la sfiorerà (Opera, Guerriero, 1981); “E non mi accorgo nemmeno che vuol dire ti amo / che si è aperta di più la rosa sul tuo seno (Michele Zarrillo, Una rosa blu, 1982); “Dimenticando il mondo per un attimo / cercando il rumore dei tuoi baci / giocando coi tuoi seni sconosciuti / ci siamo prima scoperti / poi innamorati” (Manuele Pepe, Solo con te, 1983); “Ma dove va finire il cielo / magari dove dormi tu / e respirare sul tuo seno” (Fausto Leali, Io amo, 1987); “Tu che hai dato sempre di meno / fammi addormentare sopra il tuo seno” (Stefano Borgia, Sei tu, 1989).
Chiamami sempre amore. La presenza dell'amore è quantificabile in ben 3.734 esemplari. È la cifra più alta del corpus, a trascurare naturalmente articoli, preposizioni, congiunzioni e altre parole “vuote”. La distribuzione è fra amore (3.150), amor (431), amori (153), ma ci sono ancora il napoletano ammore 16, l'inglese love 66, il francese amour 17. In tutto 3.833 attestazioni. Per avere un'idea del peso numerico del sentimento amoroso a Sanremo (ci sarebbero anche le 1.246 forme di “amare”, e ancora amante, 16, innamorato 59, innamorata 42, innamorati 61, innamorate 10, innamoratissimo 15, innamorarsi 33, ecc.) basterebbe un raffronto con i più immediati inseguitori, tra nomi e aggettivi (ma anche verbi come “andare”, “volere”, “vivere”, “morire”, “volare”, “cantare”, “sognare” hanno un'alta frequenza): “cuore” 1.519 (cuore 1.266, cuor 190, cuori 63); “vita” 1.273 (vita 1.251, vite 22); “giorno” 1.028 (giorno 773, giorni 255); “mondo” 996 (mondo 985, mondi 11); “solo” agg. 890 (solo 312, sola 385, soli 173, sole 20); “notte” 857 (notte 744, notti 113); “occhio” 857 (occhio 5, occhi 852); “sole” 763 (sole 761, soli 2); “bello” 763 (bello 208, bella 444, belli 43, belle 68; e bellissimo 21, bellissima 20, bellissimi 5); “cielo” 733 (cielo 703, cieli 30); “tempo” 714 (tempo 686, tempi 28); “mare” 645 (mare 625, mari 20). Anche sempre (1.230), mai (1.795), adesso (637), insieme (383) o domani (322), oggi (238) possono contenere molto dell'universo semantico sanremese, col suo carico di promesse, di desideri del momento, di decisioni per finta o continuamente rimandate. Il mondo del vorrei, in quest'ultimo caso. La parola compare, nel corpus, per ben 522 volte.
La sanremese legge dell'amore, unitamente ai temi patetici e d'ambiente della più immarcescibile tradizione italiana, s'impone anche quando meno te lo aspetti. Come nell'edizione del 1968. Bastino qui anche solo i titoli di alcune delle canzoni in gara: Canzone per te, Deborah, Quando m’innamoro, Un uomo piange solo per amor, Stanotte sentirai una canzone, Gli occhi miei. Del mondo di fuori, della montante contestazione giovanile di allora, nemmeno un'eco. Meglio semmai il 1967, con la Proposta dei Giganti e dei Bachelors. Una canzone di protesta, anche se consumata in un'ottica di pacificazione; non certo, dunque, una promessa di rivoluzione. Una parola, rivoluzione, che d'altronde mal s'adatta alla paludata e perbenista rassegna canora: 20 sole presenze in tutto Sanremo, ben 9 delle quali nella qualunquista Rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney, sempre del 1967 (“è finita la rivoluzione / per sempre è finita / mai più si farà / è finita la rivoluzione / l'amore alla fine ha vinto e vincerà”). La Proposta dei Giganti parlava anche di lavoro: “Me ciami Brambilla e fu l'uperari / lauri la ghisa per pochi denari / e non ho in tasca mai / la lira per poter fare un ballo con lei… / Mi piace il lavoro ma non sono contento / non è per i soldi che io mi lamento”. E una volta tanto, con la fatica o l'umiltà del lavoro, siamo più fortunati: “Sei l'amico di chi, stanco dal lavoro, / se ne torna verso il proprio casolar” (Duo Fasano, Vecchio tram, 1952); “Ci sorrideva il sole, il cielo e il mar, / noi lasciavamo il cantiere, lieti del nostro lavoro, / e il campanon din don ci faceva il coro (Nilla Pizzi, Vola colomba, 1952); “Era bravo il mio ragazzo; morì il babbo che era bimbo / ma mi disse: 'Non temere. Vado io ora in cantiere / Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre, / son capace a lavorare, non ti devi preoccupare'” (Anna Identici, Era bello il mio ragazzo, 1972); ecc.
Te c’hanno mai mandato? Insulti e improperi. Il Festival di Sanremo, autoreferenziale o appiattito su se stesso, si è sempre mostrato pigro, indifferente, sospettoso di fronte a novità e trasformazioni sociali. La sua natura patinata e i suoi cliché hanno costantemente rispecchiato il desiderio di un'immutabile autoconservazione, ribadita ogni volta in nome e per conto di un'eredità da preservare e perpetuare. Un trend che può però patire qualche eccezione, soprattutto per gli ultimi anni. Per il turpiloquio, in questo senso, i dati numerici sono eloquenti.
È il 1994 ed è ancora ben vivo, nella memoria degli italiani, il terrore che neanche due anni prima aveva quasi fatto ripiombare il paese, con le stragi di Capaci e di via D'Amelio, in un clima da anni di piombo. Al suo secondo festival, il primo in solitaria, Giorgio Faletti vira, con Signor tenente, dai toni comico-cabarettistici verso quelli dell'impegno. L'attacco del motivo ha un vago sapore esistenziale, ma con l'intercalare di avvio del ritornello si cambia registro: “Minchia signor tenente”. Minchia. Nessuna traccia prima, nessuna dopo. Un disfemismo pronunciato senza alcun compiacimento, mimetico del parlato. Il tono è quasi rassegnato, per nulla eversivo. Aiuta a ridurre le distanze dal pubblico. Due anni prima Michele Zarrillo se l'era presa con la notte fottuta che l'aveva visto, solo e smarrito, vagare per le strade della capitale: “la mia anima è nuda presto rinascerà / in questa notte fottuta presto rinascerà (Strade di Roma); e l'anno dopo, la Schola cantorum: “Ma un fottuto ti amo dov'è” (Sulla strada del mare).
"Puttana", 6 occorrenze. La prima è del 1981, ed è contenuta in Roma spogliata di Luca Barbarossa: “Roma puttana / quattro dischi un gatto / una serata strana”; la canzone doveva intitolarsi proprio Roma puttana, ma la censura impose al cantautore un cambiamento di rotta. Una seconda è contenuta in Maledette malelingue (1994), di Ivan Graziani: “E si dice che a lei, suo padre le ha date di santa ragione / adesso sta chiusa in casa e per un bel pezzo non uscirà / vedi, un po' di coraggio e certe puttane vanno punite / e che diamine! Qua ci vuole sicuro un po' di moralità”. Altre due occorrenze sono in Mezze verità (2001) dei Sottotono, entrambe contenute nell'espressione figli di puttana. Una quinta è per bocca di Nino D'Angelo, e qualifica una professionista del sesso: “tutto pe' colpa 'e l'ignoranza / mettetto incinta maddalena / una puttana del quartiere / e m'a facetteno spusa' ('A storia 'e nisciuno, 2003). L'ultima è in Peccati di gola (2007) di Patrizio Baù: “E alza la sottana / e apri la persiana / che figlia di puttana / La femminilità”. E ci sarebbe ancora Jovanotti, che nel 1989 aveva intonato: “Vasco, tu sei noi / non ci sputtanare, dai / no, Vasco no, Vasco / io non ci casco” (Vasco).
“Stronzo”, 4 occorrenze. La prima si trova in un motivo della Schola Cantorum: “Fare ancora gli stronzi ancora non possiamo / Ci dobbiamo fidare” (Sulla strada del mare, 1993). Le altre tre, tutte per stronza, affiorano nella Paranza (2007) di Silvestri (“mi sono innamorato di una stronza”; “rappresenti l'abbandono di una stronza / dal calvario alla partenza / fino al grido conclusivo di esultanza”) e in Vivi per un miracolo (2009) dei Gemelli Diversi (“per ogni cuore fatto a pezzi da una stronza”).
“Cazzata” conta 4 occorrenze (cazzata: Afterhours, Il paese reale, 2009; cazzate: Daniela Colace, Io e il mio amico Neal, 1994; Enzo Jannacci, Quando un musicista ride, 1998; Max De Angelis, Sono qui per questo, 2005). Non c'è cazzo, forse l'imprecazione più comune dell'italiano corrente, ma ci sono “incazzare, -arsi, -ato”; 5 le occorrenze: “E poi non mi so spiegare / come tu mi sai fare sorridere mentre mi fai incazzare / e so che non è bello da dire” (Andrea Nardinocchi, Storia impossibile, 2013); “certe parole / ti fanno incazzare” (Paolo Simoni, Le parole, 2013); “e se la gente s’incazza / scenderemo in piazza” (Perturbazione, L'Italia vista dal bar, 2014); “Con la foto di Guevara / vado a letto la mattina / incazzata come prima” (Loredana Bertè, Amici non ne ho, 1994); “siamo tutti sempre un po' incazzati” (Fedele, Non scherzare, dai..., 1996). E c'è poi incazzada, nel dialetto di Davide Van der Sfroos: Yanez (2011).
L'unico "coglione" è azzardato da Pappalardo nel 2004, in Nessun consiglio (2 volte). “Rompere i coglioni” appare nel 2009 (L'Italia), e promana dalla voce di chi, del turpiloquio musicale, ha fatto quasi una bandiera: “è un paese l’Italia che c’ha rotto i coglioni!” (Marco Masini). Merda compare 6 volte, tutte concentrate dagli anni Novanta in poi; un'attestazione è ancora firmata da Marco Masini (ancora nell'Italia). Per vaffanculo riappare Vivi per un miracolo, ma già Loredana Bertè, nel 1997, aveva messo le cose in chiaro fin dall'incipit: “E vaffanculo luna” (Luna). E, dieci anni dopo, Milva: “ed un'alba slavata da mandare affanculo” (The show must go on).
Altri tempi quelli di mandare al diavolo, con una sola timida manifestazione (“ma stavolta lei con tutti i films che ho visto io / manda al diavolo anche me”, Come Humphrey Bogart, 1975), ma anche quelli di mandare a quel paese: “non mandarmi a quel paese se poi ti telefonerò” (Se ti senti veramente un amico, 1985). Per un festival prima maniera impermeabile o quasi al turpiloquio, fino agli anni Settanta-Ottanta, un festival seconda maniera, dagli anni Novanta in poi, che invece nel turpiloquio indugia o ci sguazza: l'edizione più sboccata è quella del 2009. Alla fine però anche il turpiloquio, una volta legittimato da Sanremo, viene neutralizzato, infiocchettato, svilito e affiliato al registro borghese e cultural-sedentario del festival.
Diversi per caso. Tra “razze” e identità sessuali. Nel 1974, a 16 anni dal successo planetario di Volare, Domenico Modugno si esibisce a Sanremo con un brano scritto da Luciano Beretta: Questa è la mia vita. È una sorta di lettera-confessione dai toni melliflui e patetici, e inizia così: “Scrivo la mia vita e ve la racconto / breve riassunto di poesia e pianto / scrivo la mia vita sono a metà strada / chi mi ascolta rida chi non vuole vada / vada dove vuole per non sentire cose / che ha vissuto un uomo da quel giorno che / venne a questo mondo con un viso allegro / lavorò da negro lavorò per tre”. La canzone accoglie una delle due sole occorrenze di negro del nostro corpus. Nel 1974 l'appellativo non era stato ancora repertoriato fra le parole che il politically correct avrebbe poi interdetto. Per la sua messa all'indice si sarebbero dovuti attendere gli anni Novanta (la parola era stata però messa in forte discussione già nel decennio precedente). È il 9 dicembre 1995, e “Repubblica” rende noti gli esiti di un sondaggio: negro, per il 50% degli italiani, è da ritenersi un'offesa. La seconda occorrenza sanremese del termine risale al 1991, ed è declinata al femminile: “Raffiche di vento quest'anima negra / sale sale l'Africa / sale ad occidente” (Gitano, Tamurè). Dall'appellativo etnico al tentativo di rivalutazione, di risemantizzazione.
Qualcosa cambia anche a Sanremo, come per un'altra delicata (e attualissima) tematica: quella omosessuale. Al festival non ha avuto molto spazio e, quando l'ha avuto, i modi sono stati perlopiù sottili o allusivi. Come qui: “Con te ci sto / ricordi lo dicevi a me / con gli altri no / tu sei diverso / un uomo ti sembravo già / io che di donne non ne avevo avute mai / ma solo frasi per sentirmi grande e poi / con te ci sto / e chi riusciva a dirti no / io non lo so / era la prima volta sai anche per me / che dell'amore avevo letto tutto ormai / ma troppo poco per provarci insieme a te” (Umberto Napolitano, Con te ci sto, 1977). Se nella storia recente del costume italiano l'omosessualità, pur non essendo riconosciuta come pratica socialmente accettabile, ha avuto comunque i suoi spazi di espressione e rappresentazione, anche solo macchiettistica, il Festival di Sanremo ha scelto al riguardo la linea dell'indifferenza.
Le due sole occorrenze di "omosessuale" nel corpus sono datate 1996 e 2009. Ecco la prima: “Oh mamma non capisci com'è falsa la morale / la maschera di fango bagnata nell'argento / sono un diverso mamma, un omosessuale / e questo tu lo prendi come un tradimento”; è Sulla porta di Federico Salvatore (che sul palco dell'Ariston, per la solita censura, dovette però sostituire il passaggio “sono un diverso mamma, un omosessuale” con “sono un diverso mamma, e questo ti fa male”). Ed ecco la seconda: “un uomo grande mi fece tremare il cuore / ed è li che ho scoperto di essere omosessuale / con lui nessuna inibizione il corteggiamento c’era / e io credevo fosse amore sì”. È Luca era gay, di Povia (nella stessa edizione Iva Zanicchi presenta una canzone sessualmente disinvolta: Ti voglio senza amore), una canzone di “conversione” all'eterosessualità ricolma di cliché: “mia madre mi ha voluto troppo bene, / un bene diventato ossessione”, “mio padre non prendeva decisioni”, “per quattro anni sono stato con un uomo / tra amore e inganni spesso ci tradivamo”, ecc. Solo un anno prima, sulla stereotipata infedeltà omosessuale, era caduta anche Anna Tatangelo: “Il mio amico cerca un nuovo fidanzato / perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito” (Il mio amico).
La parola "gay", in tutto il corpus sanremese, compare una sola altra volta, con tutt'altro intendimento e orientamento: “È un paese l’Italia dove un muro divide a metà / la ricchezza più assurda della solita merda / coppie gay dalle coppie normali” (Marco Masini, L'Italia). Ricordiamocene. Che Sanremo, una volta tanto, non sia Sanremo.
Gran parte delle parole attestate oltre le 200 presenze, sempre fra i sostantivi, si riferiscono ai campi semantici già coinvolti dalle venti indicate. Innanzitutto la sfera temporale (“tempo”, “giorno”, “notte”, “sera”) ed esistenzial-sentimentale (“amore”, “cuore”, “vita”, “sogno”), perlopiù illuminata o riflessa dalla natura e i suoi elementi (“mondo”, “sole”, “cielo”, “mare”, “stella”, “vento”, ecc.), e poi i tratti di una corporeità blanda o meno impegnativa, quella ritratta da uno sguardo puntato sugli occhi o sulle mani. Volendo iniziare a dare un po' di numeri, e metteremo nel conto anche i titoli, per registrare la ritrosia sanremese a una fisicità procace o pronunciata basterebbe anche solo un confronto fra occhi (852 attestazioni) e corpo (61 attestazioni, corpo del reato a parte: Giua, Tanto non vengo, 2008). Le bocche (bocca 139, bocche 9; in gran parte destinate a dare o ricevere baci o allusive a un contesto amoroso, e a parte le bocche dei cannoncini di Tre colori, 2011) e i baci (bacio 190, baci 195) non si fanno pregare, ma sono appena 25 le presenze di seno, che sommate a quelle di seni (11) fanno 36.
Prima degli anni Settanta la parola compare una volta sola, e si riferisce per giunta al seno rassicurante di una mamma: “Ah! Quante mamme piangono / e i figli perduti o lontani / e nelle notti sognano / di stringerli al seno così” (La mamma che piange di più, 1953). Per le altre occorrenze bisognerà aspettare gli anni Settanta e Ottanta: “E così restiamo sdraiati a guardare / scoiattoli che non sanno capire / tu così sembri bambina come mai / le gote più rosse il seno che trema / tra le mie mani / signora tu / cosa mi fai / mi fai sentire grande e tu / questo lo sai (Miko, Signora tu, 1976); “Sul tuo seno da rubare io non gioco più” (Homo Sapiens, Bella da morire, 1977); “Guerriero c'è una donna che ti aspetta / guerriero sul suo seno profumato / guerriero nel suo sguardo un po' assonnato / guerriero nella sua malinconia / guerriero è la tua donna: non tremerà / se la tua mano la sfiorerà (Opera, Guerriero, 1981); “E non mi accorgo nemmeno che vuol dire ti amo / che si è aperta di più la rosa sul tuo seno (Michele Zarrillo, Una rosa blu, 1982); “Dimenticando il mondo per un attimo / cercando il rumore dei tuoi baci / giocando coi tuoi seni sconosciuti / ci siamo prima scoperti / poi innamorati” (Manuele Pepe, Solo con te, 1983); “Ma dove va finire il cielo / magari dove dormi tu / e respirare sul tuo seno” (Fausto Leali, Io amo, 1987); “Tu che hai dato sempre di meno / fammi addormentare sopra il tuo seno” (Stefano Borgia, Sei tu, 1989).
Chiamami sempre amore. La presenza dell'amore è quantificabile in ben 3.734 esemplari. È la cifra più alta del corpus, a trascurare naturalmente articoli, preposizioni, congiunzioni e altre parole “vuote”. La distribuzione è fra amore (3.150), amor (431), amori (153), ma ci sono ancora il napoletano ammore 16, l'inglese love 66, il francese amour 17. In tutto 3.833 attestazioni. Per avere un'idea del peso numerico del sentimento amoroso a Sanremo (ci sarebbero anche le 1.246 forme di “amare”, e ancora amante, 16, innamorato 59, innamorata 42, innamorati 61, innamorate 10, innamoratissimo 15, innamorarsi 33, ecc.) basterebbe un raffronto con i più immediati inseguitori, tra nomi e aggettivi (ma anche verbi come “andare”, “volere”, “vivere”, “morire”, “volare”, “cantare”, “sognare” hanno un'alta frequenza): “cuore” 1.519 (cuore 1.266, cuor 190, cuori 63); “vita” 1.273 (vita 1.251, vite 22); “giorno” 1.028 (giorno 773, giorni 255); “mondo” 996 (mondo 985, mondi 11); “solo” agg. 890 (solo 312, sola 385, soli 173, sole 20); “notte” 857 (notte 744, notti 113); “occhio” 857 (occhio 5, occhi 852); “sole” 763 (sole 761, soli 2); “bello” 763 (bello 208, bella 444, belli 43, belle 68; e bellissimo 21, bellissima 20, bellissimi 5); “cielo” 733 (cielo 703, cieli 30); “tempo” 714 (tempo 686, tempi 28); “mare” 645 (mare 625, mari 20). Anche sempre (1.230), mai (1.795), adesso (637), insieme (383) o domani (322), oggi (238) possono contenere molto dell'universo semantico sanremese, col suo carico di promesse, di desideri del momento, di decisioni per finta o continuamente rimandate. Il mondo del vorrei, in quest'ultimo caso. La parola compare, nel corpus, per ben 522 volte.
La sanremese legge dell'amore, unitamente ai temi patetici e d'ambiente della più immarcescibile tradizione italiana, s'impone anche quando meno te lo aspetti. Come nell'edizione del 1968. Bastino qui anche solo i titoli di alcune delle canzoni in gara: Canzone per te, Deborah, Quando m’innamoro, Un uomo piange solo per amor, Stanotte sentirai una canzone, Gli occhi miei. Del mondo di fuori, della montante contestazione giovanile di allora, nemmeno un'eco. Meglio semmai il 1967, con la Proposta dei Giganti e dei Bachelors. Una canzone di protesta, anche se consumata in un'ottica di pacificazione; non certo, dunque, una promessa di rivoluzione. Una parola, rivoluzione, che d'altronde mal s'adatta alla paludata e perbenista rassegna canora: 20 sole presenze in tutto Sanremo, ben 9 delle quali nella qualunquista Rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney, sempre del 1967 (“è finita la rivoluzione / per sempre è finita / mai più si farà / è finita la rivoluzione / l'amore alla fine ha vinto e vincerà”). La Proposta dei Giganti parlava anche di lavoro: “Me ciami Brambilla e fu l'uperari / lauri la ghisa per pochi denari / e non ho in tasca mai / la lira per poter fare un ballo con lei… / Mi piace il lavoro ma non sono contento / non è per i soldi che io mi lamento”. E una volta tanto, con la fatica o l'umiltà del lavoro, siamo più fortunati: “Sei l'amico di chi, stanco dal lavoro, / se ne torna verso il proprio casolar” (Duo Fasano, Vecchio tram, 1952); “Ci sorrideva il sole, il cielo e il mar, / noi lasciavamo il cantiere, lieti del nostro lavoro, / e il campanon din don ci faceva il coro (Nilla Pizzi, Vola colomba, 1952); “Era bravo il mio ragazzo; morì il babbo che era bimbo / ma mi disse: 'Non temere. Vado io ora in cantiere / Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre, / son capace a lavorare, non ti devi preoccupare'” (Anna Identici, Era bello il mio ragazzo, 1972); ecc.
Te c’hanno mai mandato? Insulti e improperi. Il Festival di Sanremo, autoreferenziale o appiattito su se stesso, si è sempre mostrato pigro, indifferente, sospettoso di fronte a novità e trasformazioni sociali. La sua natura patinata e i suoi cliché hanno costantemente rispecchiato il desiderio di un'immutabile autoconservazione, ribadita ogni volta in nome e per conto di un'eredità da preservare e perpetuare. Un trend che può però patire qualche eccezione, soprattutto per gli ultimi anni. Per il turpiloquio, in questo senso, i dati numerici sono eloquenti.
È il 1994 ed è ancora ben vivo, nella memoria degli italiani, il terrore che neanche due anni prima aveva quasi fatto ripiombare il paese, con le stragi di Capaci e di via D'Amelio, in un clima da anni di piombo. Al suo secondo festival, il primo in solitaria, Giorgio Faletti vira, con Signor tenente, dai toni comico-cabarettistici verso quelli dell'impegno. L'attacco del motivo ha un vago sapore esistenziale, ma con l'intercalare di avvio del ritornello si cambia registro: “Minchia signor tenente”. Minchia. Nessuna traccia prima, nessuna dopo. Un disfemismo pronunciato senza alcun compiacimento, mimetico del parlato. Il tono è quasi rassegnato, per nulla eversivo. Aiuta a ridurre le distanze dal pubblico. Due anni prima Michele Zarrillo se l'era presa con la notte fottuta che l'aveva visto, solo e smarrito, vagare per le strade della capitale: “la mia anima è nuda presto rinascerà / in questa notte fottuta presto rinascerà (Strade di Roma); e l'anno dopo, la Schola cantorum: “Ma un fottuto ti amo dov'è” (Sulla strada del mare).
"Puttana", 6 occorrenze. La prima è del 1981, ed è contenuta in Roma spogliata di Luca Barbarossa: “Roma puttana / quattro dischi un gatto / una serata strana”; la canzone doveva intitolarsi proprio Roma puttana, ma la censura impose al cantautore un cambiamento di rotta. Una seconda è contenuta in Maledette malelingue (1994), di Ivan Graziani: “E si dice che a lei, suo padre le ha date di santa ragione / adesso sta chiusa in casa e per un bel pezzo non uscirà / vedi, un po' di coraggio e certe puttane vanno punite / e che diamine! Qua ci vuole sicuro un po' di moralità”. Altre due occorrenze sono in Mezze verità (2001) dei Sottotono, entrambe contenute nell'espressione figli di puttana. Una quinta è per bocca di Nino D'Angelo, e qualifica una professionista del sesso: “tutto pe' colpa 'e l'ignoranza / mettetto incinta maddalena / una puttana del quartiere / e m'a facetteno spusa' ('A storia 'e nisciuno, 2003). L'ultima è in Peccati di gola (2007) di Patrizio Baù: “E alza la sottana / e apri la persiana / che figlia di puttana / La femminilità”. E ci sarebbe ancora Jovanotti, che nel 1989 aveva intonato: “Vasco, tu sei noi / non ci sputtanare, dai / no, Vasco no, Vasco / io non ci casco” (Vasco).
“Stronzo”, 4 occorrenze. La prima si trova in un motivo della Schola Cantorum: “Fare ancora gli stronzi ancora non possiamo / Ci dobbiamo fidare” (Sulla strada del mare, 1993). Le altre tre, tutte per stronza, affiorano nella Paranza (2007) di Silvestri (“mi sono innamorato di una stronza”; “rappresenti l'abbandono di una stronza / dal calvario alla partenza / fino al grido conclusivo di esultanza”) e in Vivi per un miracolo (2009) dei Gemelli Diversi (“per ogni cuore fatto a pezzi da una stronza”).
“Cazzata” conta 4 occorrenze (cazzata: Afterhours, Il paese reale, 2009; cazzate: Daniela Colace, Io e il mio amico Neal, 1994; Enzo Jannacci, Quando un musicista ride, 1998; Max De Angelis, Sono qui per questo, 2005). Non c'è cazzo, forse l'imprecazione più comune dell'italiano corrente, ma ci sono “incazzare, -arsi, -ato”; 5 le occorrenze: “E poi non mi so spiegare / come tu mi sai fare sorridere mentre mi fai incazzare / e so che non è bello da dire” (Andrea Nardinocchi, Storia impossibile, 2013); “certe parole / ti fanno incazzare” (Paolo Simoni, Le parole, 2013); “e se la gente s’incazza / scenderemo in piazza” (Perturbazione, L'Italia vista dal bar, 2014); “Con la foto di Guevara / vado a letto la mattina / incazzata come prima” (Loredana Bertè, Amici non ne ho, 1994); “siamo tutti sempre un po' incazzati” (Fedele, Non scherzare, dai..., 1996). E c'è poi incazzada, nel dialetto di Davide Van der Sfroos: Yanez (2011).
L'unico "coglione" è azzardato da Pappalardo nel 2004, in Nessun consiglio (2 volte). “Rompere i coglioni” appare nel 2009 (L'Italia), e promana dalla voce di chi, del turpiloquio musicale, ha fatto quasi una bandiera: “è un paese l’Italia che c’ha rotto i coglioni!” (Marco Masini). Merda compare 6 volte, tutte concentrate dagli anni Novanta in poi; un'attestazione è ancora firmata da Marco Masini (ancora nell'Italia). Per vaffanculo riappare Vivi per un miracolo, ma già Loredana Bertè, nel 1997, aveva messo le cose in chiaro fin dall'incipit: “E vaffanculo luna” (Luna). E, dieci anni dopo, Milva: “ed un'alba slavata da mandare affanculo” (The show must go on).
Altri tempi quelli di mandare al diavolo, con una sola timida manifestazione (“ma stavolta lei con tutti i films che ho visto io / manda al diavolo anche me”, Come Humphrey Bogart, 1975), ma anche quelli di mandare a quel paese: “non mandarmi a quel paese se poi ti telefonerò” (Se ti senti veramente un amico, 1985). Per un festival prima maniera impermeabile o quasi al turpiloquio, fino agli anni Settanta-Ottanta, un festival seconda maniera, dagli anni Novanta in poi, che invece nel turpiloquio indugia o ci sguazza: l'edizione più sboccata è quella del 2009. Alla fine però anche il turpiloquio, una volta legittimato da Sanremo, viene neutralizzato, infiocchettato, svilito e affiliato al registro borghese e cultural-sedentario del festival.
Diversi per caso. Tra “razze” e identità sessuali. Nel 1974, a 16 anni dal successo planetario di Volare, Domenico Modugno si esibisce a Sanremo con un brano scritto da Luciano Beretta: Questa è la mia vita. È una sorta di lettera-confessione dai toni melliflui e patetici, e inizia così: “Scrivo la mia vita e ve la racconto / breve riassunto di poesia e pianto / scrivo la mia vita sono a metà strada / chi mi ascolta rida chi non vuole vada / vada dove vuole per non sentire cose / che ha vissuto un uomo da quel giorno che / venne a questo mondo con un viso allegro / lavorò da negro lavorò per tre”. La canzone accoglie una delle due sole occorrenze di negro del nostro corpus. Nel 1974 l'appellativo non era stato ancora repertoriato fra le parole che il politically correct avrebbe poi interdetto. Per la sua messa all'indice si sarebbero dovuti attendere gli anni Novanta (la parola era stata però messa in forte discussione già nel decennio precedente). È il 9 dicembre 1995, e “Repubblica” rende noti gli esiti di un sondaggio: negro, per il 50% degli italiani, è da ritenersi un'offesa. La seconda occorrenza sanremese del termine risale al 1991, ed è declinata al femminile: “Raffiche di vento quest'anima negra / sale sale l'Africa / sale ad occidente” (Gitano, Tamurè). Dall'appellativo etnico al tentativo di rivalutazione, di risemantizzazione.
Qualcosa cambia anche a Sanremo, come per un'altra delicata (e attualissima) tematica: quella omosessuale. Al festival non ha avuto molto spazio e, quando l'ha avuto, i modi sono stati perlopiù sottili o allusivi. Come qui: “Con te ci sto / ricordi lo dicevi a me / con gli altri no / tu sei diverso / un uomo ti sembravo già / io che di donne non ne avevo avute mai / ma solo frasi per sentirmi grande e poi / con te ci sto / e chi riusciva a dirti no / io non lo so / era la prima volta sai anche per me / che dell'amore avevo letto tutto ormai / ma troppo poco per provarci insieme a te” (Umberto Napolitano, Con te ci sto, 1977). Se nella storia recente del costume italiano l'omosessualità, pur non essendo riconosciuta come pratica socialmente accettabile, ha avuto comunque i suoi spazi di espressione e rappresentazione, anche solo macchiettistica, il Festival di Sanremo ha scelto al riguardo la linea dell'indifferenza.
Le due sole occorrenze di "omosessuale" nel corpus sono datate 1996 e 2009. Ecco la prima: “Oh mamma non capisci com'è falsa la morale / la maschera di fango bagnata nell'argento / sono un diverso mamma, un omosessuale / e questo tu lo prendi come un tradimento”; è Sulla porta di Federico Salvatore (che sul palco dell'Ariston, per la solita censura, dovette però sostituire il passaggio “sono un diverso mamma, un omosessuale” con “sono un diverso mamma, e questo ti fa male”). Ed ecco la seconda: “un uomo grande mi fece tremare il cuore / ed è li che ho scoperto di essere omosessuale / con lui nessuna inibizione il corteggiamento c’era / e io credevo fosse amore sì”. È Luca era gay, di Povia (nella stessa edizione Iva Zanicchi presenta una canzone sessualmente disinvolta: Ti voglio senza amore), una canzone di “conversione” all'eterosessualità ricolma di cliché: “mia madre mi ha voluto troppo bene, / un bene diventato ossessione”, “mio padre non prendeva decisioni”, “per quattro anni sono stato con un uomo / tra amore e inganni spesso ci tradivamo”, ecc. Solo un anno prima, sulla stereotipata infedeltà omosessuale, era caduta anche Anna Tatangelo: “Il mio amico cerca un nuovo fidanzato / perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito” (Il mio amico).
La parola "gay", in tutto il corpus sanremese, compare una sola altra volta, con tutt'altro intendimento e orientamento: “È un paese l’Italia dove un muro divide a metà / la ricchezza più assurda della solita merda / coppie gay dalle coppie normali” (Marco Masini, L'Italia). Ricordiamocene. Che Sanremo, una volta tanto, non sia Sanremo.