Paolo Virzì, “con i vecchietti ribelli per dire no all’onda di provincialismo”
Roberto Nepoti , di ROBERTO NEPOTILa 22esima edizione della rassegna sul Golfo di Napoli presenta “Ella & John”, con Helen Mirren e Donald Sutherland, anziani malati alla ventura on the road in America. Il regista racconta il suo film e il momento difficile del cinema italiano
L'ultimo lavoro di Paolo Virzì, Ella & John, con due star come Helen Mirren e Donald Sutherland, apre il festival "Capri Hollywood" e lui riceverà il Master of Cinematic Art Award al regista dell'anno. Sull'isola Virzì ci è andato tra un impegno e l'altro, lasciando il set dove sta girando il nuovo film e in attesa di volare negli States proprio per il lancio di Ella & John, in uscita internazionale il 18 gennaio. Dalla stessa data anche il pubblico italiano potrà divertirsi e commuoversi alla vicenda dei due personaggi del titolo, anziani e malati eppure alla ventura on the road per le strade d'America a bordo di un vecchio camper. Presentato all'ultima Mostra di Venezia, il film ha una genesi che Virzì racconta in modo gustoso.
"Avevo letto il libro da cui è tratto durante le riprese del Capitale umano, mi era piaciuta quella storia di vecchietti ribelli, ma non ero affatto sicuro di far…
"Avevo letto il libro da cui è tratto durante le riprese del Capitale umano, mi era piaciuta quella storia di vecchietti ribelli, ma non ero affatto sicuro di far…
L'ultimo lavoro di Paolo Virzì, Ella & John, con due star come Helen Mirren e Donald Sutherland, apre il festival "Capri Hollywood" e lui riceverà il Master of Cinematic Art Award al regista dell'anno. Sull'isola Virzì ci è andato tra un impegno e l'altro, lasciando il set dove sta girando il nuovo film e in attesa di volare negli States proprio per il lancio di Ella & John, in uscita internazionale il 18 gennaio. Dalla stessa data anche il pubblico italiano potrà divertirsi e commuoversi alla vicenda dei due personaggi del titolo, anziani e malati eppure alla ventura on the road per le strade d'America a bordo di un vecchio camper. Presentato all'ultima Mostra di Venezia, il film ha una genesi che Virzì racconta in modo gustoso.
"Avevo letto il libro da cui è tratto durante le riprese del Capitale umano, mi era piaciuta quella storia di vecchietti ribelli, ma non ero affatto sicuro di farlo. Infatti ho realizzato prima un film su due ragazzacce disturbate, La pazza gioia. Però mi ero divertito a scrivere un abbozzo di sceneggiatura con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Siccome ci piaceva, abbiamo deciso di tentare la realizzazione: ma mirando alto, contattando attori quasi inarrivabili, convinti che avrebbero detto di no".
E invece Helen Mirren e Donald Sutherland hanno detto di sì. Dirigere due attori del loro calibro dev'essere stata un'esperienza.
"Helen aveva giurato di non interpretare mai film in cui ci fossero malati di cancro o di Alzheimer. Qui c'erano entrambi; però ha detto che i miei film le piacevano e che aveva cambiato idea. Quanto a Donald, al primo incontro a Miami mi venne a prendere all'aeroporto con un'auto piena di libri sull'Alzheimer e mi scorrazzò a lungo per dimostrarmi come guidava bene. Aveva già deciso e, per tutte le riprese è stato - letteralmente - John. Entrambi amavano il nostro modo di lavorare, mio e della mia équipe abituale, così poco americano, più intimo e rilassato rispetto a quello cui erano abituati. Certo, abbiamo anche rischiato la pelle: provate a immaginare cosa sia viaggiare stipati in 15 in un vecchio camper guidato da un ottantenne".
Se il metodo di lavoro è italiano, il film si apre però a una dimensione internazionale, superando il provincialismo di molto del nostro cinema. Lo aveva già fatto nel 2002, con "My Name is Tanino".
"Beh, però quello era ancora il punto di vista sull'America di un ragazzo italiano; ora è diverso. Siamo in pieno cambiamento epocale, i confini territoriali sono diventati labili e il cinema lo testimonia. I nostri grandi maestri, i De Sica, gli Scola, potevano permettersi di snobbare l'America, parlavano degli Oscar come di una cosa ridicola e volgare. Ora che i nostri figli conoscono le lingue e le culture s'incrociano, il ridicolo sarebbe non prenderne atto".
Par di capire che lei non sia contrario nemmeno ai nuovi modi di fruizione del film: il consumo privato, le piattaforme...
"No di certo. Sono un consumatore dei prodotti di fiction delle piattaforme, Netflix e altre, che vedo in abbondanza assieme ai miei figli. Pur senza cadere nel consumo compulsivo del cosiddetto binge watching. Ne sono attratto anche come regista, perché m'incuriosisce molto la possibilità della narrazione lunga, come nel grande romanzo ottocentesco, anziché sottoposta ai limiti della durata media di un film, un'ora e mezza o due ore".
A intervalli regolari si parla di rinascita del cinema italiano, poi ci si dichiara delusi. Qual è, secondo lei, il suo stato di salute attuale?
"Di crisi si parla dall'epoca del cinema muto, dai tempi di Cabiria di Pastrone. È un po' vero e un po' no: sono le approssimazioni , mi perdoni, giornalistiche, che tendono a esagerare in un senso o nell'altro. Come giurato dei David di Donatello vedo ogni anno tutti i film italiani. Molti non sono indimenticabili; però ogni stagione cinematografica offre un certo numero di opere di qualità".
Che ci può dire di "Notti magiche", il suo nuovo film in lavorazione? Per ora sappiamo solo che è una commedia noir con omicidio, nell'ambiente del cinema romano e con un assortimento di esordienti e volti noti.
"Uno dei personaggi è un vecchio sceneggiatore ed è ambientato nel 1990, quando i maestri del nostro cinema erano ancora al lavoro. Alla fine sarà un mix di verità e finzione, con un tono crepuscolare. Un omaggio, ma anche una canzonatura. La sfida è che la storia si svolge in estate mentre noi giriamo in questi mesi, valorizzando proprio la luce invernale".
"Avevo letto il libro da cui è tratto durante le riprese del Capitale umano, mi era piaciuta quella storia di vecchietti ribelli, ma non ero affatto sicuro di farlo. Infatti ho realizzato prima un film su due ragazzacce disturbate, La pazza gioia. Però mi ero divertito a scrivere un abbozzo di sceneggiatura con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Siccome ci piaceva, abbiamo deciso di tentare la realizzazione: ma mirando alto, contattando attori quasi inarrivabili, convinti che avrebbero detto di no".
E invece Helen Mirren e Donald Sutherland hanno detto di sì. Dirigere due attori del loro calibro dev'essere stata un'esperienza.
"Helen aveva giurato di non interpretare mai film in cui ci fossero malati di cancro o di Alzheimer. Qui c'erano entrambi; però ha detto che i miei film le piacevano e che aveva cambiato idea. Quanto a Donald, al primo incontro a Miami mi venne a prendere all'aeroporto con un'auto piena di libri sull'Alzheimer e mi scorrazzò a lungo per dimostrarmi come guidava bene. Aveva già deciso e, per tutte le riprese è stato - letteralmente - John. Entrambi amavano il nostro modo di lavorare, mio e della mia équipe abituale, così poco americano, più intimo e rilassato rispetto a quello cui erano abituati. Certo, abbiamo anche rischiato la pelle: provate a immaginare cosa sia viaggiare stipati in 15 in un vecchio camper guidato da un ottantenne".
Se il metodo di lavoro è italiano, il film si apre però a una dimensione internazionale, superando il provincialismo di molto del nostro cinema. Lo aveva già fatto nel 2002, con "My Name is Tanino".
"Beh, però quello era ancora il punto di vista sull'America di un ragazzo italiano; ora è diverso. Siamo in pieno cambiamento epocale, i confini territoriali sono diventati labili e il cinema lo testimonia. I nostri grandi maestri, i De Sica, gli Scola, potevano permettersi di snobbare l'America, parlavano degli Oscar come di una cosa ridicola e volgare. Ora che i nostri figli conoscono le lingue e le culture s'incrociano, il ridicolo sarebbe non prenderne atto".
Par di capire che lei non sia contrario nemmeno ai nuovi modi di fruizione del film: il consumo privato, le piattaforme...
"No di certo. Sono un consumatore dei prodotti di fiction delle piattaforme, Netflix e altre, che vedo in abbondanza assieme ai miei figli. Pur senza cadere nel consumo compulsivo del cosiddetto binge watching. Ne sono attratto anche come regista, perché m'incuriosisce molto la possibilità della narrazione lunga, come nel grande romanzo ottocentesco, anziché sottoposta ai limiti della durata media di un film, un'ora e mezza o due ore".
A intervalli regolari si parla di rinascita del cinema italiano, poi ci si dichiara delusi. Qual è, secondo lei, il suo stato di salute attuale?
"Di crisi si parla dall'epoca del cinema muto, dai tempi di Cabiria di Pastrone. È un po' vero e un po' no: sono le approssimazioni , mi perdoni, giornalistiche, che tendono a esagerare in un senso o nell'altro. Come giurato dei David di Donatello vedo ogni anno tutti i film italiani. Molti non sono indimenticabili; però ogni stagione cinematografica offre un certo numero di opere di qualità".
Che ci può dire di "Notti magiche", il suo nuovo film in lavorazione? Per ora sappiamo solo che è una commedia noir con omicidio, nell'ambiente del cinema romano e con un assortimento di esordienti e volti noti.
"Uno dei personaggi è un vecchio sceneggiatore ed è ambientato nel 1990, quando i maestri del nostro cinema erano ancora al lavoro. Alla fine sarà un mix di verità e finzione, con un tono crepuscolare. Un omaggio, ma anche una canzonatura. La sfida è che la storia si svolge in estate mentre noi giriamo in questi mesi, valorizzando proprio la luce invernale".