ROMA - Ha sconvolto o commosso diverse generazioni di spettatori. E non solo in Oriente: il suo cult Ecco l'impero dei sensi resta uno dei classici delll'erotismo cinematografico; mentre il suo Furyo, con protagonista una star come David Bowie, è una delle più emozionanti indagini sul rapporto tra prigioniero e carceriere, in un contesto bellico. E' per questo che adesso i cinefili di tutto il mondo piangono la morte di Nagisa Oshima: uno dei più importanti cineasti giapponesi del Ventesimo secolo. E anche uno degli autori del Sol Levante che, seppure ancoratissimi ai temi e all'estetica del suo Paese, è riuscito a raggiungere un pubblico universale. Anche perché, come ha spiegato in varie interviste, si è concentrato quasi sempre su un tema che più classico non si può: "Sono un indagatore - diceva di se stesso - del rapporto tra Eros e Thanatos".
IMMAGINI - VIDEOTRIBUTO - SCHEDA
Nato a Kyoto il 31 marzo 1932, è morto oggi a Fujisawa. Un personaggio particolare, anche sul piano biografico: discende infatti da una famiglia di samurai. Anche se, dopo la morte del padre quando era ancora bambino, viene allevato in povertà dalla madre. Si laurea in legge all'università della sua città natale, dove diventa anche uno dei leader del movimento studentesco. Ma fin da piccolo le sue passioni sono lontane dalla giurisprudenza: la poesia e il baseball.
Presto i suoi interessi incrociano quello che sarà il suo destino: il cinema. Nel 1954 entra alla Shochiku Company, prima come aiuto regista e poi come regista. Il suo primo lungometraggio è Il quartiere dell'amore e della speranza (1959); seguiti, a non troppa distanza, da Racconto crudele della giovinezza, Il cimitero del sole e Notte e nebbia del Giappone. Pellicole forti, che raccontano le trasformazioni che, dopo la terribile sconfitta della Seconda guerra e l'atomica, coinvolgono il suo Paese, in rapido sviluppo. Qualche tempo dopo, nel 1960, lascia la Shochiku per fondare con la moglie, l'attrice Akiko Koyama, una sua compagnia, la Sozosha. E si dedica soprattutto alla tv.
Ma il cinema torna prepotentemente. In un decennio di trasformazioni ancora più rapide, in Giappone come in Europa. Nel 1965 gira Il godimento, e tre anni più tardi partecipa al Festival di Cannes con L'impiccagione. Ma è forse nei Settanta che il suo talento arriva a una piena maturità. Lo dimostrano quella che rimane la sua pellicola più famosa, Ecco l'impero dei sensi (1976), vincitore del Premio Speciale al Festival di Chicago. La storia del rapporto estremo, passione, ossessione, ritualità e morte tra un uomo e una donna, ispirato a una vicenda realmente avvenuta. E che tornerà nelle sale occidentali più volte, negli anni successivi, con la forza visiva delle sue sequenze di sesso. Nel 1978 invece ottiene il Premio per la migliore regia a Cannes con L'impero della passione.
L'Occidente, però, non sta a guardare. Dopo queste consacrazioni festivaliere, Oshima viene corteggiato dall'Europa; e così, nel 1983 realizza con produttori britannici Furyo, opera intensa - e di successo - interpretata da David Bowie, Tom Conti, Takeshi Kitano e Ryuichi Sakamoto, autore anche della bella (e popolarissima) colonna sonora. E' la storia di un prigioniero in un campo di detenzione giapponese, con implicazioni omosessuali, ma in cui si indaga soprattutto il rapporto - e l'inversione di ruoli - tra recluso e carceriere. Tre anni dopo tocca a Max amore mio, prodotto e girato in Francia, dove in un contesto surreale tornano i temi erotici forti cari a Oshima.
L'ultima sua grande regia, che segue un lungo periodo di malattia che lo costringe all'immobilità, risale al 1999: Tabù - Gohatto, presentata ancora una volta al Festival di Cannes, ancora una volta con protagonista il collega regista Takeshi Kitano. Una storia di passione omosessuale tra samurai, una comunità sconvolta dall'arrivo di un giovane bellissimo ed efebico. Un classico mix tra eros e potere: perfetto testamento spirituale del suo autore.
Ed è proprio presentando questa pellicola sulla Croisette che Oshima descrive con particolare chiarezza il suo modo di intendere la settima arte: "Credo che la cosa più importante, per un cineasta, sia il potere e il dovere parlare di ogni argomento possibile. Questo è il punto. In questo modo si possono fare film sulle varie forme di sessualità, sull'amore e la morte: l'importante è essere liberi". Lui, dietro la macchina da presa, questa libertà l'ha dimostrata.
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Nato a Kyoto il 31 marzo 1932, è morto oggi a Fujisawa. Un personaggio particolare, anche sul piano biografico: discende infatti da una famiglia di samurai. Anche se, dopo la morte del padre quando era ancora bambino, viene allevato in povertà dalla madre. Si laurea in legge all'università della sua città natale, dove diventa anche uno dei leader del movimento studentesco. Ma fin da piccolo le sue passioni sono lontane dalla giurisprudenza: la poesia e il baseball.
Presto i suoi interessi incrociano quello che sarà il suo destino: il cinema. Nel 1954 entra alla Shochiku Company, prima come aiuto regista e poi come regista. Il suo primo lungometraggio è Il quartiere dell'amore e della speranza (1959); seguiti, a non troppa distanza, da Racconto crudele della giovinezza, Il cimitero del sole e Notte e nebbia del Giappone. Pellicole forti, che raccontano le trasformazioni che, dopo la terribile sconfitta della Seconda guerra e l'atomica, coinvolgono il suo Paese, in rapido sviluppo. Qualche tempo dopo, nel 1960, lascia la Shochiku per fondare con la moglie, l'attrice Akiko Koyama, una sua compagnia, la Sozosha. E si dedica soprattutto alla tv.
Ma il cinema torna prepotentemente. In un decennio di trasformazioni ancora più rapide, in Giappone come in Europa. Nel 1965 gira Il godimento, e tre anni più tardi partecipa al Festival di Cannes con L'impiccagione. Ma è forse nei Settanta che il suo talento arriva a una piena maturità. Lo dimostrano quella che rimane la sua pellicola più famosa, Ecco l'impero dei sensi (1976), vincitore del Premio Speciale al Festival di Chicago. La storia del rapporto estremo, passione, ossessione, ritualità e morte tra un uomo e una donna, ispirato a una vicenda realmente avvenuta. E che tornerà nelle sale occidentali più volte, negli anni successivi, con la forza visiva delle sue sequenze di sesso. Nel 1978 invece ottiene il Premio per la migliore regia a Cannes con L'impero della passione.
L'Occidente, però, non sta a guardare. Dopo queste consacrazioni festivaliere, Oshima viene corteggiato dall'Europa; e così, nel 1983 realizza con produttori britannici Furyo, opera intensa - e di successo - interpretata da David Bowie, Tom Conti, Takeshi Kitano e Ryuichi Sakamoto, autore anche della bella (e popolarissima) colonna sonora. E' la storia di un prigioniero in un campo di detenzione giapponese, con implicazioni omosessuali, ma in cui si indaga soprattutto il rapporto - e l'inversione di ruoli - tra recluso e carceriere. Tre anni dopo tocca a Max amore mio, prodotto e girato in Francia, dove in un contesto surreale tornano i temi erotici forti cari a Oshima.
L'ultima sua grande regia, che segue un lungo periodo di malattia che lo costringe all'immobilità, risale al 1999: Tabù - Gohatto, presentata ancora una volta al Festival di Cannes, ancora una volta con protagonista il collega regista Takeshi Kitano. Una storia di passione omosessuale tra samurai, una comunità sconvolta dall'arrivo di un giovane bellissimo ed efebico. Un classico mix tra eros e potere: perfetto testamento spirituale del suo autore.
Ed è proprio presentando questa pellicola sulla Croisette che Oshima descrive con particolare chiarezza il suo modo di intendere la settima arte: "Credo che la cosa più importante, per un cineasta, sia il potere e il dovere parlare di ogni argomento possibile. Questo è il punto. In questo modo si possono fare film sulle varie forme di sessualità, sull'amore e la morte: l'importante è essere liberi". Lui, dietro la macchina da presa, questa libertà l'ha dimostrata.