Sanremo 2018

Lo Stato Sociale, 'Amore, lavoro e altri Festival da sfatare': il diario da Sanremo

La band di Lodovico Guenzi, Alberto Guidetti, Alberto Cazzola, Enrico Roberto e Francesco Draicchio arriva a Sanremo in pompa magna. Dove, oltre a salire sul palco dell'Ariston per la prima volta, scriverà anche un resoconto in esclusiva per 'Repubblica'. Ecco la seconda puntata

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Mancavano tre ore all’inizio del Festival ed eravamo in albergo, Lodo continuava a esercitarsi con la base impugnando una ciabatta, immaginario microfono dell’Ariston. Eravamo sparsi per l’albergo a esorcizzare la paura, ciascuno a modo proprio. Paddy, la “vecchia che balla”, invece sorrideva quieta nella sua sovrana calma britannica, discorrendo del tempo, che in Spagna, dice, è ventoso. Diceva: “Just give me a stage” e rideva.

Ieri sì, ieri c’era un po’ di paura.  Una paura diversa da quella delle altre volte. Anche quando riempi un forum con diecimila persone sai una cosa: loro sono lì per te, hanno comprato il biglietto perché sono già dalla tua parte. Ieri no, ieri si andava nelle case del Paese Reale, questa misteriosa creatura senza volto che ha una sola caratteristica: non lo conosci mai. Il Paese Reale è una serpentina senza fine di finestre illuminate, dal Friuli alla Sicilia, con dietro i divani e sopra i divani i corpi e tutti i corpi insieme fanno il Paese Reale e sono corpi che fanno paura. E quando li incontri per la prima volta tutto insieme ti corre un brivido lungo la schiena, perché è l’ignoto. Chissà cosa penserà il Paese Reale, cosa penseranno le casalinghe, i social media manager, gli operai, i telefonisti, i pastori, gli enologi, i professori delle medie dietro le finestre, sopra quei divani.

Ripensiamo a come ci siamo arrivati qua: alle ore di furgone, ai concerti nei baretti con dieci persone, nei centri sociali, alle notti bianche dormite sul divano di un amico o in una facoltà occupata. E se ci ripensiamo è tutta una grande gita scolastica, quando finalmente all’autogrill puoi comprare solo caramelle gommose. E anche questi giorni sanremesi alla fine non sono stati altro che una gita. Una gita con la stylist, le interviste pressanti, i pass, la folla. Ma pur sempre una gita.

Se dobbiamo immaginarci la felicità noi ce la immaginiamo così: hai sedici anni, stai per andare a dormire e domani si parte per la gita. E a sedici anni ancora non ti porti sul corpo e più dentro le ferite del sistema orrendo in cui viviamo. O ancora non del tutto. E forse è per questo che ieri non abbiamo avuto paura a entrare in scena. Perché in quell’istante di attesa prima di essere sparati nelle retine e nelle orecchie del Paese Reale abbiamo pensato che anche quei corpi hanno avuto sedici anni e sono stati in gita. Allora l’idea è stata solo di andare lì e ricordarglielo, al Paese Reale, che prima, quando i corpi erano giovani e lo sguardo timoroso e basso, era diverso. E che si può, ancora e sempre, partire per la gita. Che non è soltanto una gara a chi produce di più, che non è tutto una rincorsa del PIL, che non c’è da avere paura perché alla fine le cose che contano sono poche. Che al di fuori della macchina violenta del lavoro per come è organizzato, delle nubi scure dei tempi infami che viviamo, della paura continua per ciò che non è identico, c’è dell’altro. C’è la notte prima della gita.
 
E forse lo abbiamo cantato a loro per cantarlo a noi, perché forse anche noi siamo il Paese Reale.
Buone vacanze.

La prima puntata