Ci sono opere artistiche che raccontano un’epoca e ne portano le stigmate. A quarant’anni dall’uscita (marzo 1973) The Dark Side of The Moon è una di quelle. Potremmo definirla la Quinta Sinfonia della fine del Novecento o Le Quattro Stagioni di una intera generazione. Ma il suo successo continuo, ininterrotto, il suo andare oltre il calendario, ci obbliga ad altre riflessioni. Un prodigio tecnico che nasconde una stratificazione di contenuti culturali. Una sorta di libro sonoro sulle derive dell’uomo obbligato ad assuefarsi velocemente, pena la malattia esistenziale, al nuovo mondo postindustriale che gli anni Settanta iniziavano a mostrare. Una profezia sull’universo decompensato nel quale viviamo oggi. Una premonizione, se vogliamo, come i film di Kubrick dello stesso periodo. In ogni caso, un manifesto.
D’altronde, la storia stessa dei Pink Floyd si presenta retrospettivamente quasi come una metafora autoreferenziale dell’evoluzione della cultura pop, non solo sul piano della musica. Il gruppo emerge infatti nella Londra dei secondi anni Sessanta, nella scena della psichedelia, dei figli dei fiori, del sesso e delle droghe libere. In piena rivoluzione della controcultura. Propone subito una miscela esplosiva di derivazione Beatles e blues, con in più una decisa propensione verso la scena acida di San Francisco. Il leader Syd Barrett non reggerà a lungo questi abusi e la sua salute si deteriora, con complicazioni specifiche sul suo equilibrio mentale. Esiste una sola foto in b/n dei Pink Floyd con la formazione a cinque: nel gennaio del 1968 il chitarrista Dave Gilmour è già nel gruppo per sostenere/sostituire il precario leader.
Ma il geniale fondatore sarà sempre rimpianto e mai dimenticato. Dobbiamo a Barrett sia la fondazione che il nome dei Pink Floyd. Due bluesmen del Delta, Pink Anderson e Floyd Council. E’l’autunno del 1966 ed il gruppo inizia a improvvisare delle lunghe suite per chitarra sui brani blues più conosciuti, ripetendo in parte l’esperienza dei psichedelici americani, soprattutto The Grateful Dead e Quicksilver Messengers Service. Un passaggio alla tv Granada di Londra nel marzo 1967 dove propongono Interstellar Overdrive procura al gruppo un contratto con la EMI. Il 5 agosto del 1967 esce il primo album, The Piper at the Gates of Dawn ed i Pink Floyd iniziano un tour inglese con Jimi Hendrix ed i Nice di Keith Emerson. Ma la salute di Barrett è sempre più instabile e le lunghe tournée e le sedute di registrazione finiscono per logorarlo. Da dicembre 1967 è affiancato da Gilmour, che aveva conosciuto nella sua infanzia a Cambridge, prima che il chitarrista si installasse in Francia dove aveva debuttato con i Flowers. Il 6 aprile 1968 Barrett è fuori dal gruppo.
Dove risiede la metafora citata in apertura? Intanto nella storia personale di Barrett, vittima come altri di un messaggio che lo ha schiacciato. La libertà personale come libertà di consumo, senza limiti, era un falso messaggio di libertà. Tutta la generazione di Woodstock ha compreso in pochi anni che erano cavie e vittime credendo di essere attori della propria riuscita. Solo la parte più lucida di quella generazione ha potuto sopravvivere e portare a compimento le promesse contenute nella controcultura, nei suoi libri, nella sua musica, nelle sue lotte politiche, nelle idee difese con tenacia. A costo di processi, incarcerazioni e spesso della vita. E nei Pink Floyd ritroviamo le due anime della generazione dei Sixties, il santo/vittima e i lucidi prosecutori, che lentamente hanno costruito un monumento alla memoria del loro amico, sempre assente e sempre presente nella loro musica. The Dark Side of the Moon è una meditazione sul loro dolore e su quello di Syd Barrett.
L’album-simbolo dei Pink Floyd viene pubblicato nel marzo 1973 ma la sua storia rimonta almeno all’anno precedente. Sappiamo infatti che il 20 gennaio 1972 al The Dome di Brighton ci fu una esecuzione abortita dell’intero album, che il gruppo aveva composto e provato per suonarlo in quel tour inglese di inizio 1972. Problemi tecnici sorsero durante Money e il concerto fu interrotto. I tecnici si misero all’opera e quando i Pink Floyd tornarono in scena il concerto riprese con questa scaletta: Atom Heart Mother, Careful With That Axe, Eugene, One Of These Days e Echoes. Il bis fu A Saucerful Of Secrets. Come si capisce, The Dark Side of the Moon almeno per quella sera fu abbandonato. Le seguenti sedici date servirono al gruppo per continuare a raffinare le partiture di quella che era considerata una suite (e che come tale è apprezzabile oggi su CD) dedicata alla “faccia oscura” della Luna come metafora della mente umana. Il titolo proposto durante quella tournée era infatti The Dark Side of the Moon: A Piece For Assorted Lunatics, ossia una composizione per ogni sorta di pazzerelli. Risulta dalle recensioni che il famoso solo per voce femminile di The Great Gig in the Sky non fosse previsto ma che sul piano impressionista di Richard Wright fossero lette le parti della Bibbia relative alle visioni di Ezechiele (quelle delle macchine volanti care a tutta una letteratura alla von Daeniken di invasioni spaziali e visitatori extraterrestri). Il brano aveva come titolo Religion. E tutti gli interventi, piuttosto marcanti nell’album, del VCS3, sintetizzatore avanzato dell’epoca, fossero assenti o minimi. Insomma, il progetto evolveva su basi solide ma aleatorie, fino alle sedute di registrazione negli studi Abbey Road, tempio dei Beatles ormai sciolti.
I Pink Floyd si trasformavano ad una velocità sorprendente. Tra il 1967 ed il 1973, in soli sette anni aveano già pubblicato 8 dischi in studio, avevano registrato un film epico nell’autunno del 1971 nell’anfiteatro di Pompei (il leggendario Live at Pompei uscito nei cinema nel 1972) passando dal blues e dal beat psichedelico dei primi anni con Syd Barrett, “il cappellaio matto” del gruppo, agli esperimenti di musica concreta ed elettronica (le lunghe sinfonie di Ummagumma e Atom Heart Mother, ad esempio), maturando lentamente l’idea della musica pop in quanto arte adulta che arriva ai livelli di complessità tecnico-concettuale della musica classica, della musica contemporanea (Reich, Riley, Glass, Stockhausen) o del jazz modale di Miles Davis e Ornette Coleman. E The Dark Side of the Moon è il risultato di questo lungo percorso. Il suo solo precedente/predecessore è Sgt. Pepper’s dei Beatles.
Le sedute di registrazione iniziarono il 1 giugno 1972. Le canzoni più definite, come Money, Us and Them, Time e The Great Gig in the Sky fanno parte di queste prime settimane di lavoro. Poi il gruppo si ferma due mesi per preparare il tour negli USA. A gennaio 1973, tornati dagli Stati Uniti, si chiudono di nuovo in studio ed incidono Brain Damage, Eclipse, Any Colour You Like e On The Run. Con il regista Adrian Maben, che aveva girato Pink Floyd at Pompei, presentato al Festival di Edimburgo nel settembre 1972, girano in studio ad Abbey Road dei brani dove spiegano come lavorano in sala d’incisione (visibili nelle attuali edizioni su DVD) e cominciano a lavorare sugli effetti speciali (cori, rumori, effetti) utilizzando musicisti esterni e registratori multipiste. Money utilizza un loop fatto di monete che cadono, carta strappata, una cassa di supermercato. Si odono uomini che corrono, annunci di aeroporto, battiti cardiaci, e Parsons andò a registrare orologi, pendole e carillon in un noto antiquario di Londra. Il disco divenne sempre più complesso e le 16 piste (una rarità per l’epoca) non bastavano più e furono raddoppiate. Effetti di eco, registrazioni binaurali, sincronizzazioni tra echi, effetti flanger e strumenti furono altri espedienti tecnici che realizzarono un miracolo sonoro specialmente avvertibile nelle versioni quadrifoniche.
Due elementi del disco sono da sottolineare, la voce di Clare Torry su A Great Gig in The Sky, che improvvisa sull’accompagnamento di Wright, e le voci e le risate che si sentono lungo tutto l’album. Clare Torry fu invitata dall’ingegnere del suono Alan Parsons e dopo qualche incisione di prova, stimolata da Gilmour, improvvisò il 21 gennaio 1973 quello che resta uno dei momenti magici dell’opera, come se la Callas fosse entrata in studio per lavorare con loro. E’ la sola ad essere citata come autore, a parte i Pink Floyd, dopo una causa vinta nel 2004.
Le voci, invece, sono il frutto di un’idea più complessa di Roger Waters. Avendo bisogno di esplicitare in modo netto il discorso attorno alla follia e alla lucidità delle azioni umane, aveva bisogno di parole, di pensieri, di risposte. Per procurarsele fece installare nello studio 3 di Abbey Road, opportunamente tenuto nell’ombra, un dispositivo che mostrava delle carte con alcune questioni alle quali tutti i visitatori (musicisti, tecnici, amici e parenti) dovevano rispondere e che venivano registrate. Il vostro colore preferito, il vostro piatto preferito, avete paura della morte, cosa è la follia, siete violenti, avete mai aggredito qualcuno, e via di seguito. Alla fine vennero utilizzate quelle risposte che meglio potevano, per opposizione, simpatia, congruenza o assurdità, illuminare il gioco profondo dell’anima umana. Waters, che ha scritto tutte le parole dell’album, scartò quelle formali e usò quelle più vere, non usò ad esempio quella di McCartney ma tenne quelle di un roadie dei Wings, Henry McCullough. E altre frasi, come quella introduttiva “sono stato pazzo per degli anni interi” (roadie Chris Adamson dei Pink Floyd) o “non c’è una faccia oscura della Luna, in effetti è tutto oscuro” (Gerry O’Driscoll, tecnico ad Abbey Road) che chiude il disco, sono state utilizzate in quanto emblematiche. Così come il riso folle del tour manager della band, Peter Watts, che attraversa tutto il disco. In effetti, la tecnica psicoanalitica delle associazioni di idee è alla base dell’espediente di Waters. Il risultato è di un realismo toccante e profondo, una simmetria interumana che lascia attoniti. Come nel teatro di Becket o nelle rammemorazioni proustiane, nelle voci di Artaud o nei sogni di Carroll, il panorama mentale è affollato, inquietante, sinistro, rigurgita di Altri che dicono Altro ma sono Noi. Il solo limite è che arriva diritta solo se si comprende bene l’inglese (ma questo è un limite di tutte le arti della parola, che sono espresse in lingue parziali, cioè nazionali).
La copertina del disco, creata dallo studio Hipgnosis, ha giocato un ruolo non secondario nel suo successo. La luce che attraversa il prisma disperdendosi nei suoi colori primari, le piramidi di Gizah all’infrarosso, l’elettrocardiogramma, la luce che si ricompone riattraversando il prisma, tutto era finalizzato a rafforzare esteticamente i contenuti musicali.
L’album dei record era dunque nato. Resterà 809 settimane - 591 consecutive – nella classifica Billboard americana, ossia 15 anni, vendendo 25 milioni di copie. Ogni nuova edizione rimasterizzata, come l’edizione del 2003 per i 30 anni e la definitiva Immersion Edition del 2011 (un cofanetto per collezionisti di 3 CD, 2 DVD ed 1 Blue Ray ricco di versioni diverse), hanno di nuovo spinto in classifica i Pink Floyd.
I Pink Floyd divennero ricchi e famosi e poterono finanziare la loro carriera in maniera decisa, producendo spettacoli sempre più complessi, come gli Italiani hanno potuto vedere nel 1989 a Venezia e ancora nella tournée del 1994 con tre serate a Roma nei pressi di Cinecittà. Da questo album discendono mille rivoli, la scena elettronica tedesca per esempio, il pop elettronico degli anni Ottanta, l’idea stessa di album-concept, ossia dai contenuti unitari. Una rivoluzione sonora che non cessa di stupirci ad ogni nuovo ascolto. C’è chi dice che il suo segreto sia che proviene dal futuro. Ed il futuro, si sa, non passa mai.
D’altronde, la storia stessa dei Pink Floyd si presenta retrospettivamente quasi come una metafora autoreferenziale dell’evoluzione della cultura pop, non solo sul piano della musica. Il gruppo emerge infatti nella Londra dei secondi anni Sessanta, nella scena della psichedelia, dei figli dei fiori, del sesso e delle droghe libere. In piena rivoluzione della controcultura. Propone subito una miscela esplosiva di derivazione Beatles e blues, con in più una decisa propensione verso la scena acida di San Francisco. Il leader Syd Barrett non reggerà a lungo questi abusi e la sua salute si deteriora, con complicazioni specifiche sul suo equilibrio mentale. Esiste una sola foto in b/n dei Pink Floyd con la formazione a cinque: nel gennaio del 1968 il chitarrista Dave Gilmour è già nel gruppo per sostenere/sostituire il precario leader.
Ma il geniale fondatore sarà sempre rimpianto e mai dimenticato. Dobbiamo a Barrett sia la fondazione che il nome dei Pink Floyd. Due bluesmen del Delta, Pink Anderson e Floyd Council. E’l’autunno del 1966 ed il gruppo inizia a improvvisare delle lunghe suite per chitarra sui brani blues più conosciuti, ripetendo in parte l’esperienza dei psichedelici americani, soprattutto The Grateful Dead e Quicksilver Messengers Service. Un passaggio alla tv Granada di Londra nel marzo 1967 dove propongono Interstellar Overdrive procura al gruppo un contratto con la EMI. Il 5 agosto del 1967 esce il primo album, The Piper at the Gates of Dawn ed i Pink Floyd iniziano un tour inglese con Jimi Hendrix ed i Nice di Keith Emerson. Ma la salute di Barrett è sempre più instabile e le lunghe tournée e le sedute di registrazione finiscono per logorarlo. Da dicembre 1967 è affiancato da Gilmour, che aveva conosciuto nella sua infanzia a Cambridge, prima che il chitarrista si installasse in Francia dove aveva debuttato con i Flowers. Il 6 aprile 1968 Barrett è fuori dal gruppo.
Dove risiede la metafora citata in apertura? Intanto nella storia personale di Barrett, vittima come altri di un messaggio che lo ha schiacciato. La libertà personale come libertà di consumo, senza limiti, era un falso messaggio di libertà. Tutta la generazione di Woodstock ha compreso in pochi anni che erano cavie e vittime credendo di essere attori della propria riuscita. Solo la parte più lucida di quella generazione ha potuto sopravvivere e portare a compimento le promesse contenute nella controcultura, nei suoi libri, nella sua musica, nelle sue lotte politiche, nelle idee difese con tenacia. A costo di processi, incarcerazioni e spesso della vita. E nei Pink Floyd ritroviamo le due anime della generazione dei Sixties, il santo/vittima e i lucidi prosecutori, che lentamente hanno costruito un monumento alla memoria del loro amico, sempre assente e sempre presente nella loro musica. The Dark Side of the Moon è una meditazione sul loro dolore e su quello di Syd Barrett.
L’album-simbolo dei Pink Floyd viene pubblicato nel marzo 1973 ma la sua storia rimonta almeno all’anno precedente. Sappiamo infatti che il 20 gennaio 1972 al The Dome di Brighton ci fu una esecuzione abortita dell’intero album, che il gruppo aveva composto e provato per suonarlo in quel tour inglese di inizio 1972. Problemi tecnici sorsero durante Money e il concerto fu interrotto. I tecnici si misero all’opera e quando i Pink Floyd tornarono in scena il concerto riprese con questa scaletta: Atom Heart Mother, Careful With That Axe, Eugene, One Of These Days e Echoes. Il bis fu A Saucerful Of Secrets. Come si capisce, The Dark Side of the Moon almeno per quella sera fu abbandonato. Le seguenti sedici date servirono al gruppo per continuare a raffinare le partiture di quella che era considerata una suite (e che come tale è apprezzabile oggi su CD) dedicata alla “faccia oscura” della Luna come metafora della mente umana. Il titolo proposto durante quella tournée era infatti The Dark Side of the Moon: A Piece For Assorted Lunatics, ossia una composizione per ogni sorta di pazzerelli. Risulta dalle recensioni che il famoso solo per voce femminile di The Great Gig in the Sky non fosse previsto ma che sul piano impressionista di Richard Wright fossero lette le parti della Bibbia relative alle visioni di Ezechiele (quelle delle macchine volanti care a tutta una letteratura alla von Daeniken di invasioni spaziali e visitatori extraterrestri). Il brano aveva come titolo Religion. E tutti gli interventi, piuttosto marcanti nell’album, del VCS3, sintetizzatore avanzato dell’epoca, fossero assenti o minimi. Insomma, il progetto evolveva su basi solide ma aleatorie, fino alle sedute di registrazione negli studi Abbey Road, tempio dei Beatles ormai sciolti.
I Pink Floyd si trasformavano ad una velocità sorprendente. Tra il 1967 ed il 1973, in soli sette anni aveano già pubblicato 8 dischi in studio, avevano registrato un film epico nell’autunno del 1971 nell’anfiteatro di Pompei (il leggendario Live at Pompei uscito nei cinema nel 1972) passando dal blues e dal beat psichedelico dei primi anni con Syd Barrett, “il cappellaio matto” del gruppo, agli esperimenti di musica concreta ed elettronica (le lunghe sinfonie di Ummagumma e Atom Heart Mother, ad esempio), maturando lentamente l’idea della musica pop in quanto arte adulta che arriva ai livelli di complessità tecnico-concettuale della musica classica, della musica contemporanea (Reich, Riley, Glass, Stockhausen) o del jazz modale di Miles Davis e Ornette Coleman. E The Dark Side of the Moon è il risultato di questo lungo percorso. Il suo solo precedente/predecessore è Sgt. Pepper’s dei Beatles.
Le sedute di registrazione iniziarono il 1 giugno 1972. Le canzoni più definite, come Money, Us and Them, Time e The Great Gig in the Sky fanno parte di queste prime settimane di lavoro. Poi il gruppo si ferma due mesi per preparare il tour negli USA. A gennaio 1973, tornati dagli Stati Uniti, si chiudono di nuovo in studio ed incidono Brain Damage, Eclipse, Any Colour You Like e On The Run. Con il regista Adrian Maben, che aveva girato Pink Floyd at Pompei, presentato al Festival di Edimburgo nel settembre 1972, girano in studio ad Abbey Road dei brani dove spiegano come lavorano in sala d’incisione (visibili nelle attuali edizioni su DVD) e cominciano a lavorare sugli effetti speciali (cori, rumori, effetti) utilizzando musicisti esterni e registratori multipiste. Money utilizza un loop fatto di monete che cadono, carta strappata, una cassa di supermercato. Si odono uomini che corrono, annunci di aeroporto, battiti cardiaci, e Parsons andò a registrare orologi, pendole e carillon in un noto antiquario di Londra. Il disco divenne sempre più complesso e le 16 piste (una rarità per l’epoca) non bastavano più e furono raddoppiate. Effetti di eco, registrazioni binaurali, sincronizzazioni tra echi, effetti flanger e strumenti furono altri espedienti tecnici che realizzarono un miracolo sonoro specialmente avvertibile nelle versioni quadrifoniche.
Due elementi del disco sono da sottolineare, la voce di Clare Torry su A Great Gig in The Sky, che improvvisa sull’accompagnamento di Wright, e le voci e le risate che si sentono lungo tutto l’album. Clare Torry fu invitata dall’ingegnere del suono Alan Parsons e dopo qualche incisione di prova, stimolata da Gilmour, improvvisò il 21 gennaio 1973 quello che resta uno dei momenti magici dell’opera, come se la Callas fosse entrata in studio per lavorare con loro. E’ la sola ad essere citata come autore, a parte i Pink Floyd, dopo una causa vinta nel 2004.
Le voci, invece, sono il frutto di un’idea più complessa di Roger Waters. Avendo bisogno di esplicitare in modo netto il discorso attorno alla follia e alla lucidità delle azioni umane, aveva bisogno di parole, di pensieri, di risposte. Per procurarsele fece installare nello studio 3 di Abbey Road, opportunamente tenuto nell’ombra, un dispositivo che mostrava delle carte con alcune questioni alle quali tutti i visitatori (musicisti, tecnici, amici e parenti) dovevano rispondere e che venivano registrate. Il vostro colore preferito, il vostro piatto preferito, avete paura della morte, cosa è la follia, siete violenti, avete mai aggredito qualcuno, e via di seguito. Alla fine vennero utilizzate quelle risposte che meglio potevano, per opposizione, simpatia, congruenza o assurdità, illuminare il gioco profondo dell’anima umana. Waters, che ha scritto tutte le parole dell’album, scartò quelle formali e usò quelle più vere, non usò ad esempio quella di McCartney ma tenne quelle di un roadie dei Wings, Henry McCullough. E altre frasi, come quella introduttiva “sono stato pazzo per degli anni interi” (roadie Chris Adamson dei Pink Floyd) o “non c’è una faccia oscura della Luna, in effetti è tutto oscuro” (Gerry O’Driscoll, tecnico ad Abbey Road) che chiude il disco, sono state utilizzate in quanto emblematiche. Così come il riso folle del tour manager della band, Peter Watts, che attraversa tutto il disco. In effetti, la tecnica psicoanalitica delle associazioni di idee è alla base dell’espediente di Waters. Il risultato è di un realismo toccante e profondo, una simmetria interumana che lascia attoniti. Come nel teatro di Becket o nelle rammemorazioni proustiane, nelle voci di Artaud o nei sogni di Carroll, il panorama mentale è affollato, inquietante, sinistro, rigurgita di Altri che dicono Altro ma sono Noi. Il solo limite è che arriva diritta solo se si comprende bene l’inglese (ma questo è un limite di tutte le arti della parola, che sono espresse in lingue parziali, cioè nazionali).
La copertina del disco, creata dallo studio Hipgnosis, ha giocato un ruolo non secondario nel suo successo. La luce che attraversa il prisma disperdendosi nei suoi colori primari, le piramidi di Gizah all’infrarosso, l’elettrocardiogramma, la luce che si ricompone riattraversando il prisma, tutto era finalizzato a rafforzare esteticamente i contenuti musicali.
L’album dei record era dunque nato. Resterà 809 settimane - 591 consecutive – nella classifica Billboard americana, ossia 15 anni, vendendo 25 milioni di copie. Ogni nuova edizione rimasterizzata, come l’edizione del 2003 per i 30 anni e la definitiva Immersion Edition del 2011 (un cofanetto per collezionisti di 3 CD, 2 DVD ed 1 Blue Ray ricco di versioni diverse), hanno di nuovo spinto in classifica i Pink Floyd.
I Pink Floyd divennero ricchi e famosi e poterono finanziare la loro carriera in maniera decisa, producendo spettacoli sempre più complessi, come gli Italiani hanno potuto vedere nel 1989 a Venezia e ancora nella tournée del 1994 con tre serate a Roma nei pressi di Cinecittà. Da questo album discendono mille rivoli, la scena elettronica tedesca per esempio, il pop elettronico degli anni Ottanta, l’idea stessa di album-concept, ossia dai contenuti unitari. Una rivoluzione sonora che non cessa di stupirci ad ogni nuovo ascolto. C’è chi dice che il suo segreto sia che proviene dal futuro. Ed il futuro, si sa, non passa mai.
