C’è qualcosa di nuovo oggi sul palco, anzi d’antico. Malgrado la distanza siderale fra Pascoli e il jazz, l’incipit celeberrimo della sua L’aquilone serve a meraviglia per introdurre Brass Bang!. Ovvero il coloratissimo giocattolo concepito in assoluta, democratica parità come all star da Steven Bernstein (tromba, tromba a coulisse), Paolo Fresu (tromba, flicorno, electronics) e Gianluca Petrella (trombone, laptop), che hanno anche un loro duo e Marcus Rojas (basso tuba, voce), davanti a una birra e un Wiener Schnitzel in quel di Bolzano all’circa quattro anni fa. Nel quale un antico che sa di New Orleans, brass marching band e dionisiaci intrattenimenti afroamericani anni Venti innesca un’esplosione di colta, gioiosa, e com’è giusto onnivora, contemporaneità. L’ultimo risultato di questo non nuovo – che il nuovo è categoria sempre più ambigua e quasi sempre, ormai, poco o punto spendibile – ma felicissimo corto circuito, nato e cresciuto dal vivo, è il disco omonimo, pubblicato nello scorso novembre. Eloquente e formalizzato biglietto da visita, che alle virtù planetariamente notorie degli artefici (forse del solo Rojas va precisato che è da trent’anni uno dei più accreditati bassotubisti, a casa sua sia con la Metropolitan e la New York City Opera, l’American Ballet Theatre, che con i Brass Fantasy, Michael Jackson, la Liberation Orchestra di Charlie Haden, David Byrne, Ray Charles, Dave Douglas, Arto Lindsay, Gil Evans, Stevie Wonder, Paul Simon o Aretha Franklin, e son solo pochi dei 300 che l’han voluto con sé), somma la sagace, coerente varietà del repertorio (il barocco di Haendel e Palestrina, affrontato a volte in concerto con la voce sconfinata di Cristina Zavalloni, Hendrix, Lester Bowie, Ellington, Rolling Stones, una mazurka sarda del ’20 e Buscaglione, oltre agli originali dei singoli). Il quale, condito dalle spezie forti di Art Ensemble of Chicago, Brass Fantasy e relativa Great Black Music, da quelle invece diversamente raffinate ma lo stesso energetiche di Gil Evans (che del basso tuba fece una sorta di marchio della prodigiosa timbrica delle sue orchestre), diviene solare abito omogeneo e però eccellente per ogni distinta circostanza sonora fra quelle scelte dal quartetto per l’incisione. E dopo il disco, Brass Bang! torna là dov’è nato: il palco. Per la sua quarta forsennata tournée che, aperta il 6 ad Asti, è domani 10 a Roma, l’11 a San Giovanni Valdarno e il 12 all’arena di Santa Giuliana per Umbria Jazz. Altre undici le occasioni italiane entro il 21 luglio per farsi questa bella scorpacciata di ottime vibrazioni: lista completa su www.paolofresu.it. È Fresu che ci racconta la storia.
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Un formazione dal suono antico, cosa paradossalmente assai rinfrescante oggi… com’è nato il tutto?
“A Bolzano nel 2011, davanti a una tavola imbandita e a una Wiener Schnitzel accompagnata da un boccale di birra. Steven Bernstein aveva già suonato nel mio festival (Time in Jazz, a Berchidda) in Sardegna con i SexMob e nell’occasione invitai Gianluca Petrella a fare un duo con lui in mezzo al nulla sulle montagne del Limbara. Durante quel pranzo nacque dunque l’idea di fare qualche data noi tre. Ma a un certo punto Steven ha proposto anche la tuba di Rojas e la cosa è diventata realtà nella nostra mente. Bisognava trovargli un nome e a me è venuto ‘Brass Bang!? che ha a che fare con la Marching Brass Band ma che voleva anche essere esplosiva come le personalità dei singoli musicisti. Peraltro non conoscevo assolutamente Marcus. Subito dopo abbiamo deciso di fare una breve tournée estiva e scrivere musica originale, portando anche brani di altri arrangiati da noi. Ci siamo incontrati in Emilia, abbiamo provato la musica e la sera dopo abbiamo fatto il primo concerto. Non è andata male, per quanto il gruppo fosse ancora da rodare e alla ricerca di un suono ci siamo divertiti e abbiamo deciso di prendere la cosa sul serio ma sempre con la filosofia della Wienerschnitzel e della pinta di birra”.
In un’epoca in cui l’elettronica è troppo spesso inflazionata e fasulla lei invece la bazzica da gran tempo e piegandola alla sua poetica. Questo invece è un bel progetto invece completamente acustico e dal bel sapore antico ma vivo, anzi vivissimo. Aveva voglia di una rinfrescata? Sia sincero: avete anche pensato al pubblico, se non al mercato, visto che di gente che possa suonar così non ce n’è tanta?
“Per nulla anche se le tue parole mi lusingano e dunque le prendo come un complimento. Non avevo pensato né al pubblico né al mercato. Del resto non l’ho mai fatto in tutti questi anni e ho sempre cercato di fare, sia nei concerti che nei dischi, quello che mi piace indipendentemente dal gusto del pubblico o dal volere di un possibile produttore. Ho giusto pensato che in un progetto così ricco di sonorità diverse l’elettronica non era necessaria. Infatti Steven suona principalmente la tromba a coulisse (è il più grande specialista di questo strumento) e anche la tromba normale, io suono sia il flicorno che la tromba (e la tromba con la sordina, che nella mia mente è uno strumento a parte) mentre Petrella suona il trombone e Rojas la tuba. Ognuno cerca di suonare i propri strumenti cavandone tutto il possibile e dunque si passa dai suoni modulati ai rumori, alle percussioni. Sia nei concerti dal vivo che nel cd, uso comunque da tempo un po’ di elettronica, ad esempio nella lunga introduzione a As Tears Go By, mentre Steven suona anche distorcendo grazie ad un vecchio amplificatore e un vecchio microfono anni Quaranta, e Marcus nel disco, e a volte dal vivo, usa un leggero set di percussioni e canta qualcosa quando gli va. Anche Gianluca, quando gli va, porta un Kaoss Pad. Lo zampino dell’elettronica c’è comunque, ma solo quando ne sentiamo il bisogno, visto il grande campionario sonoro già presente nel progetto. L’altro aspetto interessante del suono è che, essendo abbastanza ‘mobili’ e non legati alle nostre rispettive postazioni, giochiamo molto con gli spazi andandocene spesso in giro sia nel palco che nelle sale. Anzi, il concerto inizia proprio così suonando in mezzo al pubblico. Del resto siamo una Brass Marching Band…”.
La vostra adesione all’idea di “serious fun” coniata dal genio immenso di Lester Bowie mi sembra chiara, o sbaglio? In più Rojas con Bowie ha lavorato nei Brass Fantasy che di quel “giocare sul serio” resta la più bella delle incarnazioni…
“Certo. Infatti facciamo Zero di Lester, che è stato uno dei primi a lavorare con i gruppi di ottoni inventandosi poi i Brass Fantasy e tracciando la strada e facendo la storia. L’espressione che tu hai usato ‘giocare sul serio’ mi piace, è quello che tutti noi dovremmo fare tutti i giorni con la musica. Per questo il cd inizia con un divertissement come Italian At La Glance, nel quale Bernstein legge alcune frasi strampalate da un vecchio libro di frasi di viaggio di prima necessità tradotte dall’inglese all'italiano per americani in Italia, e prosegue con La Réjouissance (Music for Royal Fireworks) di Haendel al quale abbiamo aggiunto il suono dei veri fuochi d’artificio”.
Siete tutti degli ottimi esperantisti delle musiche, in più Bernstein è un vero studioso dell’età arcaica del jazz, come dimostra la Millennial Territorial Band, idem Rojas che è andato a scuola da Lester e Threadgill, Mentre Gianluca è figlio d’un jazzista che l’ha svezzato con quello delle origini e lei non si è mai dato confini. Anche se salti indietro nel tempo come Brass Bang – almeno per certi riferimenti storici – non mi pare ne abbia mai fatti. Quanta filologia e quanta voglia di divertirsi senza sconnettere il cervello? E come avete lavorato visto che siete sempre tutti in giro per il mondo?
“Mi pare che alla fine la Brass Bang! non sia un salto indietro ma un balzo in avanti. Nonostante si suoni Ellington e Palestrina c’è Jimi Hendrix e una canzone popolare sarda oltre alle nostre composizioni. È vero però che sia Steven che Rojas, come molti newyorkesi della penultima generazione, sono non solo dei veri studiosi della tradizione ma anche degli alchimisti che fondono tradizione e ricerca contemporanea. Abbiamo lavorato per mail, lasciando a ognuno la libertà di portare nel repertorio quello che voleva e che amava. Qualcuno ha scritto qualcosa e qualcuno l’ha solo suggerita facendo in modo che, alla fine, quella musica sia di tutti, indipendentemente da chi l’ha composta. È così anche per il mio Dissonanze cognitive o per Shorty di Steven ma anche, alla fine, per Guarda che Luna di Buscaglione, il nostro tormentone dal quale partire o al quale approdare. La cosa buffa è che l’ha suggerito Steven, uno di Washington, che un giorno è arrivato dagli Usa con la partitura in mano dicendo ‘ma canoscete per caso questo senior Buscalion e questo pezzo che me pare bbbono?’”.
Il repertorio: come l’avete messo a fuoco e poi arrangiato?
“Ci sono brani che esistono sulla carta e dunque hanno un più o meno vero arrangiamento, ed altri che sono nati durante le prove e maturati in concerto. Voci concertate senza un maestro concertatore che ognuno si cerca ascoltando l’altro e armonizza nel tempo. Del resto con quattro personalità così non poteva essere diverso, sarebbe stato delittuoso riportare tutto sul pentagramma. Idem per gli originali: chi ha scritto i brani, ha suggerito un percorso, lasciando gli liberi di prendere strade diverse o fare una sosta”.
Il risultato è, nella sua oculata varietà, molto compatto: lascia nelle orecchie la percezione di un di un suono messo a punto con cura estrema e poi lasciato andare nelle vene della musica suonata. E come l’avete ri-portato sul palco, la culla di Brass Bang!?
“Grazie, a noi piacerebbe solo arrivare ad ottenere quel risultato. Spesso ci riusciamo e qualche volta no. Del resto ciò sta nel mistero della musica e nella sua inafferrabilità. Con questa formazione in particolare ogni sera è veramente diverso. Riportare in studio la musica maturata dal vivo non è stato facile. Dovevamo cercare di preservare quello spirito giocoso e quell’interplay che il pubblico ti aiuta a trovare col dialogo e lo scambio. In studio ci siamo ritrovati d’improvviso da soli a fare i conti con noi stessi e con i nostri strumenti. Così abbiamo molto discusso, cosa che non facciamo mai né prima né dopo i concerti, perché quel suono spontaneo si è palesato in un’altra forma e abbiamo compreso meglio quali cose potevano non funzionare. Inoltre in studio abbiamo aggiunto un paio di brani che non eseguivamo dal vivo, e nel missaggio, in quanto anche produttore con la mia etichetta Tuk Music, mi sono occupato di armonizzare i brani con la loro successione. Nel disco ci sono anche brani totalmente improvvisati, oltre a un solo di ciascuno che fa da raccordo narrativo dell’ascolto. Appare anche un Wienerschnitzel dedicato a quell’incontro attorno ad un tavolo di un ristorante…Dalle prime uscite sul palco è cambiata la coscienza del collettivo. La musica è la stessa ma è diventata più densa in termini di suono e dialogo”.
E cosa fate dal vivo con quell’altra enciclopedia ambulante delle musiche che è la Zavalloni?
“Con Cristina cambia poco. Con lei suoniamo la musica barocca cercando di mantenere la stessa costruzione musicale e la stessa follia. Diciamo che dietro di lei gliene facciamo di cotte e di crude e proprio in questo si cela il senso che Cristina, spero, aveva pensato per ‘Barocco!’. Progetto nel quale lei improvvisa poco e noi alterniamo il classico gruppo di ottoni a quello di improvvisatori. E comunque anche con le partiture tradizionali cerchiamo di uscire dal pentagramma. Lo Haendel del disco nasce proprio grazie a questo progetto! Inoltre con Cristina suoniamo preferibilmente in acustico e questo porta la musica in un luogo ancora diverso. Abbiamo provato a interpretare la funzione primaria della musica barocca, nella quale l’improvvisazione esisteva davvero e il basso continuo era una chiave per viaggiare nella musica quasi come in un pezzo di jazz”.
13 date in 20 giorni nel solo mese di luglio: una mattanza, allegra immagino, ma una faticaccia boia… questi sono i suoi ritmi da vent’anni e più, con la famiglia, magari qualche amico, e poi un festival e un’etichetta di mezzo, per non dire di tour, scrittura, arrangiamenti, prove, registrazioni… mai un po’ di stanchezza o bisogno d’altro?
“Mi diverto ancora molto a suonare e mi basta per giustificare i lunghi viaggi e le fatiche dei lunghi tour. Stavolta mi preoccupa un po’ dover girare per venti giorni con lo stesso gruppo: sono abituato a cambiare musica spessissimo, cosa che mi piace molto e mi nutre. Forse è per questo che posso anche affrontare un lungo tour perlomeno senza annoiarmi. E poi cambiano luoghi e musica. E incontri gli altri. E vedi e senti scoprendo. Ma quando sei in tour non stai solo suonando. Stai componendo, pensando, leggendo, occupandomi del mio festival che è alle porte. Ora ad esempio sto lavorando ad un grande progetto del jazz italiano per l’Aquila, fortemente voluto dal ministro Franceschini. Una maratona, domenica 6 settembre, con cento gruppi e 500 musicisti sparsi nella città in ricostruzione per un segnale di solidarietà ma anche per sottolineare la ricchezza e la varietà del nostro jazz. Tra musicisti noti, giovani, realtà regionali, conservatori, orchestre, duo, soli, spettacoli per i bambini. Penso che, fossi a casa, di certo non riuscirei a seguire tutte queste cose, ma ammetto che la famiglia mi manca molto. Soprattutto d’estate quando i tour sono molto lunghi. Fortuna che oggi c’è Skype e internet ma non è la stessa cosa. Ho un bimbo di quasi otto anni che è molto legato a me, mi manca come manco a lui. Fortuna che quando si sta assieme si sta veramente assieme e si condividono molte cose. Passione per la musica compresa”.
Cosa leggi nel futuro del gruppo sia come incisioni che concerti? Niente Europa per ora?
“Per ora ci basta il cd. In Europa con la Brass Bang! un po’ ci suoniamo ma forse non abbastanza. Sarebbe bello girare di più nei festival europei, ma vedo che a volte alcuni non capiscono cosa siamo. Pensano magari a una Street Band o a un gruppo ingessato su un palco. Noi siamo tutto questo assieme. Anche in questo l’Europa resta ancora un mistero. Ad esempio il cd in Francia è stato accolto tiepidamente e quando vi abbiamo suonato alcuni hanno detto ‘ma cosa è questa cosa strana?’. Mah…”.
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Un formazione dal suono antico, cosa paradossalmente assai rinfrescante oggi… com’è nato il tutto?
“A Bolzano nel 2011, davanti a una tavola imbandita e a una Wiener Schnitzel accompagnata da un boccale di birra. Steven Bernstein aveva già suonato nel mio festival (Time in Jazz, a Berchidda) in Sardegna con i SexMob e nell’occasione invitai Gianluca Petrella a fare un duo con lui in mezzo al nulla sulle montagne del Limbara. Durante quel pranzo nacque dunque l’idea di fare qualche data noi tre. Ma a un certo punto Steven ha proposto anche la tuba di Rojas e la cosa è diventata realtà nella nostra mente. Bisognava trovargli un nome e a me è venuto ‘Brass Bang!? che ha a che fare con la Marching Brass Band ma che voleva anche essere esplosiva come le personalità dei singoli musicisti. Peraltro non conoscevo assolutamente Marcus. Subito dopo abbiamo deciso di fare una breve tournée estiva e scrivere musica originale, portando anche brani di altri arrangiati da noi. Ci siamo incontrati in Emilia, abbiamo provato la musica e la sera dopo abbiamo fatto il primo concerto. Non è andata male, per quanto il gruppo fosse ancora da rodare e alla ricerca di un suono ci siamo divertiti e abbiamo deciso di prendere la cosa sul serio ma sempre con la filosofia della Wienerschnitzel e della pinta di birra”.
In un’epoca in cui l’elettronica è troppo spesso inflazionata e fasulla lei invece la bazzica da gran tempo e piegandola alla sua poetica. Questo invece è un bel progetto invece completamente acustico e dal bel sapore antico ma vivo, anzi vivissimo. Aveva voglia di una rinfrescata? Sia sincero: avete anche pensato al pubblico, se non al mercato, visto che di gente che possa suonar così non ce n’è tanta?
“Per nulla anche se le tue parole mi lusingano e dunque le prendo come un complimento. Non avevo pensato né al pubblico né al mercato. Del resto non l’ho mai fatto in tutti questi anni e ho sempre cercato di fare, sia nei concerti che nei dischi, quello che mi piace indipendentemente dal gusto del pubblico o dal volere di un possibile produttore. Ho giusto pensato che in un progetto così ricco di sonorità diverse l’elettronica non era necessaria. Infatti Steven suona principalmente la tromba a coulisse (è il più grande specialista di questo strumento) e anche la tromba normale, io suono sia il flicorno che la tromba (e la tromba con la sordina, che nella mia mente è uno strumento a parte) mentre Petrella suona il trombone e Rojas la tuba. Ognuno cerca di suonare i propri strumenti cavandone tutto il possibile e dunque si passa dai suoni modulati ai rumori, alle percussioni. Sia nei concerti dal vivo che nel cd, uso comunque da tempo un po’ di elettronica, ad esempio nella lunga introduzione a As Tears Go By, mentre Steven suona anche distorcendo grazie ad un vecchio amplificatore e un vecchio microfono anni Quaranta, e Marcus nel disco, e a volte dal vivo, usa un leggero set di percussioni e canta qualcosa quando gli va. Anche Gianluca, quando gli va, porta un Kaoss Pad. Lo zampino dell’elettronica c’è comunque, ma solo quando ne sentiamo il bisogno, visto il grande campionario sonoro già presente nel progetto. L’altro aspetto interessante del suono è che, essendo abbastanza ‘mobili’ e non legati alle nostre rispettive postazioni, giochiamo molto con gli spazi andandocene spesso in giro sia nel palco che nelle sale. Anzi, il concerto inizia proprio così suonando in mezzo al pubblico. Del resto siamo una Brass Marching Band…”.
La vostra adesione all’idea di “serious fun” coniata dal genio immenso di Lester Bowie mi sembra chiara, o sbaglio? In più Rojas con Bowie ha lavorato nei Brass Fantasy che di quel “giocare sul serio” resta la più bella delle incarnazioni…
“Certo. Infatti facciamo Zero di Lester, che è stato uno dei primi a lavorare con i gruppi di ottoni inventandosi poi i Brass Fantasy e tracciando la strada e facendo la storia. L’espressione che tu hai usato ‘giocare sul serio’ mi piace, è quello che tutti noi dovremmo fare tutti i giorni con la musica. Per questo il cd inizia con un divertissement come Italian At La Glance, nel quale Bernstein legge alcune frasi strampalate da un vecchio libro di frasi di viaggio di prima necessità tradotte dall’inglese all'italiano per americani in Italia, e prosegue con La Réjouissance (Music for Royal Fireworks) di Haendel al quale abbiamo aggiunto il suono dei veri fuochi d’artificio”.
Siete tutti degli ottimi esperantisti delle musiche, in più Bernstein è un vero studioso dell’età arcaica del jazz, come dimostra la Millennial Territorial Band, idem Rojas che è andato a scuola da Lester e Threadgill, Mentre Gianluca è figlio d’un jazzista che l’ha svezzato con quello delle origini e lei non si è mai dato confini. Anche se salti indietro nel tempo come Brass Bang – almeno per certi riferimenti storici – non mi pare ne abbia mai fatti. Quanta filologia e quanta voglia di divertirsi senza sconnettere il cervello? E come avete lavorato visto che siete sempre tutti in giro per il mondo?
“Mi pare che alla fine la Brass Bang! non sia un salto indietro ma un balzo in avanti. Nonostante si suoni Ellington e Palestrina c’è Jimi Hendrix e una canzone popolare sarda oltre alle nostre composizioni. È vero però che sia Steven che Rojas, come molti newyorkesi della penultima generazione, sono non solo dei veri studiosi della tradizione ma anche degli alchimisti che fondono tradizione e ricerca contemporanea. Abbiamo lavorato per mail, lasciando a ognuno la libertà di portare nel repertorio quello che voleva e che amava. Qualcuno ha scritto qualcosa e qualcuno l’ha solo suggerita facendo in modo che, alla fine, quella musica sia di tutti, indipendentemente da chi l’ha composta. È così anche per il mio Dissonanze cognitive o per Shorty di Steven ma anche, alla fine, per Guarda che Luna di Buscaglione, il nostro tormentone dal quale partire o al quale approdare. La cosa buffa è che l’ha suggerito Steven, uno di Washington, che un giorno è arrivato dagli Usa con la partitura in mano dicendo ‘ma canoscete per caso questo senior Buscalion e questo pezzo che me pare bbbono?’”.
Il repertorio: come l’avete messo a fuoco e poi arrangiato?
“Ci sono brani che esistono sulla carta e dunque hanno un più o meno vero arrangiamento, ed altri che sono nati durante le prove e maturati in concerto. Voci concertate senza un maestro concertatore che ognuno si cerca ascoltando l’altro e armonizza nel tempo. Del resto con quattro personalità così non poteva essere diverso, sarebbe stato delittuoso riportare tutto sul pentagramma. Idem per gli originali: chi ha scritto i brani, ha suggerito un percorso, lasciando gli liberi di prendere strade diverse o fare una sosta”.
Il risultato è, nella sua oculata varietà, molto compatto: lascia nelle orecchie la percezione di un di un suono messo a punto con cura estrema e poi lasciato andare nelle vene della musica suonata. E come l’avete ri-portato sul palco, la culla di Brass Bang!?
“Grazie, a noi piacerebbe solo arrivare ad ottenere quel risultato. Spesso ci riusciamo e qualche volta no. Del resto ciò sta nel mistero della musica e nella sua inafferrabilità. Con questa formazione in particolare ogni sera è veramente diverso. Riportare in studio la musica maturata dal vivo non è stato facile. Dovevamo cercare di preservare quello spirito giocoso e quell’interplay che il pubblico ti aiuta a trovare col dialogo e lo scambio. In studio ci siamo ritrovati d’improvviso da soli a fare i conti con noi stessi e con i nostri strumenti. Così abbiamo molto discusso, cosa che non facciamo mai né prima né dopo i concerti, perché quel suono spontaneo si è palesato in un’altra forma e abbiamo compreso meglio quali cose potevano non funzionare. Inoltre in studio abbiamo aggiunto un paio di brani che non eseguivamo dal vivo, e nel missaggio, in quanto anche produttore con la mia etichetta Tuk Music, mi sono occupato di armonizzare i brani con la loro successione. Nel disco ci sono anche brani totalmente improvvisati, oltre a un solo di ciascuno che fa da raccordo narrativo dell’ascolto. Appare anche un Wienerschnitzel dedicato a quell’incontro attorno ad un tavolo di un ristorante…Dalle prime uscite sul palco è cambiata la coscienza del collettivo. La musica è la stessa ma è diventata più densa in termini di suono e dialogo”.
E cosa fate dal vivo con quell’altra enciclopedia ambulante delle musiche che è la Zavalloni?
“Con Cristina cambia poco. Con lei suoniamo la musica barocca cercando di mantenere la stessa costruzione musicale e la stessa follia. Diciamo che dietro di lei gliene facciamo di cotte e di crude e proprio in questo si cela il senso che Cristina, spero, aveva pensato per ‘Barocco!’. Progetto nel quale lei improvvisa poco e noi alterniamo il classico gruppo di ottoni a quello di improvvisatori. E comunque anche con le partiture tradizionali cerchiamo di uscire dal pentagramma. Lo Haendel del disco nasce proprio grazie a questo progetto! Inoltre con Cristina suoniamo preferibilmente in acustico e questo porta la musica in un luogo ancora diverso. Abbiamo provato a interpretare la funzione primaria della musica barocca, nella quale l’improvvisazione esisteva davvero e il basso continuo era una chiave per viaggiare nella musica quasi come in un pezzo di jazz”.
13 date in 20 giorni nel solo mese di luglio: una mattanza, allegra immagino, ma una faticaccia boia… questi sono i suoi ritmi da vent’anni e più, con la famiglia, magari qualche amico, e poi un festival e un’etichetta di mezzo, per non dire di tour, scrittura, arrangiamenti, prove, registrazioni… mai un po’ di stanchezza o bisogno d’altro?
“Mi diverto ancora molto a suonare e mi basta per giustificare i lunghi viaggi e le fatiche dei lunghi tour. Stavolta mi preoccupa un po’ dover girare per venti giorni con lo stesso gruppo: sono abituato a cambiare musica spessissimo, cosa che mi piace molto e mi nutre. Forse è per questo che posso anche affrontare un lungo tour perlomeno senza annoiarmi. E poi cambiano luoghi e musica. E incontri gli altri. E vedi e senti scoprendo. Ma quando sei in tour non stai solo suonando. Stai componendo, pensando, leggendo, occupandomi del mio festival che è alle porte. Ora ad esempio sto lavorando ad un grande progetto del jazz italiano per l’Aquila, fortemente voluto dal ministro Franceschini. Una maratona, domenica 6 settembre, con cento gruppi e 500 musicisti sparsi nella città in ricostruzione per un segnale di solidarietà ma anche per sottolineare la ricchezza e la varietà del nostro jazz. Tra musicisti noti, giovani, realtà regionali, conservatori, orchestre, duo, soli, spettacoli per i bambini. Penso che, fossi a casa, di certo non riuscirei a seguire tutte queste cose, ma ammetto che la famiglia mi manca molto. Soprattutto d’estate quando i tour sono molto lunghi. Fortuna che oggi c’è Skype e internet ma non è la stessa cosa. Ho un bimbo di quasi otto anni che è molto legato a me, mi manca come manco a lui. Fortuna che quando si sta assieme si sta veramente assieme e si condividono molte cose. Passione per la musica compresa”.
Cosa leggi nel futuro del gruppo sia come incisioni che concerti? Niente Europa per ora?
“Per ora ci basta il cd. In Europa con la Brass Bang! un po’ ci suoniamo ma forse non abbastanza. Sarebbe bello girare di più nei festival europei, ma vedo che a volte alcuni non capiscono cosa siamo. Pensano magari a una Street Band o a un gruppo ingessato su un palco. Noi siamo tutto questo assieme. Anche in questo l’Europa resta ancora un mistero. Ad esempio il cd in Francia è stato accolto tiepidamente e quando vi abbiamo suonato alcuni hanno detto ‘ma cosa è questa cosa strana?’. Mah…”.