Da "V per vendetta" a Jerusalem: l'ultima magia di Moore
Luca Valtorta
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di LUCA VALTORTA
Il suo "Watchmen" ha rivoluzionato il fumetto,"V per Vendetta" è diventato l'icona di Anonymous. Ora Alan Moore rinnega tutto: "Con un romanzo. E per colpa di The Donald..."
Aggiornato alle 18 minuti di lettura
Sceneggiatore, disegnatore, scrittore, musicista. Mago ("più o meno dedito a tentare di alterare il mondo, e la condizione umana, attraverso la parola o la scrittura, piuttosto che evocando demoni o utilizzando sigilli magici"). E molto altro ancora. Ma forse per definire Alan Moore basterebbe una sola parola, il più delle volte usata a sproposito: genio.
Nato nel 1953 a Northampton da genitori poverissimi - "le mansioni di mio padre consistevano nel sollevare e spostare barili di birra e in seguito scavò buche per una compagnia elettrica fino alla pensione", mentre la madre, appena i due figli furono affidati ai nonni trovò lavoro in una tipografia.
In casa non c'era acqua corrente, solo un bagno esterno senza sciacquone: la famiglia si lavava in una tinozza riempita con acqua calda. Il piccolo Alan a quattro anni sa già leggere e da quel momento non smette più anche se a diciassette viene espulso da scuola per spacc…
Sceneggiatore, disegnatore, scrittore, musicista. Mago ("più o meno dedito a tentare di alterare il mondo, e la condizione umana, attraverso la parola o la scrittura, piuttosto che evocando demoni o utilizzando sigilli magici"). E molto altro ancora. Ma forse per definire Alan Moore basterebbe una sola parola, il più delle volte usata a sproposito: genio.
Nato nel 1953 a Northampton da genitori poverissimi - "le mansioni di mio padre consistevano nel sollevare e spostare barili di birra e in seguito scavò buche per una compagnia elettrica fino alla pensione", mentre la madre, appena i due figli furono affidati ai nonni trovò lavoro in una tipografia.
In casa non c'era acqua corrente, solo un bagno esterno senza sciacquone: la famiglia si lavava in una tinozza riempita con acqua calda. Il piccolo Alan a quattro anni sa già leggere e da quel momento non smette più anche se a diciassette viene espulso da scuola per spaccio di Lsd ("Non mi piaceva la scuola, non mi piaceva l'atmosfera: ci chiamavano per cognome e indossavamo la stessa divisa: era come essere nella Gioventù Hitleriana!"). Senza neanche un diploma si trova a fare i lavori più disparati: macellaio, portiere d'albergo, magazziniere, operaio dell'azienda del gas fino a quando si licenzia e comincia a pubblicare le sue prime strisce per il settimanale musicale Sounds.
Nel giro di pochi anni le sue opere rivoluzioneranno il mondo del fumetto: V per Vendetta (1982) è una distopia che mostra un'Inghilterra dominata da un regime dittatoriale contrastata da V, un anarchico che usa una maschera con i tratti di Guy Fawkes, un cospiratore che nel 1605 cercò di assassinare il re d'Inghilterra e la camera dei Lord con un attentato esplosivo che verrà chiamato nei libri di storia "la congiura delle polveri". Questo graphic novel e il film che ne è stato tratto hanno talmente influenzato l'immaginario che molti movimenti di protesta e Anonymous in particolare, ne utilizzano l'immagine.Nel 1987 il suo Watchmen ribalta invece il fumetto superoistico dando inizio a una rivoluzione che dura ancora oggi: le sue storie di Superman, Batman e Swamp Thing diventano altrettantoe pietre miliari mentre nel '99 From Hell inaugura un ulteriore livello di complessità esoterica che trova il massimo compimento nei cinque volumi di Promethea. Infine con Lost Girls (in italiano (Ragazze perdute), disegnato dalla moglie Melinda Gebbie, Moore esplora in un affresco allegorico la sessualità e la pornografia attraverso tre personaggi letterari: Alice da Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, Dorothy da Il meraviglioso mago di Oz e Wendy da Peter Pan.
Nel 1996 Moore pubblica il suo primo romanzo, La voce del fuoco e adesso in Italia, Jerusalem, il suo nuovo, monumentale volume a cui ha lavorato per più di dieci anni. Racconta la storia del quartiere in cui è cresciuto, conosciuto come Boroughs, ma naturalmente è molto, molto di più.
PARTE PRIMA: "JERUSALEM", IL NUOVO LIBRO
Lei ha scritto un'opera davvero monumentale e questa volta senza neppure un'immagine. È vero che c'era già stato La voce del fuoco ma questa è una vera e propria opera-mondo. C'è un motivo alla base di questa scelta? Ritiene forse oggi che il fumetto sia un mezzo limitato, incapace di fornire la profondità, o forse si potrebbe dire, la libertà, della scrittura?
"A dire la verità ho scritto in prosa o versi senza immagini d'accompagnamento per quasi tutta la mia vita (canzoni, saggi, articoli, racconti e ovviamente La voce del fuoco, un romanzo tanto quanto lo è Jerusalem) nonostante per lavoro abbia soprattutto scritto fumetti. In un momento in cui sto facendo del mio meglio per svincolarmi da quel medium e, soprattutto, da quell'industria, vedo più difetti che benefici nei fumetti. Per quanto mi riguarda si tratta di un medium culturale che, almeno nel mondo anglofono, al principio era rivolto in modo derisorio al proletariato e in particolare ai bambini: la ragione probabile era che i poveri erano considerati semi analfabeti e si pensava quindi che avessero bisogno di figure per seguire una vicenda scritta. In seguito il fumetto è stato nobilitato e diffuso oltre la portata del suo pubblico originale, e i "graphic novel" sono diventati l'equivalente di loft eleganti. Questa è una delle ragioni per cui persone come Kevin O'Neill e io stesso stiamo mollando il settore: non è mai stato giusto, né ha mai tentato di esserlo, con i suoi stessi creatori proletari; Jerry Siegel, Joe Shuster, Jack Kirby, Steve Ditko, Bill Finger, Leo Baxendale, Ken Reid e dozzine d'altri autori. Ci sembra un'industria in cui riescono a prosperare solo i borghesi interessati più alla busta paga che all'originalità o qualità del lavoro. Certo, dal mio punto di vista lo strumento espressivo che ha sempre offerto la libertà maggiore è la prosa, si può costruire un intero universo solo con ventisei lettere e un pizzico di punteggiatura".
Ha lavorato più di dieci anni a Jerusalem: quando e perché ha deciso di intraprendere questo gigantesco lavoro?
Sulla stesura di Jerusalem, una dozzina d'anni fa mi resi conto che diversi testi a cui lavoravo (un libro per bambini, una saga familiare, un'epica modernista, una dissertazione sulle mie nozioni del tempo e altre varie idee) in fondo erano tutte lo stesso libro. Il fatto che sia diventato un libro enorme è l'ovvia conseguenza di quella scoperta".
In questo romanzo lei circoscrive ulteriormente la sua visione dalla Northampton de La voce del fuoco ad un quartiere, Boroughs, dove è cresciuto, di fatto un microcosmo. Che però diventa macrocosmo. Un tipo di processo che secondo Mircea Eliade è una caratteristica dello sciamanesimo e quindi della magia. È corretta questa analisi?
"Nella concezione del mondo degli sciamani, o almeno nella mia personale concezione sciamanica del mondo, tutta la città, il Paese, il pianeta e l'universo ancora oltre possono essere considerati come un'unica capanna, un'unica stanza. Per ciascuno di noi, l'intero universo corrisponde al punto in cui ci troviamo, e mi sembra un'estensione logica della formula centrale della Tavola di Smeraldo attribuita al mitico Ermete Trismegisto, la dottrina del "come sopra, così sotto"".
In questo libro lei sperimenta diversi stili di scrittura tra cui, nel capitolo strepitoso intitolato Round the Bend, quello joycesiano. Lei quando si è approcciato a Joyce e che cosa l'ha fatto appassionare alla sua scrittura?
"La prima volta che mi appassionai a James Joyce fu leggendo Ritratto dell'artista da giovane quando ero studente (inconsapevole che Lucia, la figlia dell'autore, fosse reclusa nel manicomio dietro casa) ma solo molti anni dopo ho cominciato ad apprezzare l'importanza di James Joyce per la lingua Inglese, e per il linguaggio in generale. Mi è sembrato necessario includere James e Lucia Joyce in Jerusalem perché uno dei temi del libro è lo sviluppo dell'Inglese come una lingua sacra, risalente alla traduzione in volgare della Bibbia da parte di John Wycliffe e proseguita attraverso visionari come John Bunyan, John Clare e William Blake fino ad autori moderni come Joyce o Beckett".
Quali altri stili ha voluto introdurre e perché? Il capitolo The Jolly Smokers per esempio è tutto in forma poetica...
"Per il terzo libro di Jerusalem volevo evitare che il lavoro ultimato tradisse tracce della mia crescente spossatezza, perciò la cosa migliore da fare fu sottopormi a dure restrizioni dedicando una concentrazione e dedizione assolute per non allentare la narrativa. Così stabilii di scrivere ogni capitolo della sezione finale in uno stile, genere o persino medium espressivo diverso per trovare sempre stimoli. Quando a metà della stesura del terzo libro scoprii che James Hervey, sacerdote e padre del movimento gotico, aveva fatto quasi la stessa cosa per comporre il suo Theron & Aspasia, fui certo di avere preso la decisione giusta".
Quali sono i suoi scrittori preferiti? Per esempio so che ama molto Foster Wallace e Thomas Pynchon perché? Le piace la complessità delle costruzioni immagino, anche giudicando dal suo lavoro...
"Sebbene includa sicuramente Pynchon e Foster Wallace, l'elenco dei miei scrittori preferiti è lungo e noioso e tracima su poeti come Ginsberg o drammaturghi come Brecht e parolieri come Tom Waits, e potenzialmente è una lista infinita. Basti dire che tutti questi scrittori tanto diversi sono accomunati dalla loro capacità di avere aggiunto una ricchezza e una complessità inedita ai loro rispettivi mezzi d'espressione".
Ma se dovesse scegliere un libro e uno solo, quale sarebbe? Lo stesso per un disco e un graphic novel?
"Temo di non potere rispondere a domande come questa, nemmeno immagino una situazione in cui sia necessaria una mia risposta. Potrebbe variare di ora in ora, di giorno in giorno, come immagino sia per molti. Oggigiorno ascolto molta poca musica, e per quanto riguarda i graphic novel non mi interessa altro successivo all'opera di Lynd Ward, il primo e forse unico autore di graphic novel".
In Jerusalem si parla anche della quarta dimensione matematica che forse costituisce un po' la chiave per l'interpretazione del libro: è attraverso essa che si dà una reinterpretazione simbolica del nostro essere. Quasi un "essere per la morte" wittengsteiniano dove però il concetto di morte è diverso...
"Un forte sprone a scrivere Jerusalem era offrire alla gente un modo diverso di riflettere sulla morte, senza per forza aderire a una favola religiosa confortante ma tremendamente improbabile, e nemmeno trascorrendo tutta la loro esistenza mortale paralizzati dalla paura della sua fine inevitabile. In quello che Einstein definiva un universo a "blocchi", credo che ci sia un approccio concettuale elegante e meraviglioso capace di ridurre la morte a una battuta regolare in una sinfonia che si ripete per l'eternità, in grado di riportare la nostra attenzione alle splendide e infinite possibilità della vita mentre la stiamo vivendo, piuttosto che preoccuparci per chissà quali impossibili condizioni statiche (siano esse il nulla o il Paradiso) che ci attendono dopo la morte".
Com'è una giornata di Alan Moore? La gente si immagina chissà quali cose...
"A dire il vero, oggi probabilmente è una giornata tipica nella mia ricca e fantasmagorica vita: mi sono alzato circa alle otto e trenta, ho fatto colazione con una tazza di cereali, ho fatto il bagno e lavato i capelli, ho letto la posta del mattino (niente di interessante) poi mi sono dedicato al lavoro, la stesura di qualche pagina (molto godibile) del quarto capitolo nella mia ultima serie di fumetti, il quarto e conclusivo volume de La lega degli uomini straordinari, una fuga a fumetti che abbiamo intitolato The Tempest. Questa sera ho un impegno da oratore (parlerò della magia e leggerò brani del mio libretto su John Dee durante una serata dedicata alle transizioni e agli stati di transizione), perciò considerato che prima o poi dovrò anche mangiare pensavo di poterci infilare, diciamo, sei ore di lavoro produttivo e retribuito prima della serata. O meglio, erano le mie intenzioni prima che il mio amico e assistente Joe Brown mi consegnasse con un tono di scuse circa trenta domande a cui sto rispondendo, spiegando che nonostante mi avessero detto che le avrei ricevute due o tre settimane fa, la scadenza per le risposte è entro un paio di giorni (so sorry Alan!, ndr). Quindi, sì, direi che questa è una mia giornata tipica. Forse riuscirò a sbrigare un po' del mio vero lavoro nel fine settimana".
PARTE SECONDA: LA MAGIA
Tornando all'idea della magia che, come per Lautreamont, mi sembra non essere lontana da quella della matematica, lei ha dichiarato di essere un mago. Che cosa significa questo?
"Da ormai venticinque anni pratico la magia, il che non significa essere un "mago". Con un'affermazione del genere sembra implicito che mi interessi sapere se gli altri ci credono o meno. Lo dico di cuore, non mi interessa. Praticare la magia (o meglio essere un "magus", se vogliamo usare il termine tecnico più indicato) non significa possedere poteri stregoneschi ma piuttosto è inteso come uno strumento per mettere in guardia gli altri. Un magus è più o meno dedito a tentare di alterare il mondo e la condizione umana attraverso la parola o la scrittura piuttosto che evocando demoni o utilizzando sigilli magici. Per come intendo la magia, da poco ho trovato una definizione che trovo soddisfacente: la magia è qualsiasi legame risoluto e deciso con i fenomeni o le possibilità della consapevolezza. Basta pensarci un momento per accorgersi che questa definizione include tutte le arti, e probabilmente anche tutte le scienze, essendo campi già inclusi nel retaggio paleolitico della magia o dello sciamanesimo. Per favore non chiamatemi più stregone. Sono molto peggio".
Chi era Crowley secondo lei?
"Crowley era un mago molto abile. I suoi testi sull'esperienza magica hanno il peso dell'autorevolezza, e la sua sintesi di tipi diversi di idee e tradizioni magiche in un sistema coerente e funzionante è semplicemente meravigliosa. Per quanto riguarda Crowley come uomo, non ne sono così sicuro. Proveniva da un ambiente relativamente benestante, credo che il suo senso di appartenenza alla borghesia pervada le sue idee sulla magia, a loro grande detrimento. Il libro di Crowley che lui stesso considerava il suo più importante, il presunto profetico Libro della legge, postula una futura utopia thelemita in cui "i servitori serviranno". Visto che mia nonna materna lavorava come "domestica" in una delle dimore signorili del quartiere, per aristocratici molto meno liberali ed egualitari di quelli inventati per Downtown Abbey, non dovrebbe stupire che giudichi di conseguenza l'idea di una simile "utopia"".
A proposito sempre di Crowley e della magia, lei conosce il lavoro di artisti come Genesis P-Orridge con i suoi Psichic Tv o i Current 93 di David Tibet? Li ha conosciuti personalmente? Ritiene significative opere quali Dog's Blood Rising di Tibet o la First Transmission di Psichic Tv a questo riguardo?
"David Tibet ha scritto ottimi libri, alcune tra le sue splendide pubblicazioni sono tra le gemme della mia collezione, e la sua rivalutazione di personaggi storici trascurati come il conte Stenbock è davvero ammirevole. Invece provo una profonda avversione verso Genesis P. Orridge. Prima di conoscerla, mia moglie Melinda Gebbie era stata coraggiosamente spruzzata da Orridge con del gas antisommossa a una festa, forse una specie di scherzo magico del Temple ov Psychic Love. Non mi interessano le sue opere, non mi sembra che le sue pratiche magiche abbiano ottenuto risultati degni di nota, sia da un punto di vista sociale, culturale o magico, e tutto sommato è meglio che non lo abbia mai conosciuto". PARTE TERZA: LE CONTROCULTURE
So che lei è sempre stato interessato alle controculture che però sembrano aver fallito: non solo non sono mai diventate di massa ma sono state completamente sussunte dall'ideologia consumistica imperante: secondo lei continuano comunque a esistere e ad essere un punto di riferimento o i giovani sono stati completamente annichiliti?
"La controcultura, come è piuttosto evidente, è un organo perfettamente normale e forse vitale della cultura stessa. Nella sua critica alla cultura prevalente, permette a quella stessa cultura di rivalutarsi e rinnovarsi. Sebbene sembra che le controculture falliscano sempre, è perché di solito sono tutte trangugiate o assimilate dalla cultura di massa. Tuttavia siamo ciò che mangiamo, e se la controcultura è abbastanza tossica o psichedelica allora influenzerà il comportamento della cultura mainstream per lungo tempo dopo essere stata ingerita.
"Nel mondo occidentale, sembra che dagli inizi degli anni Novanta non si sia sviluppata una controcultura o un movimento giovanile, affidandoci invece a slogan e ritornelli del secolo scorso riciclati e rimessi a lucido. In fin dei conti, la cultura di massa sembra avere stabilito che la controcultura sia un organo residuo; un'appendice che può tranquillamente essere recisa e gettata via. Amputando qualcosa che era invece necessario alla sua stessa sopravvivenza, la cultura mainstream si è condannata da sola al suo attuale stato di stallo immotivato, a un'assenza totale di idee o espressioni artistiche originali capaci di sostenerla in questi tempi eccezionali.
"Per ciò che riguarda i giovani vitali e progressisti che hanno sempre fatto parte di ogni controcultura, sono sempre là fuori, dove sono sempre stati, ma non sentono che ci sia una controcultura a cui appartenere. Nell'ultimo paio d'anni, a Northampton, abbiamo assistito alla rinascita di una grande istituzione della controcultura, l'Arts Lab, fondato da Jim Haynes alla fine degli anni Sessanta. A sedici anni facevo parte della prima iterazione dell'Arts Lab di Northampton ed ebbe un profondo effetto sul modo in cui mi avvicinai all'arte e alla scrittura, le sue sensibilità hanno influenzato tutti i miei lavori fin da allora. Tuttavia questo nuovo Arts Lab è più grande, più competente e soprattutto molto più diverso di qualunque cosa potessimo immaginare cinquant'anni fa. Altri Arts Lab hanno cominciato a spuntare in altre parti del Paese, e credo che già questa sia una specie di risposta: se ci tenete alla cultura, dovreste prendere a cura la controcultura così vitale alla rigenerazione della cultura stessa, e se ci tenete alla controcultura allora dovete fare come hanno sempre fatto tutti e costruirne una per conto vostro".
Lei ha fatto un graphic novel molto interessante con Malcolm McLaren, Fashion Beats. Che cosa è stato per lei il punk? Un movimento controculturale a base situazionista (e quindi fortemente consapevole) come raccontato da McLaren o un movimenti di "Marci, sporchi e imbecilli" provenienti dal sottoproletariato come recita un libro di Stuart Home (peraltro creatore dell'interessante movimento artistico chiamato neoismo) e privi di una reale coscienza politica?
"Al principio il Punk abbracciava tranquillamente entrambe le definizioni di Stuart e Malcolm. Per quanto mi riguarda, all'epoca fu una scarica tremenda di energia nuova proprio quando la cultura ne aveva bisogno; il movimento psichedelico degli anni Sessanta e il tormentato movimento Glam che lo seguì cominciavano a tirare la corda ed era necessario un rinnovamento. Compravo la valanga di singoli su sette pollici per cui quell'epoca era famosa, insieme agli album fondamentali, ma quasi fin da subito non mi identificai nel Punk perché era musica per una generazione più giovane della mia, e indossare spilloni da balia e portare la cresta non sarebbe stato culturalmente appropriato. L'unico mio vero problema ideologico con il Punk all'epoca riguardava il nichilismo, non capivo dove volesse andare a parare. Dopotutto, "vaffanculo a tutto" doveva per forza includere "vaffanculo al Punk". Anche se la musica era fantastica".
Mi è appena capitato di intervistare uno dei Sex Pistols, Glen Matlock, che mi ha raccontato come siano riusciti a fare una band grazie al chitarrista Steve Jones che era anche un ladro e ha rubato strumenti musicali di prima qualità a una serie di artisti tra cui David Bowie. Che cosa ne pensi dell'anarchismo nichilista di un brano come Anarchy in the UK? Come intende invece lei l'idea anarchica?
"Come ho appena detto, credo che l'anarchia nichilista racchiuda in sé gli elementi della sua stessa obsolescenza e distruzione. Per come la concepisco io, l'anarchia significa semplicemente "nessun leader", che a sua volta implica che ciascuno sia leader di se stesso. Agli antipodi dalla condizione di totale irresponsabilità sociale che molti associano al termine "anarchia", per me l'anarchia significa invece l'assunzione assoluta di una responsabilità. Nei circa duecentomila anni del periodo in cui l'umanità era divisa in cacciatori-raccoglitori, l'anarchia era il sistema naturale di ordine sociale, chiunque aspirasse ad assumere uno status più importante o volesse prendere per sé una parte più cospicua dei beni della tribù era prima ridicolizzato e poi, se non bastava, ostracizzato. Le culture primitive percepivano l'assegnazione a qualcuno di uno status superiore agli altri come il modo per sviluppare divisioni sociali che infine avrebbero distrutto la loro società precaria. E così è stato. Da anarchico, non credo che abbiamo bisogno di leader, anzi si potrebbe dire che sembrano essere la causa di gran parte dei nostri problemi. Ci serve piuttosto un'amministrazione efficiente, qualcosa che oggigiorno si potrebbe realizzare facilmente grazie alle macchine e alla cosiddetta Intelligenza Artificiale. Ciò significherebbe che i nostri leader dovrebbero trovare un lavoro di cui capiscano davvero qualcosa, ma non si può sempre fare felici tutti".
Uno degli aspetti più interessanti del punk dal mio punto di vista è che nietschianamente cercava sempre di trovarsi dove non lo si sarebbe immaginato. In Italia in particolare ha preso forme peculiari con un gruppo chiamato CCCP-Fedeli alla linea che mescolava punk e filosovietismo in maniera fortemente provocatoria. La cosa interessante è che il brano Fedeli alla linea, nella strofa successiva recitava "la linea non c'è". Ecco questo "non essere mai dove si pensa una certa idea possa essere" mi sembra qualcosa molto vicino alla sua poetica e a una certa idea di "magia": il "trickster" dello sciamanesimo ad esempio o il Crowley "imbroglione", o ancora il maestro zen che ti mette di fronte a un koan dalla risposta impossibile. Che cosa ne pensa?
"Dal momento che parte dello scopo della magia è esplorare i limiti della nostra consapevolezza, cioè la nostra realtà, la magia deve sempre agire al confine dell'immaginabile. Per quanto riguarda la figura del "trickster" nella domanda, tuttavia, sebbene sia una figura fondamentale nel folclore magico, di recente ho cominciato a domandarmi se l'aspetto truffaldino o ingannatore della magia giochi un ruolo importante nella nostra attuale situazione, sia che si tratti di raggiri di bassa lega, degli imbrogli di Crowley o persino delle politiche ingannatrici del Discordianesimo ispirato da Greg Hill/Kerry Thornley/Robert Anton Wilson. Fondamentalmente, nell'attuale panorama globale che sembra essere pervaso da disarmonia e disinformazione consapevole, in cui chi coglie i frutti di questi imbrogli, raggiri e menzogne belle e buone sono persone come Steve Bannon, Vladimir Putin, Donald Trump o Nigel Farage, allora che senso ha ingannare una realtà già tanto maciullata che quasi non sembra nemmeno esistere più? Riconosco che l'idea originale di Hill e Thornley di una religione satirica ispirata a Eris o Discordia, la dea del Caos, poteva avere senso negli anni Cinquanta, nella compassata monotonia dell'epoca di Eisenhower, ma nel nostro attuale presente psicologicamente frammentato sembra quasi come tentare di spegnere il fuoco con la benzina".
Anche lei suona e ha un lungo rapporto con David J dei Bauhaus e Tim Perkins. Qual è la musica che predilige?
"Come per la domanda precedente su quale libro o album sceglierei da portare con me su un'isola deserto o altrove, temo di non avere favoritismi. Esistono opere magnifiche in tutti i generi musicali, sceglierne uno significherebbe ignorare tutti gli altri. Non vado pazzo per la polka, oltre a questo cerco di essere il più eclettico possibile in quanto a gusti".
Tornando al punk e alle controculture: c'è un filo rosso che lega il punk al cyberpunk e quindi ad Anonymous, il movimento che ha ufficialmente adottato la maschera del protagonista del suo V for Vendetta. In che rapporti è lei con Anonymous e che cosa pensa del loro lavoro sulla rete?
"Oltre ad ammirare molte cose che fanno ed essere stato l'autore dell'opera che ha ispirato le loro caratteristiche maschere (e persino questo era meno basato sul libro e più sul film, tremendo, almeno per me), non ho alcun rapporto con Anonymous. Dal momento che non sono affatto anonimo e non mi intendo di computer, non vedo proprio come potrebbe funzionare un qualsiasi tipo di rapporto. Ho collaborato in un paio di occasioni con membri del movimento "Occupy", ma si trattava di episodi collegati a temi politici reali più che cose alla V per Vendetta, soprattutto ora che quel libro è tra quelli che ho sconfessato e non voglio più vedere. PARTE QUARTA: FUMETTO; GRAPHIC NOVEL E SUPEREROI
Parlando di comics: lei con le sue opere ha scombinato tutti i canoni del genere. So che ha sempre negato la sua approvazione ai film che ne sono stati tratti: perché? Le sembrava che semplificassero troppo i temi da lei trattati?
"Il motivo per cui sono sempre stato contrario all'adattamento dei miei fumetti è semplice: erano lavori strutturati per sfruttare le cose fantastiche che il medium del fumetto riesce a esprimere al meglio. Non erano concepiti per funzionare come film, o come serie ricorrenti di supereroi in cui il lavoro che un tempo mi appassionava è finito tra le mani di gente che prima di tutto non capisce il lavoro stesso, né possiede il talento per fare qualcosa di nuovo o utile rubando idee di trent'anni fa. Nutro il più profondo rispetto per il cinema come mezzo espressivo (a patto che, come ogni altro medium, sia utilizzato bene) come dimostrato nei film della raccolta Showpieces e il lungometraggio da essi ispirato, The Show, che inizieremo a girare nel marzo del 2018. Si tratta di un progetto concepito come un film, per sfruttare al meglio le possibilità offerte dal cinema, e di sicuro non ne trarranno un romanzo tascabile o un graphic novel".
Lei detesta i supereroi, ritenendoli responsabili di un "processo di infantilizzazione collettivo": non c'è niente che salverebbe? Neanche il Frank Miller de Il ritorno del cavaliere oscuro o Arkham Asylum di Grant Morrison o il suo The Killing Joke o, ancora, le sue storie di Superman?
"I supereroi, con le loro origini proletarie nel Superman di Siegel e Shuster (un immigrato cresciuto nella povertà in campagna, incline a utilizzare i suoi poteri contro i crumiri durante uno sciopero o per scagliare oltre l'orizzonte un avido padrone di casa) erano stimoli gloriosi per la fantasia in via di sviluppo di bambini e adolescenti. Oggi hanno assunto un significato molto diverso.
"Per la maggior parte, i bambini e gli adolescenti non hanno ragione oggi di investire il loro tempo negli intrecci impenetrabili e intricati delle storie dei supereroi. Il loro pubblico, che oggi si è ampiamente ridotto, perciò è composto soprattutto da uomini di mezza età o più vecchi che non vogliono abbandonare questo prezioso legame nostalgico con la loro infanzia. Non solo è uno spreco di un mezzo espressivo meraviglioso e versatile, è anche specchio di uno stato di arresto emotivo che non credo sia particolarmente salutare per la società.
"Vorrei far notare che nell'anno in cui Donald Trump è stato eletto e una piccola maggioranza di cittadini inglesi ha votato per lasciare l'Unione Europea, sei dei dodici film campioni d'incasso erano di supereroi. Kellyanne Conway, la Goebbels platinata di Trump, era vestita come Supergirl per i festeggiamenti post elettorali, e l'assistente di Trump rimosso dopo poco, Anthony Scaramucci, fu fotografato in posa volante come Superman circondato da costosi memorabilia incorniciati dell'Uomo d'Acciaio. Persino l'affettuoso nomignolo "The Donald" per me evoca paurosamente l'identità segreta di un supereroe.
"Perciò, no, non mi piacciono più i supereroi. Oltre alla nostalgia sopracitata, credo che oggi la loro funzione principale sia di compensare la codardia americana, come l'onnipresente pistola appoggiata al comodino accanto al letto. Per quanto riguarda gli esempi citati nella domanda, ho reso noto il mio disappunto per The Killing Joke subito dopo averlo scritto, e sebbene sia più affezionato alle ultime storie di Superman sono tutti lavori che, dal momento che non mi appartengono, ho preferito sconfessare. Sugli altri due titoli menzionati, entrambe storie di Batman, sulla scia delle sue recenti dichiarazioni politiche, posso solo considerare il Cavaliere oscuro di Frank Miller come un'opera altamente dubbiosa, in cui lo stile artistico sembra sia stato "adattato" dal lavoro del bravissimo Mick McMahon. Per quanto riguarda Grant Morrison, non mi interessano né lui né il suo lavoro per ragioni che ho spiegato altrove e non intendo ripetere in questo contesto".
Lei non apprezza particolarmente il termine graphic novel: è diventato un termine usato per nobilitare e quindi vendere qualcosa? Che termine preferirebbe per indicare quel tipo di opera?
"Preferirei il termine "fumetti" o "strisce", anche se pubblicandoli in edizioni patinate immagino bisognerebbe chiamarli "fumetti costosi"".
Ma perché oggi vede criticamente anche le sue opere di quel genere quali Watchmen o V per vendetta che hanno costituito un rinnovamente totale nel mondo dei super-eroi?
"Di nuovo, dal momento che ho sconfessato entrambi quei libri, semplicemente non ci penso".
C'è un regista da cui invece si sentirebbe rappresentato? Uno a cui affiderebbe una sua opera? Penso per esempio a un David Lynch... Se sì quale opera e perché?
"In base alle mie convinzioni riguardo agli adattamenti, non ci sono registi, nemmeno eccellenti come David Lynch, che vorrei adattassero i miei fumetti o romanzi per il cinema".
Questo perché ritiene che il cinema sia un mezzo che non riesce a restituire una complessità adeguata?
"No, non credo affatto che un film sia un mezzo espressivo limitato, come spiegavo più sopra. È perfettamente fantastico per le idee concepite per il cinema, il mio unico problema è con l'adattamento pedestre di un lavoro di successo per un mucchio di media per cui non era mai stato pensato".
PARTE QUINTA: "LOST GIRLS" E LA LIBERAZIONE SESSUALECon la sua compagna Melinda Gebbie ha affrontato un tema come quello del sesso esplicito in Lost Girls. So che ha avuto anche problemi a riguardo. Che cosa pensa della sessualità in questi anni in cui la rete rende la pornografia accessibile a chiunque in pochi secondi? Siamo liberi o come diceva Pasolini siamo esposti a un "consumismo sessuale" che è tutt'altro dalla liberazione sessuale?
"Con Lost Girls io e Melinda abbiamo tentato di creare una forma di pornografia non brutta, né misogina, né asservita o nemmeno che esprimesse solitudine, proprio perché gran parte se non tutta la pornografia che vedevamo intorno a noi sembrava già abbracciare con gioia tutti questi elementi. Non lo abbiamo fatto per amore della pornografia (anzi, i nostri motivi erano proprio il contrario). Si trattava quindi in realtà di una critica alla pornografia, e per quanto riguarda lo stato attuale di ciò che Pasolini giustamente definiva "consumismo sessuale", credo che sia piuttosto evidente perché lo criticavamo: la sessualità non doveva affatto diventare questo".
A questo proposito che cosa pensa delle tre religioni monoteiste a riguardo: Islam, cattolicesimo ed ebraismo?
"Dovrei sottolineare che la terza religione abramitica è il cristianesimo e non il cattolicesimo, ma la mia posizione in generale sulla religione e le tre fedi monoteiste abramitiche in particolare è che, in tutte le religioni, ogni tentativo di "legarsi in unico credo" non sia solo autoritario e innaturale, ma che porterà chiaramente a uno scontro religioso, guerre sante e stragi terroristiche settarie. Sono tutti eventi clamorosamente prevedibili; sono tutte cose che sappiamo di una religione quando, diciamo, "varchiamo la soglia". Per ciò che riguarda le opinioni religiose in ambito sessuale, vorrei solo far notare che forse dovrebbero fare meglio a mettere ordine in casa propria. Oppure la pedofilia è un peccato meno serio di masturbarsi con il paginone centrale di Penthouse?".
PARTE SESTA: LA POLITICA Da un personaggio come Donald Trump che diventa Presidente degli Stati Uniti ai kamikaze islamici al terrorismo nichilista: che tipo di età stiamo vivendo? Quali sono secondo lei i motivi che ci hanno portato a questa situazione?
"Viviamo in un'epoca che credo sia l'equivalente di un "periodo di transizione", meglio spiegato con il punto di ebollizione dell'acqua. Le informazioni che accumuliamo sempre più rapidamente e l'altrettanto rapido accumulo di complessità che ciò comporta possono essere paragonati al calore che ha portato la nostra cultura a questo punto di ebollizione mai visto prima, dove il nostro stato successivo come vapore sarebbe inimmaginabile per una forma di vita che ha sempre vissuto come acqua. Sul perché ci siamo ridotti così, credo che sia più una questione di termodinamica sociale e culturale che dell'ira degli dèi verso di noi".
Sempre Pasolini nel suo Salò faceva dire a uno dei suoi personaggi che "in fondo il vero anarchico è il fascista" riprendendo il concetto di "anarchia del potere" di Klossowski. Secondo lei l'anarchia è praticabile?
"Credo di avere già risposto a questa domanda nel mio commento sull'anarchia più sopra. Sì, l'anarchia è assolutamente praticabile. Funzionava alla grande durante la Comune di Parigi, ecco perché le autorità hanno mandato l'esercito a uccidere tutti. Funzionava anche nella comunità ugonotta di Spitalfields nel diciottesimo secolo, ecco perché le autorità hanno mandato l'esercito e via dicendo. Ora, se la domanda fosse stata "L'anarchia è praticabile in un mondo di despoti mezzo squilibrati che probabilmente finiranno a capire con stupefacente brutalità e violenza che loro e quelli come loro non sono necessari", forse avrei fornito una risposta diversa".
(ha collaborato per la traduzione Massimo Gardella)