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CINEMA

"The Artist", storia di una rivoluzione
quando Hollywood prese la parola

Arriva in Italia il film muto e in bianco e nero che ha fatto innamorare il Festival di Cannes. La storia di un divo degli anni Venti travolto dall'avvento del sonoro. Per molti fu un successo, per molti altri un dramma: fra "Cantando sotto la pioggia" e "Viale del tramonto", il grande schermo l'ha raccontata così di CHIARA UGOLINI

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NEL 2011, in era Avatar, un film muto in bianco e nero conquista il pubblico e la critica del Festival di Cannes. Poi The Artist - questo il titolo - del francese Michel Hazanavicius, comincia a girare il mondo. Costato circa dieci milioni di euro, di fatto ha già recuperato il suo budget. E si parla persino di una possibile candidatura all'Oscar per il suo protagonista, Jean Dujardin. In Italia arriva il 9 dicembre. Preceduto da un'attesa degna di un kolossal.

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Quando Hollywood prese la parola: è questa pagina rivoluzionaria, che il film racconta. E lo fa senza sonoro. E' il 1927, nella Mecca del cinema George Valentin è una star di prima grandezza del muto, che però deve fare i conti con l'avvento del sonoro. La sua carriera rischia un'improvvisa e prematura conclusione mentre la sua amata, la giovane comparsa Peppy Miller, sta per trasformarsi in una diva. Era proprio il 1927 l'anno in cui Il cantante di jazz di Alan Crosland, con un incasso di tre milioni e mezzo di dollari, segnò il punto di non ritorno. Un sonoro di dialoghi e musica registrati su dischi che venivano sincronizzati al film: un sistema che nel giro di pochi anni venne perfezionato fino a permettere di registrare l'audio direttamente sulla pellicola.

Per molti fu il successo. Per molti altri, l'inizio della fine. Questo racconta The Artist, storia di quel momento epocale. "Se alcuni anni fa fare un film muto sarebbe stato fare un film vecchio - spiega il regista - oggi che quel tipo di cinema è ormai lontanissimo, fare un film senza dialoghi significa dare allo spettatore un'esperienza totalmente diversa. Credo che la forza del film sia veramente il suo formato e che il pubblico attraverso il muto possa fare un'esperienza totalmente nuova. Non dico che sia come il 3D ma per moltissimi è un modo completamente inedito di vedere il cinema. Pochi vedono film muti e pochissimi hanno la possibilità di vederli in una sala cinematografica. Qualcuno pensa che questo tipo di cinema sia per intellettuali, non potrebbe fare errore più grande".

E se il film di Michel Hazanavicius gioca con i cliché tra parodia e pastiche, nel passato ci sono stati altri titoli sul tema che hanno spaziato attraverso i generi. Sul fronte della commedia il titolo imprescindibile è il musical di Stanley Donen e Gene Kelly Cantando sotto la pioggia del 1954, con l'attore-ballerino nei panni un famoso divo del muto che fa coppia sullo schermo con un'attrice antipatica, mentre l'arrivo del sonoro scalzerà la diva dal bel visino ma dalla voce stridula per dare spazio a una brava e modesta cantante. Un classico, sul fronte musicale, con coreografie di grande inventiva. Non vinse nemmeno un Oscar ma rimane, a detta dei critici, tra i titoli migliori del binomio Donen-Kelly. Di quella famosa sequenza con Don Lockwood-Gene Kelly che balla sotto la pioggia tra vetrine e lampioni che dà il titolo al film è curioso ricordare che l'attore la girò di giorno, con 39 di febbre, e che all'acqua fu mescolato del latte perché l'effetto fosse migliore sulla pellicola.

Tutt'altro che commedia in technicolor, la maschera tragica di Gloria Swanson-Norma Desmond in Viale del tramonto di Billy Wilder è lo specchio di ciò che è accaduto a tanti divi del muto. All'epoca, la mimica esagerata e la recitazione sopra le righe non si adeguavano al nuovo mezzo e così molte star vennero travolte dall'arrivo del sonoro, molte carriere furono spezzate per sempre. E' la stessa storia, ma raccontata attraverso gli occhi di chi ha perduto tutto. Considerata una delle pellicole più belle sul divismo, le sue grandezze e i suoi orrori, il film di Wilder vinse tre Oscar (musica, sceneggiatura e scenografia) ed è considerata una pietra miliare nel cinema del grande regista austriaco. Il dramma dei dimenticati nella frase amara e lapidaria della Swanson: "Io sono sempre grande. E' il cinema che è diventato piccolo".