Spettacoli & Cultura

IL LIBRO

Cutuli, dieci anni dopo
non è solo giornalismo

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Dieci anni dopo la morte in Afghanistan di Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera, esce un libro firmato da Cristiana Pumpo per l'Editore Le Farfalle. Pubblichiamo qui la prefazione di Carlo Bonini


Ora lo dico in due parole. Maria Grazia non è mai morta. Perché non è mai diventata un ricordo. A dispetto delle targhe, degli anniversari, dei premi che portano il suo nome (so che ne sta ridendo da dieci anni). Maria Grazia non è mai morta perché è stata al mondo il tempo necessario a prendersi per sempre un pezzo di chi ha diviso con lei il giorno e la notte. A contaminare chi l'ha conosciuta solo per quella foto che l'ha accompagnata quando se n'è andata a Santa Venerina, sui fianchi dell'Etna. Un luogo meraviglioso, da cui poter finalmente guardare il mondo attraverso un sottile diaframma di indifferenza.

Intendiamoci. Il problema non è non volersi rassegnare al  vuoto della morte. Più semplicemente, prendere atto che lei è ancora qui. Con i piedi a mollo nella corrente delle cose. E del resto, non mi spiegherei altrimenti il motivo per cui, quando mi capita di parlarne, verifichi la fatica indescrivibile (non solo mia) a usare verbi al passato. Per giunta, con un po' di presunzione, credo anche di sapere il perché di questa persistenza. Maria Grazia è lo specchio della nostra meravigliosa imperfezione. La sua storia non ha nulla di epico. E le fragilità e le passioni che questa storia racconta sono le nostre.

Il giornalismo c'entra, certo. Ma non spiega tutto. E' un indizio. Il sintomo di una irrequietezza. Della fame di vivere dentro le cose. Lì dove le cose accadono. Di una ricerca di empatia con altri mondi, altri esseri umani. Possibilmente diversi, diversissimi, da sé. Da condividere. Perché le cose  -  ce lo siamo sempre detti  -  accadono, ebbene sì, solo a chi se ne accorge e dunque le sa raccontare. In questo, i giornali possono essere Paradiso o Inferno. Luoghi dell'Ego o casermoni dell'anonimato. E la storia di Maria Grazia ha attraversato l'uno e l'altro.

So con quali parole Maria Grazia ha cambiato la mia vita, non dimentico le promesse che le ho fatto, gli improbabili consigli su faccende di cuore, le montagne di sigarette che ci siamo fumati. E mi porto dietro tutto questo come un amuleto, un antidoto alla banalità e all'ipocrisia, un giuramento a prendere le cose terribilmente sul serio, ma a non prendersi mai troppo sul serio. A coltivare l'ironia e la "resilienza", la capacità di diventare più forti e generosi nelle avversità.

Vedo che la sua vita (questo libro ne è la dimostrazione) continua ad essere una lavagna su cui amici, sconosciuti, curiosi continuano a lavorare in uno sforzo collettivo non di memoria, ma di comprensione. E questo, ancora una volta, mi convince che ho ragione. Sei viva Maria Grazia, altro che.