La Scala 2013

<a href="https://puntoitalia.online/topics/news/la_scala_2013-72763546/" title="https://puntoitalia.online/topics/news/la_scala_2013-72763546/">L'INTERVISTA</a>

Ludovico Einaudi: "È giusto divulgare, come fanno i Tre Tenori"

Il pianista, uno dei più importanti esponenti della classica contemporanea, e il suo rapporto con la lirica. "Ci sono cresciuto, mi incuriosisce da sempre questo misto di musica, teatro, scenografia, testi. Apprezzo chi ha cercato e cerca di renderla pop, nel senso di popolare"

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CURIOSA coincidenza, la sera della prima della Traviata Ludovico Einaudi sarà in concerto a Milano, agli Arcimboldi, che dal 2002 al 2004 furono la sede alternativa della Scala, mentre il teatro del Piermarini veniva restaurato. Simbolo, quasi, di una certa distanza tra la lirica e il 58enne pianista, uno dei più importanti esponenti della classica contemporanea. Una distanza che però non è eccessiva. Né in termini chilometrici, né in fondo metaforici. Einaudi non è disinteressato alla lirica, anzi: "Ci sono cresciuto, mi incuriosisce da sempre questo misto di musica, teatro, scenografia, testi. E di testimonianza d'epoca, perché le caratteristiche con cui ogni opera è stata concepita risentono inevitabilmente del tempo, e anzi lo spiegano benissimo".
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Messa così, viene da pensare che per lei la lirica scritta nei secoli passati non possa essere modernizzata, come invece si fa sempre più spesso.
"Il dubbio che si possa modernizzare ce l'ho. Nel senso che le forme di teatro e di musica hanno avuto delle evoluzioni nei secoli, come tutto. Chi le scrive oggi usa linguaggi che appartengono appunto all'oggi. Le opere di una volta avevano la funzione che oggi hanno altre forme artistiche, come il pop, le telenovelas, ma soprattutto il musical e il cinema".

E in queste forme artistiche si ritrova qualcosa della lirica?
"Di sicuro, soprattutto nei musical ed è inutile che spieghi perché, e nel pop. Pensi a Freddie Mercury e alla sua impostazione di canto a volte prettamente lirica, a come Massimo Ranieri cantava con uno stile che era al contempo tenorile e di scuola napoletana. La lirica si ritrova nel pop più di quanto si pensi".

Eppure, più ancora della classica ha la fama di musica colta, di nicchia, per pochi.
"Credo che sia perché non è per nulla facile seguire la successione di arie, recitativi, parti meno interessanti. Per questo apprezzo chi ha cercato e cerca di divulgarla, cioè di renderla pop nel senso di popolare: i Tre tenori a suo tempo, oppure Bocelli".
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E lei come la scriverebbe un'opera lirica? Ha mai avuto la tentazione?
"Avevo avuto dei pour parler in questo senso col festival di Monaco di Baviera, poi la cosa è caduta. La mia scelta sarebbe stata, e sarebbe se mai mi ci cimentassi davvero, di non essere costretto a usare gli elementi della grande tradizione: sceglierei voci non prettamente liriche, ad esempio, perché quel tipo di vocalità serviva a superare il muro di suono dell'orchestra. Ora esistono i microfoni e per me sarebbe sciocco non usarli".

Ha qualche opera classica del cuore?
"Da ragazzo andavo spesso alla Scala. Specie quando c'erano le mie passioni, le opere di Mozart, di cui - da buon musicista - gustavo soprattutto la parte suonata più che da quella cantata. Non che non mi interessassero le passioni che venivano narrate, ma diciamo che per farmene travolgere preferivo film come Il dottor Zivago e Lawrence d'Arabia. In particolare alla Scala ricordo una bella edizione del Wozzeck di Allan Berg, che Abbado diresse nel 1977 con la regia di Luca Ronconi e le scene e i costumi di Gae Aulenti. Riuscii a seguirne anche le prove e rimasi affascinato da quel mondo".