Niente chimica, e cavalli in vigna: ora Roberto Cipresso fa il suo Brunello
Lara Loreti
L'enologo, da sempre in giro per il mondo a lavorare sui vini degli altri, ha trovato a Montalcino la sua Itaca. I vini da scoprire al Vinitaly 2018. Seguici anche su Facebook
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E poi c'è stata quella volta in cui, guardandosi dentro, ha visto un paesaggio ancora più ricco di quello che aveva intorno, nelle campagne di Montalcino, miniera d'oro di storie, spunti ed etichette altisonanti. Nel cerchio magico dei suoi desideri ha trovato la fonte di un nuovo, ambizioso progetto: un vino tutto suo. Che di lui porta il nome, l'ecletticità, la naturalezza, l'essenza: Roberto Cipresso.
Dopo trent'anni di “missioni” più o meno possibili in giro per il mondo, dal Veneto alla Sicilia, passando per la Toscana; dalla Croazia alla California, attraverso la Spagna, fino ai confini sud del mondo, esploratore come pochi delle vigne argentine, il noto winemaker ha trovato il suo approdo. Una tenuta di due ettari, nel cuore delle colline ilcinesi. Un Brunello e un Rosso di Montalcino inediti, 8mila bottiglie in tutto, che portano con sé anni di ricerca, sperimentazioni, spiritualità.
Cipresso può essere infatti considerato un guru del vino, che vive come filosofia ed esperienza più che come alimento o mera espressione di un singolo luogo. E' lui il teorico del concetto di terroir diffuso, basato su "coltivazioni allineate su uno stesso orizzonte", il parallelo 43, idea che ha dato luogo al suo progetto Winecircus, cantina-laboratorio inaugurata nel 1995 con il progetto “La Quadratura del cerchio”, poi evoluto nella nuova sfida “Cipresso 43”. Ma stavolta l'Ulisse dei tralci ha trovato la sua Itaca. Una nuova pagina da sfogliare e scrivere, dopo l'esperienza nella tenuta La Fiorita, sempre a Montalcino, di cui Cipresso era enologo oltre che socio, e le cui vigne sono state divise tra lo stesso winemaker e la vecchia proprietà.
Il vigneto principe della neonata azienda si trova nella località Poggio al Sole, ai piedi della collinetta di Sant'Angelo a Montalcino (accanto alla Tenuta Nuova di Giacomo Neri, premiata da Wine Spectator), oasi baciata dai raggi di Apollo, dove a trainare il carro dell'energia sono solo uomini e animali: nessuna meccanizzazione.
Tutto viene fatto a mano, per non appesantire le zolle, nel rispetto più assoluto della terra. Sono le dita delle persone a staccare i grappoli, metterli nelle cassette e poi portarli in cantina. Un altro appezzamento della proprietà si trova, invece, vicino all'abbazia di Sant'Antimo, sempre a Montalcino: è lì che nasce il Rosso. Piccole dimensioni che permettono a Cipresso e al suo staff di curare ogni dettaglio in maniera maniacale. Con l'idea, in un prossimo futuro, di accogliere nella tenuta anche cavalli e altri animali per una gestione sostenibile.
“Il mio è l'unico vigneto a Montalcino dove non è permesso l'ingresso ad alcun trattore – spiega il produttore a Repubblica Sapori – Così facendo, il terreno è vivo e morbido: questo ci permette di trasportare il frutto dalle radici alla cantina senza intermediazioni. La terra, non pestata, è pulsante e parla, raccontandosi nella sua nuda indole”.
Bassissime le rese: meno di una bottiglia per pianta, ciò dà l'idea della qualità inseguita da Roberto .
Ma da dove nasce esattamente l'impulso che ha spinto Cipresso a mettersi in proprio, nel mezzo del cammin della sua vita professionale? “A 55 anni – racconta il produttore - ho sentito la necessità di consolidarmi, di “chiudermi” in territorio dove poter fare cose mie, nel senso più intimo del termine. E' una scommessa, certo. Ed è come se stessi pensando a lasciare un'eredità concreta ai miei figli, che sono ancora molto giovani, ma che spero vogliano continuare la mia avventura. Questa volta, invece di puntare sulla società, sul mondo e in generale sull'esterno, voglio essere io ad abbracciare dall'interno la famiglia, privilegiandola rispetto a tutto il resto. Ho bisogno di uno spazio dove sentirmi a casa, un micro-paradiso terrestre dove vivere bene”. Del resto è facile intercettare questo tipo di esigenza in un professionista che ha vissuto e vive tuttora la maggior parte della sua esistenza tra scali e tratte aeree.
Il risultato di questo afflato interiore è un vino all'insegna di eleganza, equilibrio e finezza; uno stile borgognotto del Sangiovese in purezza dove si ricercano la seta e il velluto sottile più che la muscolarità. Chi è interessato avrà l'opportunità di assaggiare le nuovissime etichette a Vinitaly 2018 a Verona, dal 15 al 18 aprile.
“Ci sono tanti modi per interpretare il Sangiovese, vitigno impressionante, che gode della caratteristica della delicatezza, ma che può essere espresso anche attraverso la robustezza – spiega l'enologo - Io miro alla prima, e a tutte le sue sfumature: al concetto dell'oboe più che a quello del saxofono, per dirla in musica. Quando penso al mio Brunello mi viene subito in mente la Borgogna. E' un vino che rimane in memoria per l'armonia e per l'affinità degli elementi che sono accordati sulla stessa sintonia, come un'orchestra che si muove sulla medesima frequenza. Dopo 30 anni di lavoro nel mondo enologico, scopro di essere attratto dagli spazi che ci sono tra le note: il silenzio fra un tono e l'altro è esso stesso parte della melodia. E ciò, nel vino, permette di entrare nella profondità delle uve”. Uve in grado di esprimersi, di svelarsi, ma che sanno anche ascoltare le storie e i segreti dell'uomo che sussurra ai tannini.