ROMA - Antonio Banderas irrompe nella stanza, è in cospicuo ritardo. Indossa jeans, maglietta bianca e stivali da cowboy. In mano una sigaretta. "Davvero non le dà fastidio? Viva l'Italia". Fuma e si racconta. Parte dal ritorno con Almodóvar. "L'unico regista per il quale mi getto nel vuoto. Ventun anni dopo Légami l'ho ritrovato con la stessa voglia di rischiare". Azzarda il parallelo: "La pelle che abito è una sorta Légami con gli steroidi. Tutte le tematiche sono amplificate".
Nel thriller in sala in questi giorni interpreta un chirurgo vendicativo, "uno di quei mostri che si mimetizzano perfettamente nella società. La vendetta che esercita sul suo prigioniero è un alibi per tirare fuori i demoni interiori. Ma è anche l'artista che s'innamora della sua creazione, come se Leonardo da Vinci andasse a letto con la Gioconda".
Sullo schermo il divo spagnolo, 51 anni, sembra invecchiato: "Esperienza psicologica forte, accettarmi nell'immagine di uomo maturo, le rughe sul viso. Pedro mi ha regalato la possibilità di esplorare nuovi territori, ha suscitato in me profonde riflessioni". Forse non tutte positive, perché continua ad alzare la manica della maglietta e mettere in mostra il bicipite tonico, per far vedere il tatuaggio del Màlaga club, perfino a mo' di allegro commiato.
Banderas, lei è ancora considerato un latin lover.
"Davvero? Mi fa piacere. Anche se è curioso, non c'è attore al mondo che abbia fatto più ruoli gay di me. In più sono sposato con Melanie Griffith da diciassette anni. Tutti mi chiedono il segreto di tanta longevità. È semplice, ci amiamo. L'importante è accettare che il rapporto cambia, si perdono delle cose, ma ne arrivano altre. Anche migliori".
Alcuni giornali hanno scritto che lei era stato operato di cancro.
"In realtà era un tumore benigno alla schiena. Una semplice, fastidiosa operazione. Il pomeriggio stesso, dopo l'intervento, sono andato a prendere mia figlia a scuola".
Con l'amico e mentore Pedro c'è stata una lunga separazione.
"Sì, ma ora ci siamo ritrovati e spero continueremo. Pedro è unico. Fa un genere a sé, il genere Almodóvar. Come Fellini. È eclettico, ma ha un suo universo. Amo i suoi film più estremi, come quest'ultimo. Non ce lo vedo nel mainstream. Dopo il successo di Donne sull'orlo di una crisi di nervi ho temuto scivolasse verso il cinema fastfood, l'Almodóvar hamburger. E invece si è rimesso in gioco".
Hollywood le ha regalato lo status di divo, ma le ha fatto fare brutti film.
"Mi ha regalato la varietà. Ho recitato in commedie leggera ma anche in un film come Philadelphia, cantato e ballato anche a Broadway. Ho debuttato alla regia e ora preparo il terzo film, Solo, sul trauma di un militare spagnolo che torna dall'Afghanistan. Una storia di fantascienza lontana dai canoni hollywoodiani. Sulla solitudine e sulla guerra".
Il suo ruolo migliore?
"Non sono uno di quegli attori ossessionati nel voler lasciare segno. Sono come quei commedianti che giravano sul carro, nei paesi. La sera Shakespeare, il pomeriggio la commedia. Mi vedo nell'ultima scena di 8 e mezzo, scendo dalle scale e il girotondo di personaggi s'allarga, ecco Zorro mano nella mano con Desperado, più avanti il Gatto con gli stivali".
Il gatto con gli stivali di Shrek a Natale debutta con un film tutto suo.
"Esperienza incredibile, diventare un cartone. Quelli dello Studio ti dirottano su un aereo verso Silicon Valley e ti fanno recitare con una spada di plastica, davanti a 400 disegnatori. Quando ti rivedi sullo schermo sei tu, ma nel corpo di un gatto".
Lei era in Tunisia, sul set del film Black gold nei giorni della rivoluzione.
"Sì. All'inizio avevo percepito un paese sotto anestesia, simile alla Spagna franchista, in cui sono cresciuto. L'immagine di Ben Ali era ovunque, in ogni negozio. Un mese dopo era fuori dal paese. Ho rivissuto la mia adolescenza, l'arrivo della democrazia. Non ho temuto per la mia vita, guardavo affascinato le facce dei giovani scesi in piazza, le donne senza burqa alla guida di una rivolta bellissima. Il produttore temeva che Freida Pinto fuggisse terrorizzata. L'abbiamo raggiunta in albergo e lei, tranquilla; "Scappare? Io vivo a Bombay, lì queste cose sono all'ordine del giorno".
Nel thriller in sala in questi giorni interpreta un chirurgo vendicativo, "uno di quei mostri che si mimetizzano perfettamente nella società. La vendetta che esercita sul suo prigioniero è un alibi per tirare fuori i demoni interiori. Ma è anche l'artista che s'innamora della sua creazione, come se Leonardo da Vinci andasse a letto con la Gioconda".
Sullo schermo il divo spagnolo, 51 anni, sembra invecchiato: "Esperienza psicologica forte, accettarmi nell'immagine di uomo maturo, le rughe sul viso. Pedro mi ha regalato la possibilità di esplorare nuovi territori, ha suscitato in me profonde riflessioni". Forse non tutte positive, perché continua ad alzare la manica della maglietta e mettere in mostra il bicipite tonico, per far vedere il tatuaggio del Màlaga club, perfino a mo' di allegro commiato.
Banderas, lei è ancora considerato un latin lover.
"Davvero? Mi fa piacere. Anche se è curioso, non c'è attore al mondo che abbia fatto più ruoli gay di me. In più sono sposato con Melanie Griffith da diciassette anni. Tutti mi chiedono il segreto di tanta longevità. È semplice, ci amiamo. L'importante è accettare che il rapporto cambia, si perdono delle cose, ma ne arrivano altre. Anche migliori".
Alcuni giornali hanno scritto che lei era stato operato di cancro.
"In realtà era un tumore benigno alla schiena. Una semplice, fastidiosa operazione. Il pomeriggio stesso, dopo l'intervento, sono andato a prendere mia figlia a scuola".
Con l'amico e mentore Pedro c'è stata una lunga separazione.
"Sì, ma ora ci siamo ritrovati e spero continueremo. Pedro è unico. Fa un genere a sé, il genere Almodóvar. Come Fellini. È eclettico, ma ha un suo universo. Amo i suoi film più estremi, come quest'ultimo. Non ce lo vedo nel mainstream. Dopo il successo di Donne sull'orlo di una crisi di nervi ho temuto scivolasse verso il cinema fastfood, l'Almodóvar hamburger. E invece si è rimesso in gioco".
Hollywood le ha regalato lo status di divo, ma le ha fatto fare brutti film.
"Mi ha regalato la varietà. Ho recitato in commedie leggera ma anche in un film come Philadelphia, cantato e ballato anche a Broadway. Ho debuttato alla regia e ora preparo il terzo film, Solo, sul trauma di un militare spagnolo che torna dall'Afghanistan. Una storia di fantascienza lontana dai canoni hollywoodiani. Sulla solitudine e sulla guerra".
Il suo ruolo migliore?
"Non sono uno di quegli attori ossessionati nel voler lasciare segno. Sono come quei commedianti che giravano sul carro, nei paesi. La sera Shakespeare, il pomeriggio la commedia. Mi vedo nell'ultima scena di 8 e mezzo, scendo dalle scale e il girotondo di personaggi s'allarga, ecco Zorro mano nella mano con Desperado, più avanti il Gatto con gli stivali".
Il gatto con gli stivali di Shrek a Natale debutta con un film tutto suo.
"Esperienza incredibile, diventare un cartone. Quelli dello Studio ti dirottano su un aereo verso Silicon Valley e ti fanno recitare con una spada di plastica, davanti a 400 disegnatori. Quando ti rivedi sullo schermo sei tu, ma nel corpo di un gatto".
Lei era in Tunisia, sul set del film Black gold nei giorni della rivoluzione.
"Sì. All'inizio avevo percepito un paese sotto anestesia, simile alla Spagna franchista, in cui sono cresciuto. L'immagine di Ben Ali era ovunque, in ogni negozio. Un mese dopo era fuori dal paese. Ho rivissuto la mia adolescenza, l'arrivo della democrazia. Non ho temuto per la mia vita, guardavo affascinato le facce dei giovani scesi in piazza, le donne senza burqa alla guida di una rivolta bellissima. Il produttore temeva che Freida Pinto fuggisse terrorizzata. L'abbiamo raggiunta in albergo e lei, tranquilla; "Scappare? Io vivo a Bombay, lì queste cose sono all'ordine del giorno".