Un verso di High Hopes, brano n.11 del disco, dà il titolo al 14mo album dei Pink Floyd, il contestato ma acclamato The Division Bell. Contestato dalla critica ma acclamato dal pubblico. E' il disco del ritorno di Richard Wright al canto e alla composizione dopo 20 anni da The Dark Side of the Moon e dopo 15 anni della sua estromissione nel 1979 ai tempi di The Wall. Questo album segue A Momentary Lapse of Reason uscito nel 1987 ed è il secondo senza Roger Waters, uscito nel dicembre 1985 dal gruppo. La campana della divisione nel titolo è quella della Camera dei Deputati inglesi, quando suona devono dividersi per procedere alle votazioni. Ma il suono che si sente in High Hopes non appartiene a quella campana.
Il disco nasce nei rinnovati Britannia Row Studios, dove Dave Gilmour invita Wright nel gennaio 1993 per vedere se fosse possibile scrivere musica insieme e dare vita ad un progetto. Arrivano anche Nick Mason e poi Guy Pratt, bassista fidanzato della figlia di Wright, Gala. L'alchimia si produce subito, e dai Britannia Row Studios tutto il gruppo, a cui si unisce il produttore Bob Ezrin e l'ingegnere Andy Jackson, si sposta sul battello-studio di Gilmour, Astoria, che galleggia sul Tamigi. Con 65 brani più o meno abbozzati e registrati, il team lavora sodo per scartare, unire, affinare. Dopo qualche settimana c'è una lista di 27 brani, poi ridotti a 15 ed infine agli 11 che troviamo sul disco. Un ruolo essenziale viene svolto dalla nuova moglie di Gilmour, Polly Samson, che lo aiuta a scrivere i testi e lo incoraggia nei momenti difficili. Ezrin, che non approva questa intromissione, alla fine la accetta perché vede che permette a Gilmour di restare lucido, di lavorare e suonare. Vari musicisti, dopo la pausa estiva, raggiungono il gruppo, tra i quali il fedele Dick Parry, il musicista dietro l'assolo di sassofono in The Dark Side of the Moon. Tra settembre e dicembre 1993 l'album viene approvato per i mixaggi che vengono fatti tra Londra (Creek Recording Studio) e Chiswick (Metropolis Studios). Il master finale viene effettuato a Los Angeles nel Mastering Lab da Doug Sax e James Guthrie.
La grafica dell'album è estremamente curata. Il mitico Storm Thorgerson ha creato e fotografato due enormi sculture, che formano il doppio profilo in copertina, e che è possibilmente un solo viso visto di fronte. Varie soluzioni grafiche rendono la comunicazione innovativa. Ad esempio il titolo dell'album in Braille per i non vedenti sul profilo del CD o l'uso di tutte le lingue del mondo, in linea con l'idea della comunicazione che percorre l'album. Le cifre che indicano le pagine del libretto sono in 11 lingue differenti. Un'idea degna dei Pink Floyd.
Da sottolineare gli splendidi videoclip, in particolare quello che mostra una entità umana in marcia con la sua gigantesca ombra nera volante, quasi un'ala che la sovrasta e minaccia di portarla via.
Tutto è pronto, quindi alla fine del 1993, ed in effetti già il 10 gennaio 1994 nella base navale americana Air Station in North Carolina fu fatta una prima presentazione alla stampa, mentre una seconda il 21 marzo venne tenuta a Londra. Il 28 marzo il disco è stato pubblicato in Europa, il 4 aprile in America. La stampa lo accolse tiepidamente ma il pubblico lo mandò direttamente al primo posto in molti paesi, assicurando vendite per diversi milioni di copie. Nel 1995 vinse i British Awards. Il tour The Division Bell è stato visto nel mondo da oltre cinque milioni di spettatori, Italia compresa, per un incasso record di oltre 100 milioni di dollari. Da questo tour è stato estratto un doppio live P. U. L. S. E. ed un doppio DVD P. U. L. S. E. con il film del concerto del 20 ottobre 1994.
Nonostante la sua epica durata di oltre un'ora e nonostante non sia un album concept nel senso stretto del termine, The Division Bell appartiene senza dubbio sia alla serie di album concept sia ai migliori dischi dei Pink Floyd. E' un disco difficile al primo ascolto, un disco che non rivela subito le sue perle, che obbliga, come certi libri o film, ad un secondo passaggio, una nuova lettura, un secondo sguardo. Il disco è stratificato e, se vogliamo azzardare un giudizio, proprio l'assenza di Waters permette ai tre restanti Pink Floyd di meditare, di scrivere, senza limiti e senza progetti preventivamente fissati su carta (come nello script usato per The Wall). Il suono dell'album è avvolgente ma scava in profondità, le voci di Gilmour e Wright sono meno "dure" di quella di Waters e più vicine al clima di meditazione che pervade l'incisione. Il disco, nato da lunghe giornate di improvvisazione libera negli studi, nasce da oltre 60 differenti brani musicali nati in quelle jam sessions o in quelle solitarie esplorazioni sonore. Gilmour ha detto che solo quando nell'aria c'era della buona musica schiacciava il tasto Rec del suo DAT a due piste per catturare le idee. E solo una volta, sorprendendo Rick Wright che suonava il piano tutto solo è stato talmente toccato che lo ha registrato di nascosto. Da quelle improvvisazioni sono nati alcuni passaggi-chiave del disco.
Su Rolling Stone Tom Graves il 16 giugno 1994 ha scritto: " The Division Bell è un tranquillo e contemplativo album dei Pink Floyd, con dei testi opachi ed inerti che nessuno può sperare di comprenderne il significato... ma anche nella vaghezza delle liriche si ha l'impressione che la band continui a tirare su Waters. Ad esempio, in "Lost For Words" Gilmour canta 'così apro la mia porta ai nemici/e domando se possiamo rimediare al massacro/ma loro mi dicono di levarmi di torno/ma tu sai che non vincerai mai'. E così la guerra continua".
Nick Mason ha detto che "è stato bello tornare a lavorare con Rick Wright. L'album sembra veramente fatto da un gruppo, come un gruppo che suona assieme, e credo che Rick si fosse meglio integrato nel processo che non ai tempi di A Momentary Lapse of Reason". Per Waters il disco "non è altro che robaccia". La comunicazione riprenderà in effetti solo in occasione di Live 8 nel 2005 quando la "riunione" dei Pink Floyd per il concerto internazionale contro la povertà e la miseria farà sognare una possibile riunificazione artistica.
Ma sarà l'ultimo volo del cigno, ed il suo ultimo canto. E la conferma arriva, in tutto il mondo - e fatto rarissimo nel mondo del rock - da una esclusiva italiana. E' il 3 febbraio 2006 quando il quotidiano italiano La Repubblica pubblica, sotto il titolo-shock "Il requiem di David Gilmour: 'I Pink Floyd? Sono finiti'", l'intervista esclusiva dell'inviato Gino Castaldo a Dave Gilmour nella leggendaria casa-studio gallegiante sul Tamigi.
Riproduciamo l'inizio dell'articolo:
"Pazienza per i fan in gramaglie. La notizia è ufficiale. Il marchio Pink Floyd si è dissolto, finito, definitivamente defunto. I quattro pezzi che hanno proposto a Live 8 sono stati l'ultimo atto. Ce lo ha confidato David Gilmour in un'intervista esclusiva concessa a Repubblica: "Penso di averne avuto abbastanza. Ho 60 anni. Non voglio più lavorare tanto. È un'importante parte della mia memoria, ho avuto enormi soddisfazioni, ma adesso basta. È molto più confortevole lavorare per conto mio". E non stiamo parlando della riunione con Roger Waters, già ritenuta improbabile ("Roger ha lavorato in questi ultimi vent'anni in modo assolutamente autocratico e avrebbe grandi difficoltà a far parte di un'unità democratica"), ma dello stesso marchio Pink Floyd che dopo alcune battaglie legali era rimasto a Gilmour, Rick Wright e Nick Mason, col quale, senza Waters, hanno inciso due dischi e portato in giro clamorosi concerti. "It's over, è finita" precisa Gilmour. "La questione di Roger è irrilevante, perché anche senza di lui non ho voglia di andare avanti come Pink Floyd. Sono felice della mia vita, fare cose come Pink Floyd, è un affare troppo grande per me, ora. Quando ti muovi come gruppo è tutto gigantesco, le attese sono enormi, le pressioni altissime. Vorrebbero farci fare cento concerti. Io sto bene così. È stato fantastico ma adesso non ne ho più voglia".
La campana della divisione, ultimo tentativo di parlare nella logica di un gruppo orizzontale, suonava per l'ultima volta. E bisogna dire che il tempo ha aggiunto del suo. Nello stesso anno 2006 moriva il 7 luglio Syd Barrett. Due anni dopo, il 15 settembre del 2008, era un cancro a portarsi via Richard Wright. I Pink Floyd, anche volendo, non ci sono più.
Il disco nasce nei rinnovati Britannia Row Studios, dove Dave Gilmour invita Wright nel gennaio 1993 per vedere se fosse possibile scrivere musica insieme e dare vita ad un progetto. Arrivano anche Nick Mason e poi Guy Pratt, bassista fidanzato della figlia di Wright, Gala. L'alchimia si produce subito, e dai Britannia Row Studios tutto il gruppo, a cui si unisce il produttore Bob Ezrin e l'ingegnere Andy Jackson, si sposta sul battello-studio di Gilmour, Astoria, che galleggia sul Tamigi. Con 65 brani più o meno abbozzati e registrati, il team lavora sodo per scartare, unire, affinare. Dopo qualche settimana c'è una lista di 27 brani, poi ridotti a 15 ed infine agli 11 che troviamo sul disco. Un ruolo essenziale viene svolto dalla nuova moglie di Gilmour, Polly Samson, che lo aiuta a scrivere i testi e lo incoraggia nei momenti difficili. Ezrin, che non approva questa intromissione, alla fine la accetta perché vede che permette a Gilmour di restare lucido, di lavorare e suonare. Vari musicisti, dopo la pausa estiva, raggiungono il gruppo, tra i quali il fedele Dick Parry, il musicista dietro l'assolo di sassofono in The Dark Side of the Moon. Tra settembre e dicembre 1993 l'album viene approvato per i mixaggi che vengono fatti tra Londra (Creek Recording Studio) e Chiswick (Metropolis Studios). Il master finale viene effettuato a Los Angeles nel Mastering Lab da Doug Sax e James Guthrie.
La grafica dell'album è estremamente curata. Il mitico Storm Thorgerson ha creato e fotografato due enormi sculture, che formano il doppio profilo in copertina, e che è possibilmente un solo viso visto di fronte. Varie soluzioni grafiche rendono la comunicazione innovativa. Ad esempio il titolo dell'album in Braille per i non vedenti sul profilo del CD o l'uso di tutte le lingue del mondo, in linea con l'idea della comunicazione che percorre l'album. Le cifre che indicano le pagine del libretto sono in 11 lingue differenti. Un'idea degna dei Pink Floyd.
Da sottolineare gli splendidi videoclip, in particolare quello che mostra una entità umana in marcia con la sua gigantesca ombra nera volante, quasi un'ala che la sovrasta e minaccia di portarla via.
Tutto è pronto, quindi alla fine del 1993, ed in effetti già il 10 gennaio 1994 nella base navale americana Air Station in North Carolina fu fatta una prima presentazione alla stampa, mentre una seconda il 21 marzo venne tenuta a Londra. Il 28 marzo il disco è stato pubblicato in Europa, il 4 aprile in America. La stampa lo accolse tiepidamente ma il pubblico lo mandò direttamente al primo posto in molti paesi, assicurando vendite per diversi milioni di copie. Nel 1995 vinse i British Awards. Il tour The Division Bell è stato visto nel mondo da oltre cinque milioni di spettatori, Italia compresa, per un incasso record di oltre 100 milioni di dollari. Da questo tour è stato estratto un doppio live P. U. L. S. E. ed un doppio DVD P. U. L. S. E. con il film del concerto del 20 ottobre 1994.
Nonostante la sua epica durata di oltre un'ora e nonostante non sia un album concept nel senso stretto del termine, The Division Bell appartiene senza dubbio sia alla serie di album concept sia ai migliori dischi dei Pink Floyd. E' un disco difficile al primo ascolto, un disco che non rivela subito le sue perle, che obbliga, come certi libri o film, ad un secondo passaggio, una nuova lettura, un secondo sguardo. Il disco è stratificato e, se vogliamo azzardare un giudizio, proprio l'assenza di Waters permette ai tre restanti Pink Floyd di meditare, di scrivere, senza limiti e senza progetti preventivamente fissati su carta (come nello script usato per The Wall). Il suono dell'album è avvolgente ma scava in profondità, le voci di Gilmour e Wright sono meno "dure" di quella di Waters e più vicine al clima di meditazione che pervade l'incisione. Il disco, nato da lunghe giornate di improvvisazione libera negli studi, nasce da oltre 60 differenti brani musicali nati in quelle jam sessions o in quelle solitarie esplorazioni sonore. Gilmour ha detto che solo quando nell'aria c'era della buona musica schiacciava il tasto Rec del suo DAT a due piste per catturare le idee. E solo una volta, sorprendendo Rick Wright che suonava il piano tutto solo è stato talmente toccato che lo ha registrato di nascosto. Da quelle improvvisazioni sono nati alcuni passaggi-chiave del disco.
Su Rolling Stone Tom Graves il 16 giugno 1994 ha scritto: " The Division Bell è un tranquillo e contemplativo album dei Pink Floyd, con dei testi opachi ed inerti che nessuno può sperare di comprenderne il significato... ma anche nella vaghezza delle liriche si ha l'impressione che la band continui a tirare su Waters. Ad esempio, in "Lost For Words" Gilmour canta 'così apro la mia porta ai nemici/e domando se possiamo rimediare al massacro/ma loro mi dicono di levarmi di torno/ma tu sai che non vincerai mai'. E così la guerra continua".
Nick Mason ha detto che "è stato bello tornare a lavorare con Rick Wright. L'album sembra veramente fatto da un gruppo, come un gruppo che suona assieme, e credo che Rick si fosse meglio integrato nel processo che non ai tempi di A Momentary Lapse of Reason". Per Waters il disco "non è altro che robaccia". La comunicazione riprenderà in effetti solo in occasione di Live 8 nel 2005 quando la "riunione" dei Pink Floyd per il concerto internazionale contro la povertà e la miseria farà sognare una possibile riunificazione artistica.
Ma sarà l'ultimo volo del cigno, ed il suo ultimo canto. E la conferma arriva, in tutto il mondo - e fatto rarissimo nel mondo del rock - da una esclusiva italiana. E' il 3 febbraio 2006 quando il quotidiano italiano La Repubblica pubblica, sotto il titolo-shock "Il requiem di David Gilmour: 'I Pink Floyd? Sono finiti'", l'intervista esclusiva dell'inviato Gino Castaldo a Dave Gilmour nella leggendaria casa-studio gallegiante sul Tamigi.
Riproduciamo l'inizio dell'articolo:
"Pazienza per i fan in gramaglie. La notizia è ufficiale. Il marchio Pink Floyd si è dissolto, finito, definitivamente defunto. I quattro pezzi che hanno proposto a Live 8 sono stati l'ultimo atto. Ce lo ha confidato David Gilmour in un'intervista esclusiva concessa a Repubblica: "Penso di averne avuto abbastanza. Ho 60 anni. Non voglio più lavorare tanto. È un'importante parte della mia memoria, ho avuto enormi soddisfazioni, ma adesso basta. È molto più confortevole lavorare per conto mio". E non stiamo parlando della riunione con Roger Waters, già ritenuta improbabile ("Roger ha lavorato in questi ultimi vent'anni in modo assolutamente autocratico e avrebbe grandi difficoltà a far parte di un'unità democratica"), ma dello stesso marchio Pink Floyd che dopo alcune battaglie legali era rimasto a Gilmour, Rick Wright e Nick Mason, col quale, senza Waters, hanno inciso due dischi e portato in giro clamorosi concerti. "It's over, è finita" precisa Gilmour. "La questione di Roger è irrilevante, perché anche senza di lui non ho voglia di andare avanti come Pink Floyd. Sono felice della mia vita, fare cose come Pink Floyd, è un affare troppo grande per me, ora. Quando ti muovi come gruppo è tutto gigantesco, le attese sono enormi, le pressioni altissime. Vorrebbero farci fare cento concerti. Io sto bene così. È stato fantastico ma adesso non ne ho più voglia".
La campana della divisione, ultimo tentativo di parlare nella logica di un gruppo orizzontale, suonava per l'ultima volta. E bisogna dire che il tempo ha aggiunto del suo. Nello stesso anno 2006 moriva il 7 luglio Syd Barrett. Due anni dopo, il 15 settembre del 2008, era un cancro a portarsi via Richard Wright. I Pink Floyd, anche volendo, non ci sono più.
