Umbria Jazz 2015

FESTIVAL

Umbria Jazz 2015, dal Blue Note a Santa Giuliana Bad Plus Joshua Redman

Dopo il fortunato incontro nel club newyorkese arriva a Perugia il trio, che da vent'anni lavora sul repertorio del grande pop, insieme al sassofonista texano. La serata si completa con gli Snarky Puppy guidati dal bassista Michael League

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PERUGIA - La fulgida storia cui il 13 notte Umbria Jazz destina la sua più luminosa e grande vetrina, Santa Giuliana, comincia quattro anni fa. Quando il genio alchemico dei tre Bad Plus ospita al Blue Note di New York, progenitore di tutti gli altri oggi sparsi nel mondo, quello di Joshua Redman, sax tenore fra i più acclamati e figlio d'arte a cinque stelle. Ovvero del gigante Dewey, gran poeta del free, amico fraterno del concittadino Ornette Coleman (entrambi di Fort Worth, Texas) fin dall'high school e, dal 1968 al 1972, suo fidato pard, come lo fu dal 1971 al 1978 pure di Keith Jarrett, al cui decollo contribuì non poco.

Un incontro fortunato. Quella notte al Blue Note il trio, che da quasi vent'anni ha avviato un'originalissima, osannata ricerca sul pop (giusto qualche nome: Pink Floyd, Pixies, Bowie, Yes, Police, Neil Young, Black Sabbath, Queen, Bee Gees, Blondie fino, e fra i primissimi a rileggerli, i Radiohead oggi così di moda nel jazz), riletto in una chiave estremamente creativa, talvolta tagliente, concitata di pulsazioni contemporanee, altre melodicamente irresistibile, scoprì che era possibile ammettere nel proprio esclusivo club un quarto uomo. Che già vantava peraltro un cursus honorum fra i più sfavillanti. Ad illustrare il quale posson bastare - non dovessero farlo il fraseggio musicalissimo, sempre perfettamente tornito, il timbro serico e brunito, esemplari doti di armonizzatore e solista di elegante misura - l'esordio ufficiale, a 22 anni, nel '91, con la vittoria del più importante concorso jazz del pianeta, il Thelonius Monk Jazz Saxophone Competition. Seguita dall'eccellente discografia sia a suo nome che con i SFJAZZ di James Farm, e dalle celebrate collaborazioni con Charlie Haden, Elvin Jones, Pat Metheny, Brad Mehldau, Brian Blade, Mark Turner e Christian McBride. Un incontro fortunato quello di Redman con Reid Anderson (contrabbasso), Etahn Iverson (piano) e David King (batteria), perché, a onor del vero, negli ultimi dieci anni l'enorme talento del sassofonista è
apparso talora appannato, come alla ricerca di nuovi stimoli. Che ha felicemente trovato incrociando i Bad Plus, coi quali è andato prima in tour e poi in studio dando alla luce, nello scorso maggio, un disco accolto, con molta ragione, trionfalmente, intitolato, con sapido calembour, The Bad Plus Joshua Redman.
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Quando il jazz rubava alle altre musiche. Nove brani composti dai quattro per l'incisione, una svolta anche per i Bad Plus, che non hanno mai inciso un disco di sole loro composizioni, più un paio di brani di Anderson da due dei precedenti dieci album del trio: Dirty Blondie (di Anderson, da Give, 2004) e la rarefatta ballad Silence Is the Question (da These Are the Vistas, 2003). Materiale che certo farà parte del concerto, insieme a brani del passato. Dove è da cercare, in attesa di futuri sviluppi della già convincente collaborazione, il senso più illuminante del progetto Bad Plus: il suo contributo ad un nuovo repertorio per il jazz contemporaneo. Obbiettivo che perseguono sistematicamente fin dai primi Novanta. Anche se non mancano colleghi che li han preceduti, appaiati o seguiti  -  Mehldau, Rava (il 18 al Morlacchi, ore 17), Vijay Iyer (il 13 al Morlacchi, ore 17), e più indietro nel tempo Lester Bowie e il solito Miles Davis  -  ed il cui acume ha suggerito di cercare nel pop linfa fresca sulla quale lavorare e improvvisare. Acquisendolo al repertorio del jazz, al suo "libro degli standard", che, oltre agli originali di tanti autori, su questo genere di sincretiche appropriazioni d'altrui musiche, per poi riplasmarle a sua misura, ha costruito il suo primo secolo di vita. Il pop contemporaneo insomma, come il musical di Broadway e la tradizione della pop song novecentesca americana, quella di Gershwin, Cole Porter, Kern o Hammerstein, dai quali il jazz ha puntualmente rubato ciò che lo attraeva. Ma Bad Plus non ha dunque niente a che vedere con la banalità della "contaminazione", fenomeno noto in musica almeno da Haydn in poi. Essendo piuttosto un contemporaneo laboratorio consapevole e geniale, il cui alambicco resta però l'antico vampirismo messo in atto dal jazz fin dalle sue origini.

Snarky Puppy, una big band da Grammy. Il cast della serata si completa con la patchanka a dominante black degli Snarky Puppy guidati dal bassista Michael League. Una ventina di virtuosi con un muro di tastiere da far invidia a Rick Wakeman e altrettanto poderose sezione fiati e ritmica, che Umbria Jazz ha riconvocato di corsa dopo il loro convincente debutto nel luglio del 2014. Nati nel 2004 a Denton, Texas, come The Fam, collettivo intorno al quale ruotavano circa quaranta studenti-musicisti dell'Università del Nord Texas, gli Snarky Puppy, alfieri di un fantasioso mix di jazz, R&B, funk, rock, progressive e fusion, han poi fatto la loro lunga, formativa gavetta, che li ha visti prima guadagnarsi il ruolo di "opening act" nei tour di firme quali Erikah Badu, Justin Timberlake, Marcus Miller (di certo musicista di riferimento per loro), e Roy Hargrove, per poi debuttare su disco nel 2006. Fino alla consacrazione del 2013 con un Grammy per la miglior performance R&B.

2013, l'anno del decollo. Successo che la band texana cavalca senza indugio alcuno: da quell'anno, sui nove in totale, sono ben quattro i loro dischi in studio, l'ultimo è Sylvia (2015), più un live a Utrecht con la colossale Metropol Orkest. Sempre nel 2013 esce anche Akmeni W/Bukuru Celestin, nome del musicista del Burundi unitosi a loro nella registrazione, che coincide con il raggiungimento da parte della band d'una più ampia e stimolante identità. In cui convivono la propria attività, quella di team di produzione, quella di gruppo di sideman per altri artisti e una sezione didattica. Il 2013 è decisamente l'anno degli Snarky Puppy. È di nuovo in quell'anno che arriva pure Family Dinner-Volume One, nel quale League e i suoi invitano otto cantanti, fra loro anche Lalah Hathaway, figlia di Donnie, gran poeta del soul. Sarà la sua splendida voce per Something, registrata dal vivo a Vancouver, a siglare il singolo della band premiato dal massimo riconoscimento dell'industria discografica americana. Il resto è storia d'oggi.