STA ANCORA aspettando che qualcuno gli spieghi perché nel 2016 i vertici federali lo esclusero dagli Europei facendogli perdere i Giochi di Rio. Sarebbero state le sue quinte paralimpiadi: "Non c'era alcun motivo, ero ancora una delle punte del tennis da tavolo al mondo, nella mia categoria, la classe 4, avevo giocato in tutto il mondo, avevo portato a casa più di cento podi".
Salvatore Caci in realtà sa che nessuno busserà alla sua porta per fare ammenda, per cancellare l'incancellabile onta di quell'assurdo no, no, tu te ne stai a casa: "E' gente tremenda". Punta il dito contro colui che adesso, se lo incrocia in qualche corridoio, "si gira dall'altra parte per la vergogna, perché non saprebbe cosa dirmi e nemmeno sopportare il mio sguardo addosso".
A 56 anni, di cui 30 passati a giocare e a vincere con una racchetta in mano, sulla sua carrozzina dove in pratica, quando gioca, è come se danzasse, Salvatore conosce il mondo, che è molto meno accogliente della sua Casale Monferrato, molto meno verde delle sue colline gioiosamente invase dai filari e quando è stagione creativamente colorate dai chicchi d'uva. "Quel che è fatto è fatto, ma è stato veramente fatto il peggio".
Dal 2016 ha smesso di girare il mondo, si limita a vincere i campionati italiani (è arrivato al 26° titolo) e a fare il tecnico della sua società, la Polisportiva Refrancorese, anche per allenare i normodotati. E nell'escluderlo da tutto gli hanno fatto anche perdere il contratto con una multinazionale come la Ferrero, che lo trattava esattamente alla stregua di altri campioni, come Valentina Vezzali, Andrew Howe e Josefa Idem. "Adesso guadagno 300 euro al mese e meno male che ho la pensione. Ma prima mi davano veramente tanti soldi. E adesso secondo loro a chi dovrei chiedere i danni?".
Quando aveva tre anni, una puntura lombare malfatta lo privò degli arti inferiori. E' paraplegico, non tetraplegico. Scoprì il tennis da tavolo da ragazzino, in Germania, dove si era trasferito con la famiglia (vicino Mannheim): "La mia scuola di tennis da tavolo è tipica della cultura sportiva tedesca". E' tornato in Italia nel '91. Non chiede niente, ha vinto tanto, anche contro i normodotati, è sereno però e quando il discorso si sposta sul passato emerge un filo rosso di legittima rabbia non completamente smaltita. Ha come la sensazione che i suoi capi abbiano giocato con la sua pelle senza un vero e proprio motivo: "Onestamente non ero da buttare".
Ricorda l'esperienza dell'esclusione come un assurdo boomerang. Con un paradosso: "Che quando si svolsero i Mondiali per normodotato a Cagliari mi chiesero di dichiarare aperti i campionati!". Solo che non poteva partecipare perché la federazione ("uno spettacolo di istituzione...!") aveva deciso che Salvatore Caci non esisteva più.
Per altre informazioni su Sport e disabilità: OSO - Ogni sport oltre
Salvatore Caci in realtà sa che nessuno busserà alla sua porta per fare ammenda, per cancellare l'incancellabile onta di quell'assurdo no, no, tu te ne stai a casa: "E' gente tremenda". Punta il dito contro colui che adesso, se lo incrocia in qualche corridoio, "si gira dall'altra parte per la vergogna, perché non saprebbe cosa dirmi e nemmeno sopportare il mio sguardo addosso".
A 56 anni, di cui 30 passati a giocare e a vincere con una racchetta in mano, sulla sua carrozzina dove in pratica, quando gioca, è come se danzasse, Salvatore conosce il mondo, che è molto meno accogliente della sua Casale Monferrato, molto meno verde delle sue colline gioiosamente invase dai filari e quando è stagione creativamente colorate dai chicchi d'uva. "Quel che è fatto è fatto, ma è stato veramente fatto il peggio".
Dal 2016 ha smesso di girare il mondo, si limita a vincere i campionati italiani (è arrivato al 26° titolo) e a fare il tecnico della sua società, la Polisportiva Refrancorese, anche per allenare i normodotati. E nell'escluderlo da tutto gli hanno fatto anche perdere il contratto con una multinazionale come la Ferrero, che lo trattava esattamente alla stregua di altri campioni, come Valentina Vezzali, Andrew Howe e Josefa Idem. "Adesso guadagno 300 euro al mese e meno male che ho la pensione. Ma prima mi davano veramente tanti soldi. E adesso secondo loro a chi dovrei chiedere i danni?".
Quando aveva tre anni, una puntura lombare malfatta lo privò degli arti inferiori. E' paraplegico, non tetraplegico. Scoprì il tennis da tavolo da ragazzino, in Germania, dove si era trasferito con la famiglia (vicino Mannheim): "La mia scuola di tennis da tavolo è tipica della cultura sportiva tedesca". E' tornato in Italia nel '91. Non chiede niente, ha vinto tanto, anche contro i normodotati, è sereno però e quando il discorso si sposta sul passato emerge un filo rosso di legittima rabbia non completamente smaltita. Ha come la sensazione che i suoi capi abbiano giocato con la sua pelle senza un vero e proprio motivo: "Onestamente non ero da buttare".
Ricorda l'esperienza dell'esclusione come un assurdo boomerang. Con un paradosso: "Che quando si svolsero i Mondiali per normodotato a Cagliari mi chiesero di dichiarare aperti i campionati!". Solo che non poteva partecipare perché la federazione ("uno spettacolo di istituzione...!") aveva deciso che Salvatore Caci non esisteva più.
Per altre informazioni su Sport e disabilità: OSO - Ogni sport oltre