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Anna Netrebko e Yusif Eyvazov, protagonisti dell' 'Andrea Chenier' alla Scala (ap)

“Andrea Chénier” alla Scala, una rivoluzione

L’opera post-romantica di Umberto Giordano inaugura la stagione milanese. Molto amata nell’Ottocento ma oggi poco considerata, attende di trovare il posto che merita nella memoria
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Andrea Chénier manca alla Scala dal 1985. Come oggi, sul podio c'era Riccardo Chailly. Ma per trovare a Sant'Ambrogio un melodramma verista dobbiamo risalire al 1963. Centenario di Pietro Mascagni, Gianandrea Gavazzeni dirige l'abbinata Cavalleria Rusticana - Amico Fritz. Un altro mondo. Da allora il Verismo si è eclissato dall'immaginario popolare. Non ha più l'effetto dirompente che aveva sui contemporanei, non è nemmeno così kitsch da scatenare la tenerezza gozzaniana che ci fa innamorare di un certo vintage. È una terra di mezzo stretta fra i blockbuster di Verdi e Puccini e attende di ritrovare il posto che merita nella memoria condivisa. Il capolavoro di Umberto Giordano veleggia in un'onorevole 94esima posizione fra le opere più rappresentate al mondo. Con 45 allestimenti dal 2015 fa anche meglio di Sonnambula o Puritani.

Ma se non fosse per Philadelphia, con Tom Hanks che singhiozza dietro alla Callas in…
Andrea Chénier manca alla Scala dal 1985. Come oggi, sul podio c'era Riccardo Chailly. Ma per trovare a Sant'Ambrogio un melodramma verista dobbiamo risalire al 1963. Centenario di Pietro Mascagni, Gianandrea Gavazzeni dirige l'abbinata Cavalleria Rusticana - Amico Fritz. Un altro mondo. Da allora il Verismo si è eclissato dall'immaginario popolare. Non ha più l'effetto dirompente che aveva sui contemporanei, non è nemmeno così kitsch da scatenare la tenerezza gozzaniana che ci fa innamorare di un certo vintage. È una terra di mezzo stretta fra i blockbuster di Verdi e Puccini e attende di ritrovare il posto che merita nella memoria condivisa. Il capolavoro di Umberto Giordano veleggia in un'onorevole 94esima posizione fra le opere più rappresentate al mondo. Con 45 allestimenti dal 2015 fa anche meglio di Sonnambula o Puritani.

Ma se non fosse per Philadelphia, con Tom Hanks che singhiozza dietro alla Callas in La mamma morta, oggi pochi se ne ricorderebbero. Ecco. Recuperare quella grande stagione della cultura nazionale diventa un gesto quasi eversivo. Un atto di revisione civile che solo un simbolo planetario come la Scala ha il dovere e la forza di realizzare.
Chénier è lo schianto della mannaia che separa due ère. L'Ancien Régime di porcellana del primo quadro, tutto abatini ciprie e gavotte. E la Parigi di ferro e sangue degli altri tre: metropoli rossa di riscatto e di vendette, piazze piene di sanculotti e spie, lo struscio di incroyables e merveilleuses sotto l'ombra monitrice del patibolo. È quasi L'armata dei sonnambuli di Wu Ming. Il battesimo del 28 marzo 1896, in una Milano umbertina inquieta di fermenti sociali e assetata d'Europa, è un successo. È l'anno di Adua e di Bohème. Il ventinovenne compositore foggiano cerca il colpaccio dopo Mala vita del 1892 e la conferma nel '94 con il drammone storico Regina Diaz. Ci pensa il suo editore Sonzogno. Eterno rivale di Ricordi che gestisce Puccini, gli mette in mano un libretto scritto da Luigi Illica, stavolta senza Giuseppe Giacosa. Una storia vera.

André Chénier nasce a Costantinopoli nel 1762 da una famiglia di commercianti. Vive da avventuriero libertino. Torna a Parigi. Intinge la penna nella politica. È attivo con i Foglianti e i club moderati. Prende le difese di Luigi XVI. Si schiera fra i perplessi. L'Ode a Marie-Anne Charlotte Corday - un peana alla giustiziera del demagogo Marat - lo consegna alla lama di Sanson con la quale si incontra il 25 luglio 1794. Appena tre giorni dopo, Robespierre farà la stessa fine, e con lui il Terrore. L'Ottocento ne fa quasi un eroe popolare. Tante le volgarizzazioni. Illica attinge soprattutto al romanzo André Chénier di François-Joseph Méry, uscito a puntate nel 1849 sul Pays e più volte ripubblicato in volume. Nel libretto dissemina anche tanti versi originali del poeta: l'aria "Come un bel dì di maggio" riprende "Comme un rayon", e "Un dì all'azzurro spazio" verticalizza i lirismi dell'"Hymne à la justice".

Qui il verismo c'è, ma molto edulcorato. Non c'è analisi politica né l'attrazione positivista per le pulsioni primordiali del popolino. Illica non è Georg Büchner. Andrea Chénier non è la Dantons Tod italiana. È un tradizionale affresco storico d'afflato post-romantico. La critica sociale è un labile pretesto per innescare gli intrecci di destini individuali che, alla fine, rientrano nei canoni più rassicuranti del triangolo amoroso verdiano. In quest'equilibrio la vena lirica nativa di Giordano va a nozze. Qua e là irrompe il parlato ("L'han fatto assassinare i girondini"), ma è più un topos che un grido primordiale. La musica si mantiene negli argini dell'affabile via italiana al Musikdrama, un flusso sonoro tessuto da cima a fondo dove affiorano le certezze luminose di arie, duetti, concertati. E tanti stacchi e punti fermi fatti apposta per chiamare l'applauso.
Chénier è il tenore Yusif Eyvazov, che ha già debuttato nel ruolo a Praga.

La moglie Anna Netrebko, alla sua terza apertura scaligera, è Maddalena di Coigny. Carlo Gérard, il pezzente divenuto capo della Rivoluzione, è il baritono Luca Salsi. Le scene sono di Margherita Palli. In Noi credevamo Mario Martone ha dato la forma più attuale al travaglio degli ideali e al sapore amaro di tutte le rivoluzioni tradite. Per questo affidargli la regia è un'idea intrigante. È restituire a Chénier qualche dubbio in più. Come quello che nel 1945 divora Robert Brasillach, in cella a Fresnes in attesa dell'esecuzione per i suoi trascorsi da collaborazionista. Consacra il suo ultimo saggio allo sfortunato poeta. Lui come Chénier. Due intellettuali cancellati per le proprie idee dai vincitori del momento. Ideali giusti, sbagliati, giudicherà la Storia: ma su di essi si invoca il riscatto superno e salvifico dell'Arte.