✕
Il testo di Natalia Aspesi è estratto da  'Voci di montagna'  di autori vari ( Le Château, a cura di Nicola Alessi e Silvia Granata, pagg. 242, euro 16) 

Le mie Alpi e l'incanto della memoria

Una bambina di pianura che amava i libri e le estati trascorse in Trentino. Il periodo in cui, durante la guerra, fu necessario sfollare da Milano al paese tra i monti. E la nostalgia per un modo di vivere scomparso
3 minuti di lettura
Non ho un ricordo preciso della mia prima volta in montagna, un luogo altro rispetto alla pianura per me più consueta. Ogni estate, fin dalla prima infanzia, la mia famiglia ha frequentato Varena di Cavalese, e il primo ricordo che ho di quelle montagne è legato alla tosse asinina, malattia allora molto pericolosa per i bambini.
Si tratta di un ricordo "indotto", ho delle fotografie che raccontano di una bambina seduta in un grande prato con le montagne sullo sfondo, che piange come una disperata per via della malattia. L'effetto benefico dell'altitudine e della qualità dell'aria portò i suoi frutti e guarii rapidamente.

La mia, in montagna, non è stata un'esperienza di cui avevo cognizione, godevo dei suoi pregi e delle sue bellezze inconsapevolmente, ero troppo piccola per queste considerazioni e quando più tardi avrei potuto, ne ero in qualche modo già separata, non avevo più la consuetudine di allor…
Non ho un ricordo preciso della mia prima volta in montagna, un luogo altro rispetto alla pianura per me più consueta. Ogni estate, fin dalla prima infanzia, la mia famiglia ha frequentato Varena di Cavalese, e il primo ricordo che ho di quelle montagne è legato alla tosse asinina, malattia allora molto pericolosa per i bambini.
Si tratta di un ricordo "indotto", ho delle fotografie che raccontano di una bambina seduta in un grande prato con le montagne sullo sfondo, che piange come una disperata per via della malattia. L'effetto benefico dell'altitudine e della qualità dell'aria portò i suoi frutti e guarii rapidamente.

La mia, in montagna, non è stata un'esperienza di cui avevo cognizione, godevo dei suoi pregi e delle sue bellezze inconsapevolmente, ero troppo piccola per queste considerazioni e quando più tardi avrei potuto, ne ero in qualche modo già separata, non avevo più la consuetudine di allora. Ricordo delle passeggiate che mi parevano di una lunghezza infinita, spesso andavamo da Varena di Cavalese fino al passo di Lavazé a 1800 metri portando un picnic che consumavamo su una tovaglia che stendevamo sui prati, punteggiati di "boace" secche di mucca. Le mie montagne le ho, quindi, negli occhi e meno nella memoria, e mentre ho scarsi ricordi di montagna come svago turistico, anche per mia indole, ho molti ricordi e sensazioni legate alla vita e agli abitanti di quei luoghi. A cinque anni mio padre è morto e mia madre che faceva la maestra guadagnando le famose mille lire al mese, da allora ha provveduto a me e mia sorella. Per questo motivo eravamo poveri ma non poveri indigenti, diciamo che vivevamo una povertà dignitosa che ci ha permesso durante le estati successive di continuare a frequentare la montagna per tre mesi all'anno.

Oggi sarebbe impensabile per la famiglia di una vedova permettersi un così lungo periodo di vacanza, ma non si trattava di una vacanza nel senso canonico, in realtà vivevamo a Varena come se fossimo abitanti del luogo. Questa familiarità con la vita di montagna tornò utile quando, a causa della guerra, a Milano diventò difficile trovare il necessario e mia madre decise di trasferirci in pianta stabile lassù. Ero molto amica dei bambini del paese e, seppure da allora siano passati diversi decenni, conservo ancora la sensazione della mia diversità; innanzitutto erano molto più in salute e più forti fisicamente e poi parlavano un dialetto che poi ho imparato da loro. Si trattava di un dialetto basato sull'italiano, mentre già nei paesi vicini se ne parlava uno di cultura tedesca.

Tra la gente non esistevano tensioni, vi era tolleranza tra le culture e i rapporti erano normali; ricordo che si scambiavano anche le mucche. Come sempre le rivoluzioni sono state sostenute e fomentate dai teorici, mentre la vita reale era un'altra cosa. Abitanti di origine italiana e tirolese vivevano tranquillamente pur avendo lingue e costumi diversi, uniti dallo stesso stile e dagli stessi bisogni. Sono andata a Varena fino all'adolescenza e, come ho detto, ho passato lì una parte della guerra. In paese vi era sempre qualcosa da mangiare, mentre quando siamo dovute tornare a Milano la fame si è fatta sentire ed è stato un periodo molto difficile.

Ci si divertiva con poco, non avevamo neppure la radio, però leggevamo. Era l'unico svago che ci potevamo permettere. Io leggevo le riviste come "Novella", allora non avevano molte immagini, le poche foto erano di divi italiani, mentre il resto delle pagine era occupato da rubriche e racconti anche belli, come quelli di Wanda Bontà e di Luciana Peverelli. Io ero appassionata della posta del cuore, ricordo in particolare quella tenuta da Giorgio Scerbanenco che in quegli anni su "Grazia" rispondeva con lo pseudonimo di Luciano. La mancanza di altri passatempi, per quelli della mia generazione, da un certo punto di vista è stata una fortuna, e la lettura dei libri diventò una forma di divertimento che mi avrebbe accompagnata tutta la vita. Delle letture di allora ricordo I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, e i libri di Graham Greene anche questi pubblicati nella bellissima collana "Medusa" di Mondadori.

Sono tornata in montagna molto raramente fino a non trovare più delle motivazioni importanti per riavvicinarmi, e quando in età matura, forse per nostalgia, l'ho ricercata, mi ha respinto a causa dell'altezza che non andava d'accordo con i miei problemi di pressione. Non voglio dire che sia solo per i giovani, ma oggi mi appare come un luogo importante della vita, ma lontano, da rivivere con gli occhi della memoria.