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Immigrazione tutta da ridere
quando l'"altro" diventa commedia

Esce in Italia "Almanya", film turco campione di incassi in patria. A dodici anni da "East is East", una delle prime pellicole ad affrontare la multiculturalità con leggerezza. In mezzo, tanti titoli che hanno raccontato le storie di famiglie che si dividono o si uniscono fra cultura d'origine e nuovo ambiente. Con ironia di CHIARA UGOLINI
4 minuti di lettura
IN principio fu East is east. La commedia inglese del 1999 è stata una delle prime ad affrontare il tema della multiculturalità con ironia e leggerezza. Costata meno di due milioni di sterline, ne ha incassate solo in Inghilterra dieci milioni. Dodici anni dopo arriva il turco Almanya, campione di incassi in patria con oltre 11 milioni di euro al box office e in uscita in Italia il 7 dicembre. E se nella commedia anglo-pakistana tutto ruota intorno al padre George Khan, emigrato dal Pakistan vent'anni prima e sposato a una donna inglese, ma ancora profondamente legato alla cultura e all'educazione del suo paese di origine, in quella tedesca è Hüseyin, il patriarca della famiglia Yilmaz, arrivata in Germania dalla Turchia negli anni Sessanta, a muovere i destini dei familiari.

VIDEO / FOTO

SONDAGGIO Il film preferito

C'è modo e maniera, dunque, di affrontare il tema dell'immigrazione. Controverso e drammatico, spesso, nella realtà, così come…
IN principio fu East is east. La commedia inglese del 1999 è stata una delle prime ad affrontare il tema della multiculturalità con ironia e leggerezza. Costata meno di due milioni di sterline, ne ha incassate solo in Inghilterra dieci milioni. Dodici anni dopo arriva il turco Almanya, campione di incassi in patria con oltre 11 milioni di euro al box office e in uscita in Italia il 7 dicembre. E se nella commedia anglo-pakistana tutto ruota intorno al padre George Khan, emigrato dal Pakistan vent'anni prima e sposato a una donna inglese, ma ancora profondamente legato alla cultura e all'educazione del suo paese di origine, in quella tedesca è Hüseyin, il patriarca della famiglia Yilmaz, arrivata in Germania dalla Turchia negli anni Sessanta, a muovere i destini dei familiari.

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SONDAGGIO Il film preferito

C'è modo e maniera, dunque, di affrontare il tema dell'immigrazione. Controverso e drammatico, spesso, nella realtà, così come si rispecchia in tante pellicole. Ma c'è anche una declinazione più leggera, anch'essa appartenente alla vita quotidiana dei milioni di immigrati che nel mondo si spostano da una parte all'altra e in tanti casi riescono nella missione di integrarsi con la realtà acquisita pur senza dimenticare quella d'origine. E spesso è proprio quell'integrazione, e il percorso verso di essa, a regalare a registi e sceneggiatori spunti validi per fotografare la vita degli "altri" e restituirne al pubblico dettagli di comicità. Ne sono esempio tanti film usciti negli anni recenti, il più delle volte piccoli prodotti destinati però a incassi degni di un blockbuster grazie al passaparola del pubblico.

Così potrebbe andare, ad esempio, per Almanya. In cui Hüseyin, deciso a rientrare nel paese dei suoi antenati, vuole farsi accompagnare da figli e nipoti in questo viaggio che dovrebbe essere il grande ritorno dell'emigrato che ha fatto fortuna e invece si rivela un'epopea tragicomica, tra disguidi e ricordi. La regista turco-tedesca Yasemin Samdereli ha scritto il film insieme alla sorella Nesrin ispirandosi alla propria esperienza familiare: "Tempo fa abbiamo iniziato a notare che molte persone trovavano divertenti i racconti della nostra infanzia, due bambine di origine turca nate a Dortmund. Basti pensare che una di noi andava alla scuola cattolica, passando i mercoledì a cantare inni in chiesa, mentre l'altra suonava il flauto in una banda. E ancora c'è chi crede che noi turchi non ci siamo dati da fare per integrarci".

Ma non è questo l'unico film nelle sale italiane ad affrontare il tema dell'immigrazione con leggerezza. C'è anche Miracolo a Le Havre, di Aki Kaurismaki, storia di un ex scrittore ora lustrascarpe e della sua amicizia con un ragazzino del Gabon, scappato da un container di clandestini sbarcato nel porto, arrivato in Francia per cercare di raggiungere la madre in Inghilterra.

In questi dodici anni, si diceva, sono tanti i film che hanno scelto di sorridere sul tema dell'altro, della famiglia che si divide o si unisce tra cultura d'origine e nuove realtà, tra seconde generazioni (o persino terze come nel caso di Almanya) e conflitti culturali. C'è stato lo svedese Jalla! Jalla! del regista di origini libanesi Josef Fares, storia d'amore contrastata tra l'arabo Roro e la svedesissima Lisa, e la commedia romantica di Ken Loach Un bacio appassionato con l'anglo-pachistano Kasim in lotta con la sua famiglia. Lui è innamorato della bionda inglese Roisin, ma il padre vuole che porti all'altare con la cugina Jasmine in arrivo dal Pakistan. Spesso c'è un matrimonio al centro delle commedie multietniche, un amore contrastato, un padre patriarca che non vuole sentire ragioni.

Come in Mississippi Masala di Mira Nair. Con Denzel Washington, Romeo afroamericano innamorato di un'indiana nata in Uganda ed emigrata negli Stati Uniti. E se il film della Nair oscilla tra commedia e melodramma (come anche Cous cous del franco tunisino Abdellatif Kechiche), Il mio grosso grasso matrimonio greco tocca invece la comicità pura. Ragazzona trentenne di origine greca si innamora di un americano che dovrà passare sotto le forche caudine della numerosissima famiglia di lei (con tanto di battesimo greco ortodosso e banchetto di agnello per un vegetariano). Il classico fenomeno del passaparola. Senza mai essere primo al box office è arrivato ad incassare più di 240 milioni di dollari. Ottima risposta di pubblico e di critica anche per Soul Kitchen del regista turco-tedesco Fatih Akin che, dopo i drammatici La sposa turca e Ai confini del paradiso ha scelto i toni della commedia per raccontare le vicende di due fratelli di origine greca nell'Amburgo di oggi.

In queste famiglie emigrate, divise tra radici e nuovo ambiente, c'è spesso un fratello o una sorella maggiore che cerca l'amore e un adolescente che lotta per integrarsi. Come nella commedia inglese Sognando Beckham con una giovanissima Keira Knightley. La vera protagonista però è Jess, diciottenne indiana che i genitori spingono verso la cucina tradizionale, mentre lei ha il sogno di giocare a calcio.

Sul fronte italiano non sono molti gli autori che hanno deciso di raccontare l'emigrazione sfruttando il sorriso. Ci ha provato Cristina Comencini con Il bianco e il nero, commedia sentimentale con Fabio Volo e Ambra Angiolini, storia di una coppia che scoppia quando lui si innamora di un'africana, in Italia per seguire il marito che lavora per un'organizzazione pro Africa. Ambra è una donna che ha fatto della lotta al razzismo e al pregiudizio la sua professione ma quando la "nera" gli ruba il marito anche le convinzioni più profonde vanno in crisi. Convivenza con difficoltà, ma anche inaspettati scambi ed amicizie, in Into Paradiso con Peppe Servillo, storia dell'incontro tra uno scienziato napoletano e un ex campione di cricket originario dello Sri Lanka, come era stato anche con L'ospite inatteso (là erano un professore di economia e un  musicista siriano), in cui sembra che i due non abbiano a che fare l'uno con l'altro salvo rivelarsi anime gemelle.

Ha fatto molto discutere Cose dell'altro mondo con Diego Abatantuono, storia surreale (ma neppure tanto) ambientata nel nostro Nord Est. Presentato alla ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stato al centro di una polemica animata dalla Lega Nord. Perché racconta di un industriale xenofobo che, dagli schermi di una piccola emittente del posto, auspica la sparizione di tutti gli extracomunitari, e il giorno dopo il desiderio si avvera. Genntado nella disperazione la popolazione locale. Che si rende conto di quello che non sospettava nemmeno: cioè che l'Italia, senza immigrati, non può andare avanti.