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Mattotti, tra Parco Lambro e il New Yorker

Come ha fatto Lorenzo Mattotti, il più anarchico tra i nostri grandi illustratori, a passare da Re Nudo al settimanale più radical-chic del pianeta? Piccola guida per artisti (non solo in erba) dai tempi del fax a quelli web. Con due o tre cose che ha imparato da Crumb & Munoz. E una tale Vivienne Westwood
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Quel gigante enigmatico dall'aria metafisica che campeggia sulla prima copertina realizzata da Lorenzo Mattotti nel 1993 per il New Yorker assomiglia molto al suo autore, capace di mostrare diverse facce: dal fumetto all'illustrazione, dall'arte al cinema, dal ritratto alla costruzione di mondi visionari a volte oscuri, altre coloratissimi. "Mattotti è molto prezioso per The New Yorker e anche per me" dice Francoise Mouly, art director della rivista dal '93, nella prefazione del libro in uscita il xxxx, che celebra le cover da lui realizzate per il settimanale culturale più famoso, raffinato e autorevole al mondo. "Pochi hanno eguagliato la sua opera", continua Mouly, "pubblicate nell'arco di ventiquattro anni, le sue trentadue copertine abbracciano un'ampia quantità di tematiche, nel suo stile inconfondibile". E incontenibile: non fa in tempo a vincere un premio con un fumetto a Lucca che gli viene dedicata un…
Quel gigante enigmatico dall'aria metafisica che campeggia sulla prima copertina realizzata da Lorenzo Mattotti nel 1993 per il New Yorker assomiglia molto al suo autore, capace di mostrare diverse facce: dal fumetto all'illustrazione, dall'arte al cinema, dal ritratto alla costruzione di mondi visionari a volte oscuri, altre coloratissimi. "Mattotti è molto prezioso per The New Yorker e anche per me" dice Francoise Mouly, art director della rivista dal '93, nella prefazione del libro in uscita il xxxx, che celebra le cover da lui realizzate per il settimanale culturale più famoso, raffinato e autorevole al mondo. "Pochi hanno eguagliato la sua opera", continua Mouly, "pubblicate nell'arco di ventiquattro anni, le sue trentadue copertine abbracciano un'ampia quantità di tematiche, nel suo stile inconfondibile". E incontenibile: non fa in tempo a vincere un premio con un fumetto a Lucca che gli viene dedicata una mostra a Bologna che celebra i suoi primi lavori, esce un libro e gli viene dedicata una mostra sul New Yorker ma intanto, in realtà, lui sta pensando solo a terminare un film d'animazione.

Il suo ultimo graphic novel, "Ghirlanda" ha vinto il riconoscimento più alto a Lucca Comics, la manifestazione italiana più importante sul fumetto.
"Non me l'aspettavo proprio: è una storia fuori dal mondo ed erano tanti anni che non facevo fumetti . Forse la sua forza è che non mi sono preoccupato di dover piacere a qualcuno l'ho fatto per il puro piacere di farlo" .

"Ghirlanda" ricorda la libertà delle sue prime cose. Da poco a Bologna il festival Bilbolbul ha organizzato una mostra a riguardo: disegni e  storie che anticipano (alcune sono del '75) il "Pentothal" di Andrea Pazienza ('77): manifestazioni, freak che fanno l'autostop, amore e problemi esistenziali...
"Quel periodo per me è molto importante ed era sconosciuto, dimenticato, fino a questa mostra. La cosa più importante è l'energia che lo attraversa e che testimonia il grande lavoro che c'era dietro a opere poi molto lodate dalla critica come Fuochi: fumetto tradizionale e sperimentazioni che mi hanno portato a mettere in discussione il linguaggio stesso, a stravolgerlo. Io stavo facendo cose vicine a quelle di Andrea e al gruppo di Frigidaire perché probabilmente c'era un sentire comune ma poi ognuno è andato per la sua strada. Il mio lavoro aveva una connotazione più provinciale nel senso che mi piaceva raccontare cose più laterali, meno urbane" .

Come gli splendidi ritratti degli zingari: un tema molto attuale.
"Sì le vite di periferia, le realtà più difficili e non il movimento, la droga vista come mito visionario, né la violenza. Il mio era una sorta di realismo magico che poi però ho messo in discussione con l'esperienza di Valvoline. Igort e compagni facevano un lavoro ispirato alle grandi avanguardie storiche che ha contribuito a cambiare la mia visione sul mondo. Quanto agli zingari, sì quelli erano temi ben più sentiti allora. I temi non cambiano di molto: il razzismo ieri era soprattutto nei confronti dei meridionali oggi contro i rifugiati, i neri. Credo che fossero intensi: c'era entusiasmo, voglia di raccontare" .

Un testo fondamentale è "Alice Broom Broom". Le influenze di allora erano Crumb e il fumetto underground...
"L'ha appena ripubblicato un piccolo editore con il titolo che avremmo voluto allora: La realtà è strabica. Sì, c'era molto Crumb e avevo appena incontrato Munoz ma mi piccavo di cercare un mio stile originale: c'era molto espressionismo, Lino Landolfi ma anche Topor e Breccia, tutto mescolato. Una mia idea fissa era quella di disegnare il paesaggio italiano. E poi c'era la musica che per me era la West Coast, i Grateful Dead, i Quicksilver Messenger Service da cui ho reintitolato un mio fumetto Hai mai bevuto aria fresca?, dalla loro Fresh Air o C'è del maggio anche nel pioggia: cose colorate, molto visionarie di cui vado ancora oggi molto fiero. E poi non mi perdevo i concerti se avevo abbastanza soldi: i festival di Re Nudo, a Ballabio vicino a Como dove allora abitavo in cui Claudio Rocchi ha cantato per una notte intera nenie indiane. E l'ultimo, triste al Parco Lambro dove ci siamo ritrovati anche tre o quattro disegnatori: io, Jacopo Fo, Matteo Guarnaccia, Filippo Scozzari che iniziava a pubblicare in quel periodo. Poi c'erano cantautori come Gianfranco Manfredi e Claudio Lolli: ho risentito di recente il suo Ho visto anche zingari felici e devo dire che è una delle cose di quel periodo che mi ha influenzato" .

Dall'underground al "New Yorker": come è successo?
"Nel '77 sono andato a Milano: vivevo in una stanzetta e per un lungo periodo ho mangiato uova e pasta in bianco. Non facevo che disegnare: facevo illustrazioni per riviste mediche e poi per Secondamano, la famosa rivista di compravendita che aveva dentro una doppia pagina di fumetti fino a quando Oreste del Buono ha chiesto a me e ad Antonio Tettamanti di fare delle piccole storie sul mondo del calcio: i tifosi sballati, il ragazzino che sognava di diventare professionista, cose così. Poi ho fatto Spartaco che è piaciuto molto in Francia e da lì mi si è aperto quel mercato" .

La prima copertina per il "New Yorker" è del giugno 1993. Come è nata?
"Beh, a quel punto avevo già lavorato molto nel mondo dell'illustrazione: avevo fatto Pinocchio e moltissime cose per Vanity, e poi, soprattutto, già negli anni '80 a New York avevo conosciuto Art Spiegelman che mi aveva chiesto di collaborare alla sua rivista Raw ed eravamo diventati amici. Quando il New Yorker ha cambiato direttore ed è entrata Tina Brown che prima era la direttrice di Vanity Fair, ha chiesto a Francoise Mouly, che era la moglie di Spiegelmann di fare l'art director. Lei conosceva tutti i disegnatori e ha deciso di aprire anche agli europei e, tra quelli invitati a collaborare, c'ero anch'io. Parallelamente avevo ricevuto un invito a collaborare anche da Chris Carry che era la responsabile delle illustrazioni interne" .

Che tipo di copertina le è stata richiesta?
"Questo è il bello: non mi è stata data alcuna indicazione e io non sapevo proprio che cosa fare. Una mattina mi sveglio e guardo questo disegno che avevo regalato anni prima a mia moglie e che era appeso in camera da letto: ho avuto come una folgorazione. Poteva essere una statua della libertà molto metafisica, molto dubbiosa! Allora l'ho rielaborata inserendola nello skyline di Manhattan e ci ho messo delle navi un po' alla Lyonel Feininger, l'ho resa un po' costruttivista" .

Cosa ha detto Francoise Mouly?
"Quando ha visto le prove mi ha detto di andare avanti e di farlo colori. Una volta finito l'hanno accettato subito. Con Tina Brown e Francoise c'era molta più ricerca. Oggi è meno provocatorio" .

Ma non viene mai dato un tema?
"Loro all'inizio dell'anno ti mandano una lettera con una serie di temi generici da affrontare: estate, primavera, Pasqua, la settimana dei libri, i concerti e così via. Altre volte invece mi hanno dato un tema specifico, per esempio quando ci sono stati degli incendi mi hanno detto: "tu che hai fatto fuochi devi assolutamente fare questa cosa". Oppure mi hanno chiesto di fare una copertina dedicata a Hiroshima" .

Lei ne ha fatte ben trentadue!
"In realtà avrei potuto farne di più. Sono molto pigro. Dovrei stare là un po', respirare quell'aria, l'attualità americana, buttare giù idee, mandare schizzi. Però io non sono solo un illustratore, faccio tante altre cose, mi distraggo" .

Ma com'è il processo? Gli schizzi vengono pagati?
"Se vengono accettati sì. Poi non è detto che venga accettata anche la copertina" .

Quanto ci vuole?
"Se viene accettato il soggetto al massimo in una settimana si fa. I problemi sono maggiori con i disegni interni che sono legate a un film, uno scrittore, un personaggio e a volte ti chiedono anche quattro o cinque correzioni e in quei casi è come se le cose perdessero senso" .

Con che tecnica lavora?
"Schizzi a matita e di solito coloro con i pastelli, scansiono il tutto e mando via Internet. La prima rivoluzione era stata il fax. Prima di quello eri obbligato a vivere a Milano: portavi lo schizzo a matita in redazione, ne discutevi, tornavi in studio e poi ritornavi con l'originale. Certo, adesso ti possono chiedere un'illustrazione due giorni prima" .

E con il "New Yorker" come faceva allora?
"La seconda copertina che ho fatto è stata abbastanza epica. Mi avevano mandato a disegnare le sfilate di moda sia a Parigi che a Milano, gli avevo mandato degli schizzi e loro avevano deciso di dedicare la copertina a Vivienne Westwood. Ma il modello che avevano scelto io non ce l'avevo e il fotografo ufficiale della Westwood sembrava che avesse fatto un casino per cui non c'era neanche una foto, non le aveva sviluppate, una cosa così. Per fortuna avevo una cara amica alla Condè Nast e le ho chiesto se poteva farmi avere delle diapositive di quel modello, una cosa che era vietatissima. Io stavo a Udine ma per fortuna quel giorno mia sorella era a Milano: è andata dalla mia amica che di nascosto le ha dato le foto. Lei è arrivata a Udine a mezzanotte e io ho disegnato fino alle sei del mattino quando è arrivato un autista con la macchina che l'ha portato a Milano dove è stato imbarcato in aereo fino a Parigi e da sul Concorde per New York" .

Economico.
"Bello. C'è l'adrenalina, non puoi sbagliare, tutto deve essere perfetto. Devo dire che a quel punto sulla moda io avevo molta esperienza, dovevamo fare dieci doppie pagine in una settimana, è stata un'ottima scuola di illustrazione" .

Meglio allora o oggi?
"Adesso è più facile. Allora era romantico. A volte quasi magico. Mi piaceva, ma che fatica...".