AL TRE FONTANE c'è un grande prato verde, sintetico ma cambia poco. Su questo grande prato verde, come cantava Gianni Morandi, nascono speranze e queste speranze si chiamano ragazzi. E' il grande prato dell'amore. Per il pallone. Ma non è così semplice, o almeno non sembrava sino a quando qualcuno non ha per fortuna spiegato ai ragazzi con un'amputazione agli arti inferiori che potevano anche loro giocare a pallone. Apriti cielo. Un cielo enorme che sta accogliendo da anni i piccoli campioni che in campo, contro ogni immaginazione, ma nel pieno rispetto delle loro possibilità fisiche e del loro entusiasmo, sembrano razzi.
Sabato si chiude il camp in cui si sono ritrovati i calciatori dai cinque ai sedici anni provenienti da Italia, Germania, Georgia, Grecia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Polonia, Scozia e Turchia: "Proprio l'esperienza turca deve essere da esempio", spiega Renzo Vergnani, ct della Nazionale di Calcio Amputati che a ottobre sarà di scena i Mondiali di Guadalajara, in Messico. Vergnani gestisce il training camp insieme con sette dei giocatori della sua nazionale, veri e propri tutor degli astri del futuro. Perché la Turchia? Semplice e al tempo stesso difficile: "Loro sono dei professionisti, hanno categorie, il calcio amputati raccoglie e ispira tanto pubblico, insomma è un mondo evoluto".
Meno lo è il nostro, che ancora si aggrappa alla fantasia di chi organizza e di chi lo pratica e che non ha ancora "bucato" abbastanza per ottenere l'attenzione dei grandi investitori, come accade persino in Messico, dove per la seconda volta in quattro anni, e non è un caso, si disputano i Mondiali (è successo anche nel 2014): "Lì abbiamo giocato anche davanti a tremila persone, che è un po' come giocare a Wembley", prosegue Vergnani, "in Italia siamo alle prime armi, ma quest'estate metteremo a punto una piccola serie A con la quale si potrebbe nel 2019 partecipare alla Champions League con una nostra rappresentativa". Il tutto sotto l'egida della FISPES (la Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali).
Nicolò, Efrem, Eanna, Conor, Mehmet, Conall, William, Rylea, Jakub, Viktor, Lasha, Otto, Berkat, Nika, Freddy, Jacek sono alcuni dei 70 ragazzi che si stanno divertendo al Tre Fontane, senza negarsi un solo movimento: "La verità è che il calcio amputati è uno sport faticosissimo che senza l'entusiasmo giusto, che non è mai poco, e un'ottima preparazione non si può praticare. Lo definirei quasi uno sport estremo", aggiunge Vergnani. Si gioca in sette portiere compresi, il campo è lungo sessanta metri e i tempi durano venticinque minuti. Si gioca con le stampelle e con una gamba sola, il che rende completamente diversi appoggi ed equilibri: "E se le danno anche di santa ragione!".
Non si può colpire il pallone con la parte, diciamo così, mancante, ossia con quello che tecnicamente si chiama "moncone": sarebbe fallo esattamente come nel calcio è fallo quando la tocchi con una mano. "Quando i bambini scoprono che togliendo la protesi con la quale vivono e camminano possono giocare a calcio con due stampelle non stanno più nella pelle. E' un'emozione vederli segnale un gol".
Lo sport racconta come al solito un paese più dolce e accogliente, un paese più evoluto che se fosse diverso, veramente diverso, se non fosse un paese in cui sono state erette insormontabili barriere architettoniche e culturali (una persona su sei denuncia una disabilità) non avrebbe bisogno di indire il pur lodevole Disability Pride, che si celebrerà domenica 15 luglio a Roma. Tutti i giorni sarebbero un disability day.
Per altre informazioni su sport e disabilità: OSO - Ogni sport oltre
Sabato si chiude il camp in cui si sono ritrovati i calciatori dai cinque ai sedici anni provenienti da Italia, Germania, Georgia, Grecia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Polonia, Scozia e Turchia: "Proprio l'esperienza turca deve essere da esempio", spiega Renzo Vergnani, ct della Nazionale di Calcio Amputati che a ottobre sarà di scena i Mondiali di Guadalajara, in Messico. Vergnani gestisce il training camp insieme con sette dei giocatori della sua nazionale, veri e propri tutor degli astri del futuro. Perché la Turchia? Semplice e al tempo stesso difficile: "Loro sono dei professionisti, hanno categorie, il calcio amputati raccoglie e ispira tanto pubblico, insomma è un mondo evoluto".
Meno lo è il nostro, che ancora si aggrappa alla fantasia di chi organizza e di chi lo pratica e che non ha ancora "bucato" abbastanza per ottenere l'attenzione dei grandi investitori, come accade persino in Messico, dove per la seconda volta in quattro anni, e non è un caso, si disputano i Mondiali (è successo anche nel 2014): "Lì abbiamo giocato anche davanti a tremila persone, che è un po' come giocare a Wembley", prosegue Vergnani, "in Italia siamo alle prime armi, ma quest'estate metteremo a punto una piccola serie A con la quale si potrebbe nel 2019 partecipare alla Champions League con una nostra rappresentativa". Il tutto sotto l'egida della FISPES (la Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali).
Nicolò, Efrem, Eanna, Conor, Mehmet, Conall, William, Rylea, Jakub, Viktor, Lasha, Otto, Berkat, Nika, Freddy, Jacek sono alcuni dei 70 ragazzi che si stanno divertendo al Tre Fontane, senza negarsi un solo movimento: "La verità è che il calcio amputati è uno sport faticosissimo che senza l'entusiasmo giusto, che non è mai poco, e un'ottima preparazione non si può praticare. Lo definirei quasi uno sport estremo", aggiunge Vergnani. Si gioca in sette portiere compresi, il campo è lungo sessanta metri e i tempi durano venticinque minuti. Si gioca con le stampelle e con una gamba sola, il che rende completamente diversi appoggi ed equilibri: "E se le danno anche di santa ragione!".
Non si può colpire il pallone con la parte, diciamo così, mancante, ossia con quello che tecnicamente si chiama "moncone": sarebbe fallo esattamente come nel calcio è fallo quando la tocchi con una mano. "Quando i bambini scoprono che togliendo la protesi con la quale vivono e camminano possono giocare a calcio con due stampelle non stanno più nella pelle. E' un'emozione vederli segnale un gol".
Lo sport racconta come al solito un paese più dolce e accogliente, un paese più evoluto che se fosse diverso, veramente diverso, se non fosse un paese in cui sono state erette insormontabili barriere architettoniche e culturali (una persona su sei denuncia una disabilità) non avrebbe bisogno di indire il pur lodevole Disability Pride, che si celebrerà domenica 15 luglio a Roma. Tutti i giorni sarebbero un disability day.
Per altre informazioni su sport e disabilità: OSO - Ogni sport oltre